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Crisi. Elezioni europee. Pensiero unico. Neofascismo

Michele Parisi - 8 Aprile 2014
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Quando vi furono le elezioni per l’Assemblea costituente, dopo la caduta del regime zarista, i bolscevichi non ottennero la maggioranza. Del resto, il vero centro del potere era il Congresso dei soviet, che controllava gran parte dell’esercito. I militari sciolsero l’Assemblea. Il seguito è abbastanza noto; non senza difficoltà e violenza si costituirà progressivamente l’URSS. Ciò che sembra, democraticamente, un obbrobrio, è ciò che invece è coerente espressione del pensiero leninista puro: disconoscimento, appunto, della democrazia borghese, imposizione del proletariato e della sua dittatura. Insomma, il partito unico. Quel concetto rifiutato già da Antonio Gramsci e sostituito con quello di politica come egemonia, e dunque estraneo al socialismo italiano e dipoi europeo: una coerenza del PCI che vacillerà apparentemente e solo con Togliatti, ma che sarà affermata con forza da Berlinguer dinanzi nientemeno che alle forze comuniste di tutto il mondo riunite a Mosca. L’episodio è quello che viene ricordato come l’applauso più breve della storia del comunismo sovietico.

Le idee di questo eurocomunismo, quelle che attualmente vivono in taluni partiti, e in Italia, principalmente, nel PD, sono in qualche modo le uniche prettamente pluraliste e, inutile nasconderlo, sono le uniche europeiste.

Con la caduta del muro di Berlino e il successivo crollo del blocco sovietico (ca. 1989-1991) il concetto comunista di partito unico (sottolineo, estraneo a ogni corretto democraticismo ma coerente con il pensiero marxista-leninista) è definitivamente caduto e, ove non ancora eliminato, decisamente fallito agli occhi della storia e, direi soprattutto, dell’idea di civiltà. Inutile dire dei festeggiamenti americani e dei Paesi “democratici”. Peccato che i polacchi non morirono subito, e inginocchiati agli ultimi semafori rifacevano il trucco alle troie di regime. Dunque all’aberrante e limitato territorialmente concetto di partito unico, si era sostituito negli anni ’90 quello altrettanto aberrante di pensiero unico. E ancora più ignobile, perché incoerente con le fondamenta dei principi democratici. E più pauroso, come suggerisce la parola stessa, poiché dal partito (di cui, chi non vuole, può non far parte, magari a costo di essere emarginato o di espatriare), si transita verso un orwelliano e totalizzante (ma formalmente non totalitario) pensiero.

Purtroppo c’è da dire che il concetto di pensiero unico è fatto proprio da moltissimi partiti europei e italiani, non ultimo, in talune sue componenti, il medesimo PD.

Una lunga premessa per parlare di crisi e Europa, ma giustificata e giustificatrice di quanto segue: la mia intenzione è parlare politico. Per farlo, il percorso che conosco e ritengo più appropriato, anche se più complesso, è storico e teorico-filosofico.

A maggio si terranno le elezioni per il Parlamento Europeo forse più decisivo nella storia dell’Unione. Di ciò si discute da tempo e molti opinionisti concordano con questa visione. Ma perché? Principalmente per alcune poche considerazioni di storia recente.

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La prima risiede nel fatto che il percorso squisitamente politico dell’UE si è arrestato da tempo, grossomodo dal Trattato di Lisbona del 2007, il quale recepisce una sorta di fallimento degli anni addietro. Dopo aver raggiunto importanti traguardi proprio a partire dagli anni in cui cadeva il blocco sovietico (costituzione dell’Unione e abbattimento di molte frontiere politiche ed economiche con Maastricht nel ’92, rafforzamento della collaborazione e dell’integrazione con Amsterdam e Nizza, raggiungimento dell’unione monetaria nel 2002), un brusco arresto si è avuto con la bocciatura francese e olandese della Costituzione europea nel 2005, che ha poi portato ad una frettolosa operazione di ridimensionamento delle prospettive e di assestamento. Trovato un centro di gravità in una dimensione paradossale e inclassificabile fra organizzazione internazionale e federazione di Stati, l’Unione si è affidata all’allargamento del suo territorio come unico elemento di partecipazione latamente politica, consegnandosi per il resto all’immobilismo dell’austerity, a una non legittimata leadership di alcuni Paesi etichettati come più economicamente affidabili, a un freddo tecnicismo fatto di burocrati e banchieri.

