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Simone Bacci - 24 Luglio 2014

Articolo 143

Simone Bacci - 24 Luglio 2014

Inchiesta sul conflitto israelo-palestinese (Parte 3 di 3)

Simone Bacci - 24 Luglio 2014
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Introduzione

Spesso la modernità tra la superficialità dei social network e le fonti di informazione più o meno esatte (e di parte) ci porta a dare giudizi affrettati e poco documentati. Leggendo uno stato Facebook di una persona famosa o comunque tendenzialmente affine al nostro pensiero si è portati a non metterne in discussione i contenuti. Invece io penso che prima di parlare, specie riguardo argomenti delicati, dovremo documentarci a fondo ma la tendenza purtroppo è quella di assoggettarsi sempre di più al pensiero comune.

In questi giorni tanto si è parlato del conflitto Israelo-Palestinese, ho sentito tante opinioni molto informate ma altre (purtroppo la maggior parte) completamente non ragionate, prive di qualsiasi logica e fondamento storico-politico.

Quando si parla di un conflitto così duraturo e così denso di cause storiche, politiche, culturali, religiose e sociali non ci si può limitare a dire “ha ragione la parte che sta subendo più morti”, “C’era prima Israele”, “Israele difende gli interessi del capitalismo”, “Gaza vuole soltanto stare in pace”, “Netanyahu assassino”, non si può neppure dare la colpa a chi stavolta ha iniziato per primo. C’è un ordine logico preciso da seguire per ripercorrere le tappe di questo conflitto che non può essere ignorato per pronunciarsi in maniera consapevole sull’argomento.

Sono questi i motivi per cui prima di scrivere questo articolo e di esprimermi sull’argomento ho voluto fare una ricerca approfondita. Questa inchiesta sul conflitto israelo-palestinese sarà divisa in tre parti, le prime due si limiteranno a fornire al lettore un’approfondita conoscenza di tutti gli elementi storici necessari per comprendere da dove nasce questo conflitto e cosa sta succedendo oggi. Nella terza parte invece mi esprimerò sul conflitto con le valutazioni personali scaturite da questo studio. Lascio al lettore ogni tipo di valutazione postuma.

[Clicca qui per leggere la prima parte: dalle origini al 1947]

[Clicca qui per leggere la seconda parte: dalla nascita dello stato di Israele ai giorni nostri]

 

Parte terza: Conclusioni

Mi sarebbe piaciuto parlare anche dei risvolti degli ultimi giorni, di quella che sta già passando alla storia sotto il nome di “Operazione Margine Protettivo”, ma la situazione è in continua evoluzione, credo che ne parlerò in un articolo a parte.

Dunque siamo arrivati all’epilogo di questa inchiesta e come ogni epilogo voglio lasciare le mie conclusioni personali che non possono non tenere parte degli attuali sviluppi.

Conclusioni

Durante queste tre puntate di inchiesta sul conflitto israelo-palestinese spero che vi siate resi conto della complessità di questo conflitto e di come spesso se ne senta parlare a sproposito.

Senza dubbio è molto difficile farsi un’opinione giusta a riguardo, però se c’è una cosa che proprio non sopporto è il “parlare a sentimento”. Ho iniziato l’articolo parlando proprio dei social network e di quante opinioni espresse “a sentimento” (se non addirittura a caso) vi si possano trovare. Questo è normale, e non mi stupisce, perché i social network spesso rispecchiano le idee delle persone molto più di quanto si possa pensare.

L’era social non è l’era della disinformazione o dell’informazioni unilaterale, come tanti dicono, al contrario l’era social è l’era con la più grande libertà d’informazione dell’intera storia umana. Ci si può informare da migliaia di siti diversi, si possono contattare abitanti del posto con un tweet o un messaggio su Facebook, chiunque può pubblicare qualsiasi cosa. Nell’era social non c’è il rischio di un’informazione di parte. Nell’era social ci sono altri due rischi: “l’autoreferenzialità dell’informazione” e la superficialità.

Mi spiego, l’immediatezza comunicativa del web espone le persone più svogliate e superficiali a fidarsi della prima fonte informativa trovata e a non documentarsi sulla veridicità delle informazioni oppure, cosa che giudico ben peggiore, a ricercare fonti di informazioni unilaterali, quindi spesso autoreferenziali. È ovvio che se un filo-israeliano legge solo canali pro-sionisti è autoreferenziale, lo stesso vale per i filo-palestinesi.

È questo l’errore maggiore sull’uso del web, internet è uno strumento molto potente ma va saputo usare per costruire un’informazione critica, non per cercare conferme ai propri pregiudizi o alle proprie prese di posizione aprioristiche.

È per questo che prima di parlare e prendere posizione su argomenti così delicati dovremo sempre informarci a fondo senza avere il pregiudizio di non guardare fonti di pensieri politico, sociale o religioso diverso dal nostro.

