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Oggi è il Darwin Day.

Obbligo per tutti, festeggiare il compleanno di quel gran scienziato e uomo che è Charles Darwin. Conosciuto per aver formulato la teoria della selezione naturale, di avere quindi spiegato in maniera convincente perché siamo diversi, mettendo definitivamente in crisi il mito creazionista. Non è un uomo di poco conto in quanto al pari di altri come Copernico, Newton, Einstein ha impresso una forte sterzata al pensiero scientifico, ribaltando il senso comune del tempo e ribadendo e insegnando a tutti e a me stesso il valore dell’umiltà.

Le interpretazioni distorte sull’uomo e sulla sua teoria hanno descritto di un uomo schivo, fin troppo mite, ipocondriaco che ha teorizzato la spiegazione scientifica del dominio della più forte razza bianca sul mondo.

Niente di più sbagliato. Cerchiamo di esercitare un po’ di sana onestà intellettuale: la maggior parte di noi non ha mai letto Darwin. Non lo conosciamo se non superficialmente e queste interpretazioni negative derivano solo dalla nostra ignoranza. Cerchiamo di esercitare l’insegnamento e la caratteristica dello stesso Charles Darwin: l’umiltà.

Penso alla storia della realizzazione e pubblicazione del suo famoso libro “L’origine delle specie”. C’è un giovane che ha avuto l’opportunità di poter far un viaggio incredibile intorno al mondo, che manda reperti e descrive questa avventura ai suoi compatrioti e torna in Inghilterra da famoso e importante naturalista e invece di godere i frutti di queste fatiche tra conferenze e mondanità si ritira in una vita tranquilla a pensare e a scrivere di una teoria che avrebbe cambiato il mondo. Il suo libro contenente la teoria della “selezione naturale” esce appena nel 1859, quasi trent’anni dopo esser tornato a Londra. Noi sappiamo, essendo disponibili le bozze, che l’opera era già in lavorazione da almeno vent’anni. Come mai tutta questa reticenza a pubblicare? Si rendeva conto della portata della sua scoperta e voleva che le sue teorie e il suo particolare modo di utilizzo del metodo scientifico fatto più di un ragionamenti che di dimostrazioni concrete, fossero supportate dalla giusta dose di osservazioni e da continui auto-confutamenti per evitare critiche future di un establishment scientifico che per di più rispettava profondamente. Solo che gli anni passavano e i tempi erano oramai maturi per far si che altri naturalisti arrivassero alle stesse conclusioni di Darwin. Questo successe prima con lo scritto divulgativo “Vestigi of the Natural History of Creation”, duramente attaccato per l’approccio dilettantesco e soprattutto poi con la conoscenza di Alfred Russel Wallace. Il naturalista parlava espressamente di un modello di evoluzione simile al suo, praticamente lo stesso che da tempo teorizzava Darwin. Bisognava al più presto pubblicare. Ma la cosa interessante e che lo fece non solo per spirito di competizione. Tra i due infatti cominciò una stretta corrispondenza e un rapporto tale che porterà alla presentazione delle loro opere in contemporanea alla Lynnean Society senza però la presenza degli autori. Darwin non soleva andare in pubblico e le accese discussioni che seguirono alla pubblicazione furono sostenute dai suoi seguaci mentre lui in una tranquilla casetta a trenta chilometri da Londra studiava i cirripedi stupendosi ogni volta di quanto fosse affascinante il mondo naturale.

Questo suo atteggiamento modesto, schivo ed umile traspare nelle sue teorie naturali dove l’uomo non ha più diritto di ergersi superbamente sul mondo. Certo non è facile far cambiare opinione all’uomo che ha di se stesso. In fondo Dio ci ha creato a sua immagine e somiglianza.

Se queste sono le premesse si può capire come l’uomo abbia sviluppato una certa arroganza nei confronti della natura. Col tempo però le cose sono cambiate e sono servite alcune rivoluzioni scientifiche per ridimensionare il tutto. Pensiamo a Copernico. Il vecchio sistema tolemaico geocentrico viene cambiato mettendo la Terra e i pianeti a girare intorno al Sole. L’uomo non è più al centro dell’universo. Charles Darwin fa un ulteriore passo in avanti spiegando come noi, in fondo non siamo così importanti e spiegando come il concetto stesso di progresso, di storia e quindi di tempo non sono quelli che pensiamo.

