28 Marzo 2020

“Niente sarà più come prima”.

E’ una frase che risuona nei discorsi degli ideologi, dei politici e dei giornalisti di vecchio corso, ma anche nei post degli amici su Facebook. Non è esattamente questa, non c’è ancora un hashtag, ognuno la formula a modo suo, ma il senso è quello. Nella consapevolezza che il momento è critico e storico allo stesso tempo, si fa strada quel sentimento di nuovo, di svolta. Stiamo fronteggiando, giorno dopo giorno, l’ignoto.


Ciò che viene scritto ed enunciato come un’analisi critica e consapevole della realtà, nasconde, intimamente, qualcos’altro. Quel “niente sarà più come prima” è una speranza, un afflato di ottimismo, dettato anche dalla consapevolezza che da ogni momento di crisi nascono nuove prospettive e possibilità.

In realtà, c’è anche un altro non detto, un’altra idea. Che l’incubo del Coronavirus possa essere il culmine, l’apice del brutto sogno degli ultimi decenni. Ma il momento peggiore di ogni incubo, quello in cui si cade giù, è anche quello che precede il risveglio.

Ecco, questa è la speranza.

Potrei concludere col sempreverde “sta a noi decidere del nostro futuro e costruire il nuovo mondo”, ma non lo farò, perché non è così. Il mondo globalizzato è una macchina poderosa che “noi” non possiamo cambiare con la sola forza di volontà ed unione di intenti.

Però una cosa è certa: questa crisi sta scombussolando tutti gli equilibri di potere, assestando un forte colpo ai numeri dell’economia, reale e finanziaria, ed alle logiche politiche che la regolano.

Perché adesso il debito che gli Stati faranno per combattere il virus non potrà più essere visto come una colpa ma, viceversa, come un dovere. Ed i sacrifici che il nostro Popolo sta facendo in questo momento sono grandi e innegabili, anche dal più inflessibile ministro dell’economia tedesco.


E sono gli stessi sacrifici che stanno facendo francesi, spagnoli, tedeschi a che alla fine toccheranno anche agli americani.

Tutto il mondo occidentale sta gradualmente prendendo gli stessi provvedimenti adottati dall’Italia e questo è sicuramente un vanto.

Goldman Sachs prevede per il Pil italiano nel 2020 un pesantissimo -11,6%.

Se consideriamo i 25 miliardi già spesi dallo Stato italiano per fronteggiare l’emergenza, è facile prevedere un rapporto deficit/Pil ben oltre il 3% che era imposto dal Patto di Stabilità (già sospeso dall’UE) ed un rapporto debito/Pil che potrebbe sfondare il 150%. Inoltre, è notizia dell’ultim’ora che altri 25 miliardi saranno probabilmente stanziati dal governo nei prossimi giorni.

E pensare che negli anni scorsi il dibattito era sul decimale, lo zero virgola, il famoso 2,4% o 2,04% di deficit/Pil… I governi rischiavano di cadere su questi decimali. Per anni la politica è stata dominata dallo spread e dal Patto di Stabilità.

Adesso tutto questo non conta più.

Non esiste più Schengen e le libere frontiere, non esistono i migranti, né a destra né a sinistra, nessuno ne parla più.

Non esistono più guerre commerciali, il nucleare iraniano, la brexit.

Tutto il mondo è unito nell’incubo del Coronavirus, anche se qualcuno, imperterrito, prova ad ottenere in esclusiva i diritti del primo vaccino…

Anche le coordinate politiche, in Italia, sono totalmente cambiate.

Se prima ci si divideva su immigrazione, flat tax e reddito di cittadinanza, adesso gli schieramenti sono fra chi vuole restrizioni più severe alla libertà personale, più controlli e chi vede nello sciopero generale la miglior soluzione alla crisi sanitaria. E queste categorie sono trasversali ai vecchi schieramenti politici. In realtà non sono neanche schieramenti, ma posizioni anche coesistenti, nel pensiero di molti.

I decreti del governo Conte sono i più importanti della storia repubblicana. Sessanta milioni di persone costrette fra casa e lavoro, senza che nessuno abbia messo in discussione la legittimità di queste misure.

Abbiamo dimostrato di essere un gran Popolo, capace di fronteggiare un’emergenza inaudita, di salutare troppo presto i propri cari, di cambiare le proprie abitudini, il proprio modo di vivere, continuando a pagare affitto, bollette, mutui e spesa pur non avendo alcuna entrata.

Adesso possiamo andare fieri di noi stessi, liberati da quel complesso di “popolo viziato” che si lamenta ma “non ha idea di cosa siano i sacrifici che hanno fatto i nostri nonni”.

Allora, se vogliamo ripartire, cambiare pagina, iniziamo dall’essere orgogliosi di noi stessi.

Ricordiamoci i pianti dei dottori stremati e quelli che sono morti per salvarci. Ricordiamoci la nostra riconoscenza.

Che sia di incoraggiamento, per tornare ad avere quel briciolo di fiducia nel prossimo e di comprensione delle difficoltà dell’altro.

Altrimenti sarà la barbarie, la guerra civile, perché i sacrifici, quelli nel portafogli, devono sempre venire.

Torniamo a considerarci un Popolo, unito nelle sue differenze, fratello degli altri popoli nelle sofferenze della pandemia.

Un Popolo, consapevole che le istituzioni sovranazionali, quelle europee in testa, DEVONO venirci incontro. Serve una rivoluzione, in questa Europa, se non vogliamo essere colonizzati, smembrati, da Cina, Russia, USA e Germania.

La discussione fra Coronabond e Mes deve essere solo l’inizio. Azzerare e ripartire da capo, con un processo costituente, che coinvolga i cittadini, basato sul principio di solidarietà fra le nazioni. Il pragmatismo economico e la negazione della società, hanno fallito. Serve un risorgimento europeo.

E chissà che le Olimpiadi del 2021 possano essere l’occasione per una nuova rinascita.

Di tutti.

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Giovanni Sofia
Giovanni Sofia

Livornese, classe '92, progettista meccanico, laureato in ingegneria aerospaziale all'università di Pisa, pallanuotista. Interessato alla politica, l'attualità e la meteorologia. Ma anche a cose più normali.

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