Entriamo nel merito. Alla luce di questa inchiesta mi sento di prendere alcune posizioni.

Innanzitutto secondo me ogni fazione (israeliani e palestinesi) ha i suoi torti ma la colpa è anche dei paesi occidentali e dei paesi arabi. L’errore alla base secondo me è stato quello di pretendere la nascita di due stati uno arabo e uno israeliano, invece di far nascere un unico stato laico basato sul modello delle democrazie occidentali, ma forse le resistenze più grandi si sarebbero fatte sentire nel tempo dalle due fazioni integraliste (sia dell’ebraismo che dell’islam).

Ma la storia non si fa con i se, quindi mi limiterò a commentare la situazione nel suo sviluppo reale.

Tralasciando l’inutile questione sul popolo che abbia più diritto ad abitare nella regione poiché “sedimentato prima” o “vissuto là più a lungo”, c’è da dire che gli ebrei probabilmente avrebbero avuto diritto ad un loro “focolare nazionale” e allo stesso modo i palestinesi avrebbero avuto il diritto di essere lasciati stare in pace. La verità secondo me è che entrambi i popoli hanno le loro ragioni storiche e culturali, ma la situazione è stata complicata ulteriormente sia dal mandato britannico che dagli interessi economici dovuti al petrolio. Israele infatti è l’unico stato non islamico in Medio Oriente e questo è innegabilmente un grosso vantaggio per l’Occidente ed è fonte primaria dell’appoggio occidentale (o comunque della neutralità) a Israele.

Gli israeliani sicuramente si sono dimostrati un popolo molto lungimirante e paradossalmente molto più unito, questo sia perché emigrati dall’Europa hanno portato con sé la conoscenza del diritto moderno sia per la loro abilità organizzativa, che ha avuto come punto focale due strategie, quella della lenta immigrazione in Palestina e quella dei coloni. Quest’ulitma ha assicurato in tempi molto brevi due cose fondamentali: la ricchezza economica dal nulla e un radicamento forte sui territori occupati.

Quello che non possiamo ignorare di questo popolo è il loro forte spirito nazionalista, spesso discriminante e presuntuoso, la loro efficiente macchina militare e la componente terrorista dentro il Movimento Sionista.

Il popolo palestinese, di etnia araba, non ha avuto queste caratteristiche e a causa della minore ricchezza economica, dell’influsso dei paesi arabi e dell’arretratezza relativa ai diritti non ha saputo dare una risposta immediata ed organizzata ai ripetuti tentativi sionisti di estirparli. Sicuramente il popolo palestinese nel corso degli ultimi cinquant’anni ha cercato molto più di Israele una risoluzione pacifica del conflitto, soprattutto con Al-Fatah e con la “laica e diplomatica” OLP. Nonostante questo non si può certo dire che l’OLP e Al-Fatah siano organizzazioni pacifiste, e nemmeno Arafat lo è stato fino al midollo.

La situazione a mio avviso cambia fortemente nel 2006 con l’ascesa al potere di Hamas.

Mentre Israele in poco tempo diventava una delle maggiori potenze economiche mondiali, continuando con la strategia dei coloni in Cisgiordania (West Bank), Hamas saliva al potere nella Striscia di Gaza confinando Al-Fatah e l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese), unico interlocutore palestinese dell’occidente, in Cisgiordania.

Non a caso nell’ultima parte del secondo articolo ho inserito una “parentesi su Hamas” per far capire quanto questa sia filo-islamica (integralista) e carica d’odio per Israele tanto da volere per statuto la sua cancellazione.

Se guardiamo infatti agli eventi di questi ultimi giorni il conflitto non è ripartito da un bombardamento israeliano, ma da un attacco di Hamas che (tralasciando i tre ragazzi uccisi) ha iniziato a sparare missili su Israele nascondendo i rifornimenti di armi nelle cantine di palazzi abitati da civili. Se non riconosciamo questo punto stiamo mentendo a noi stessi. Che poi dietro ci siano provocazioni da parte di Israele possiamo sicuramente pensarlo, ma quello che sta facendo Hamas è portare Gaza al suicidio contro il superiore esercito israeliano, non tanto per riprendersi i territori ma per eliminare il popolo e fare della Palestina uno stato islamico, quindi teocratico.

Ho visto la maggior parte dei miei amici e contatti Facebook di cui quasi tutti di sinistra difendere Gaza senza parlare di Hamas.

Perciò dico: caro amico o contatto Facebook che si ritiene di sinistra pubblica pure gli stati e le foto con scritto “Stop bombing Gaza”, perché secondo me hai ragione, ma nel post scrivici pure un enorme “Hamas fa schifo”.