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Facendo una piccola premessa filosofica bisogna allora chiedersi a quale concezione di tempo e della storia abbiamo fin’ora avuto. Karl Löwith nel suo illuminate libro “Significato e fine della Storia” spiega che l’uomo ha bisogno di una filosofia della storia. Deve concepire in un determinato modo il tempo passato dando un ordine e soprattutto un significato agli eventi che si sono succeduti in apparente causalità. Secondo l’autore la nostra filosofia della storia e quindi il modello stesso di tempo e progresso adottato e ragionato da San Agostino a Voltaire a Marx passando per Hegel è essenzialmente figlia della teologia cristiana. Se osserviamo la natura come la osservavano gli antichi greci potremmo avere l’idea di un tempo circolare. Il sole tramonta per risorgere di nuovo. Le stagioni passano per poi tornare. La Bibbia concepisce invece per la prima volta il tempo come una freccia con una destinazione precisa. Soprattutto con il nuovo testamento l’umanità tende al regno dei cieli, alla perfezione. Quindi tutto il passato è un susseguirsi di eventi, di tappe intermedie necessarie per il continuo miglioramento. Il progresso, l’avanzare non designa più un semplice cambiamento nel tempo ma un perfezionamento. Seguendo questo ragionamento capiamo come oggi la nostra fede in un continuo progresso tecnologico sia figlia della fede cristiana.

E Darwin? Charles Darwin scombina queste carte e lo fa osservando anche lui la natura. Lui, bisogna ricordarlo, non diventa mai ateo come molti pensano, semmai diventa probabilmente scettico e sicuramente agnostico sull’esistenza di Dio. Fatto sta che procura parecchio turbamento quando si interroga del perché esistano intere specie che nascono e che poi scompaiano, si estinguono. Si risponde con la teoria della selezione naturale. In una continua lotta per la sopravvivenza sopravvive solo il più adatto. Quindi l’uomo, all’apice della catena alimentare, sopravvissuto a tutto questo è il più adatto e quindi possiamo dire il più forte? Sbagliato! La frase “la sopravvivenza del più adatto”, suggerita da Wallace traendola dagli scritti di Spencer (padre del Darwinismo sociale) si presta ad una sbagliata interpretazione. Indica una conoscenza a posteriori e non a priori. Possiamo sapere quale animale, quale individuo è più adatto solo perché fin’ora è sopravvissuto e ha trasmesso ai figli il suo corredo genetico. Non possiamo (in linea generale) sapere quale variazione sia più utile per il futuro. Quindi l’uomo, anche se fin’ora è sopravvissuto, ha vinto la lotta per l’esistenza, non è assolutamente detto che continui a rimanere imbattuto.

Quindi se non possiamo concepire il tempo come un cerchio, perché le variazioni anche se impercettibili ci sono, e neppure come una freccia tesa al miglioramento, perché non possiamo sapere quale sia il “miglioramento” più utile per prevenire le difficoltà future, Darwin, con i suoi ragionamenti concepisce la storia come fatta da innumerevoli frecce senza una destinazione precisa. Dai piccoli batteri, che si sono evoluti col tempo raggiungendo forme sempre più semplici per potersi adattare meglio all’organismo ospitante alla complessità dell’organismo umano, tutti potrebbero scomparire domani a seguito di una nuova insormontabile difficoltà o sopravvivere perché casualmente più adatti.

Quindi Darwin, potremmo dire ironicamente, sposta dal podio l’uomo non per metterci il batterio, ma tutti gli organismi viventi, (tra di loro imparentati) tutti ugualmente affascinanti.

Può sembrare forse sconcertante concepire la storia in questa maniera, ma cercando di rimanere sempre umili di fronte alla natura ci si può sempre stupire e meravigliarsi di quante sorprese può regalarci e a pensarla così “Vi è qualcosa di grandioso in questa visione della vita.” (Darwin L’origine della specie p.554)

 

Libri suggeriti:

Telmo Pievani, Anatomia di una rivoluzione, Mimesis Edizioni Milano-Udine

Karl Löwith, Significato e fine della storia. I presupposti teologici della filosofia della storia

Lorenzo Calabi, La filosofia della storia come problema. Karl Löwith tra Heidegger e Rosenzweig

Articolo di Dino Perco