Hamas fa schifo e tu pur non sapendolo sei d’accordo con questa affermazione perché Hamas è un’organizzazione politico-religioso-militare fatta di capi religiosi, terroristi e politici -non certo di sinistra- che mirano a distruggere Israele per instaurare uno stato islamico, un sultanato sunnita. E tu con questo, se sei di sinistra non puoi essere d’accordo e anche se lo fossi ti assicuro che non ci vorresti vivere.

Che Gaza sta diventando un sultanato talebano non lo dico io, lo sostengono oltre che lo stesso statuto di Hamas anche le organizzazioni umanitarie che ogni giorno lavorano a Gaza.

Hamas ha imposto il velo a tutte le donne, le ragazze non possono più ballare, avete capito? A chi non piace andare ai concerti o in discoteca? Lì non lo potremo fare fare. Hamas attacca gli internet point, vieta la musica e i libri perché sono cose occidentali.

Questo non è rispettare gli usi e i costumi di una religione, questo è privare l’essere umano delle sue libertà individuali, dei suoi diritti.

Hamas ha installato a Gaza la Mutawwa il “Comitato per la promozione della virtù e la repressione del vizio”, la polizia politica islamica che dice che “i ragazzi che stanno alzati fino a tardi, fumano e disturbano gli altri” sono corrotti dal diavolo e vanno picchiati, hanno picchiato un cantante a Gaza che si era permesso di esibirsi in un locale.

Tanti paragonano la lotta armata di Hamas contro Israele ad una lotta armata simile a quella dei partigiani comunisti in stile Brigate Garibaldi italiane, anche questo è un confronto profondamente sbagliato.

La differenza in questo caso è che i comunisti italiani in teoria volevano il comunismo, che è la liberazione da tutte le religioni e le imposizioni, e la socializzazione dei mezzi di produzione; e in pratica il Partito era guidato da leader colti e lungimiranti che da subito hanno lottato per la democrazia e la prosperità di tutti. Erano guerriglieri, è vero, ma lo erano per liberare gli italiani; Hamas fa guerra per il diritto del popolo palestinese a sopravvivere libero, ma quando vincerà vuole velare tutte le donne e impedire i baci in pubblico. Perciò, se sostieni la Palestina senza scrivere chiaro che “Hamas fa schifo” ti consiglio di essere coerente fino in fondo, e convertirti non all’Islam in quanto tale che come religione si merita tutto il mio rispetto, ma all’integralismo islamico e di partire per Gaza a combattere in nome di Allah.

Quindi come vedete non è così facile sostenere Gaza in nome della libertà senza osteggiare Hamas.

C’è anche da dire che se Hamas avesse investito nell’economia palestinese tutti i finanziamenti usati per lanciare inutili missili su Israele a quest’ora la situazione del paese sarebbe ben più florida dell’attuale, visto anche che il divario tra i morti subiti da Israele e Gaza in questi giorni sono dovuti al fatto che Israele essendo più ricca e tecnologicamente avanzata è dotata del sistema di intercettazione missili Iron Dome.

Nonostante questa parentesi su Gaza e Hamas vorrei che si capisse che io comprendo il contrattacco di Israele ad Hamas ma non lo condivido, perché a pagarne le conseguenze sono sempre i civili palestinesi che magari non appoggiano neppure Hamas e magari attraversano tutti i giorni dei check point per andare a lavorare a Israele. E d’altra parte è pur vero che Israele sta continuando con la politica degli insediamenti a strappare territori ai palestinesi.

Quindi?

In conclusione io credo che in questo conflitto entrambe le parti abbiano le proprie ragioni ed i propri torti, ma è pur vero che se si vogliono sostenere delle opinioni a difesa di una delle due fazioni bisogna valutare prima tutti gli elementi.

Secondo me se Hamas non inizierà a rivedere le sue posizioni estreme contro Israele potrebbe portare Gaza verso un “suicidio di massa”, data la superiorità militare di Israele. Se Hamas accetterà seriamente di trattare allora vedremo se Israele vuole davvero la pace come dice oppure no.

La verità è che l’unica soluzione anche in questo caso, al netto della storia passata, si può avere soltanto tramite il dialogo. Dialogo finalizzato al raggiungimento di un compromesso poiché nessuna delle due parti otterrà mai a pieno quello che vuole senza spargere sangue ancora per molti e molti anni.

È per questo che dobbiamo apprezzare e difendere sempre il valore del confronto democratico e dell’ascolto, perché quando l’autoreferenzialità di un’ideologia (islamismo integralista e sionismo) spinge a “tapparsi le orecchie” e porta ad escludere il dialogo democratico è facile che nascano conflitti.

Come al solito, ed io sempre lo continuerò a ribadire, il punto da cui ripartire è l’educazione: educazione al dialogo, alla cultura e alla pace.

Fonti: Wikipedia.org, BBC, luogocomune.net, Ansa.it, Ansamed.it, Linkiesta.it,  news e articoli vari.

Simone Bacci

@s_bacci

simo.bacci93@gmail.com