La seconda risulta dalla crisi economica che ha colpito tutto il mondo a partire dal triennio 2007-2009. E, da questo spunto, è possibile ragionare di pensiero unico e di neofascismo.

Diciamo anzitutto che le cause della crisi sono tradizionalmente rintracciate nel settore finanziario statunitense e nella c.d. bolla immobiliare globale. Il che è obiettivamente vero: occorre però chiedersi più a fondo quali siano le cause della crisi finanziaria e immobiliare. E certo sul punto pesano due fenomeni: la crescita esponenziale delle economie nazionali di taluni Paesi, c.d. in via di sviluppo, come Brasile, Messico, India e, soprattutto, Cina; la caduta del blocco comunista e la rielaborazione del socialismo maoista, micidiale miscela di capitalismo, comunismo e totalitarismo, con conseguente assenza di diritti fondamentali sociali e del lavoro per i cittadini che abitano questi Paesi, principalmente proprio la Cina, ma anche la Corea del Nord ed altri Stati dell’Oriente socialista.

Su questi primi parametri potremmo rispolverare un celebre adagio di Marx e una sua teoria che, al di là di quelle poi rivelatesi di difficile realizzazione pratica o di erronea visione economica della realtà, sembra assumere sempre più forza proprio dalla realtà che viviamo. L’adagio è: quando lo sviluppo delle forze produttive diviene incompatibile con i rapporti di produzione, esplode il conflitto di classe. Questa idea sorregge in qualche modo la teoria della contraddizione interna al capitalismo. Il lavoratore produce più valore di quello per cui viene pagato (plusvalore, base del profitto del capitalista): ma ciò non produce una più forte domanda di lavoro, bensì una sua diminuzione. Pertanto il capitalista ha di fronte una duplice opportunità: diminuire i salari ovvero gli occupati. In tutto ciò si inserisce una variabile prevista da Marx ma all’epoca inimmaginabile nella sua portata, quella dello sviluppo Adolph_Menzel_-_Eisenwalzwerk_-_Google_Art_Projecttecnologico, che porta inevitabilmente a scegliere la seconda soluzione, cioè la riduzione degli occupati. È così che il capitale investito porta a un aumento di produttività ma a una drastica riduzione della qualità del prodotto e del profitto. Se questa teoria è valida in piccolo (cioè nelle singole imprese e aziende), essa è ancora più riscontrabile in grande (nei rapporti fra Stati). Finché cioè un unico Paese – leggi gli Stati Uniti – come “azionista di maggioranza” e pochi altri come suoi “partner” – leggi Regno Unito, Francia, Germania, Italia etc. – detengono una ricchezza da investire e i più – leggi Sudamerica, Africa, vicino ed estremo Oriente tutti – non sono che manodopera, o esercito di riserva, o meri consumatori, il capitalismo regge. Tanto più che una considerevole parte del mondo tagliata fuori dalla dirigenza dell’azienda-mondo globale non si esprime perché sotto il controllo di governi socialisti. Caduto questo modello e cresciuti i Paesi più ai margini del sistema, è ovvio che se tutti sono capitalisti non c’è più, o quantomeno si riduce, non solo la classe lavoratrice ma anche, sembra assurdo, quella consumatrice. Che in effetti resta tale, ma è tanto sommersa dall’offerta che non domanda più o che comunque non domanda a sufficienza. Laddove invece, frattanto, la domanda di capitali supera le offerte di banche e investitori. Meccanismo diabolico e senza fuga: questa seconda parte, guarda caso, si chiama in economia crisi finanziaria.

Una crisi che già tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000 rischiava di esplodere, a dieci anni dal collasso dell’URSS: e gli alleati, destabilizzatori interni, di Bush padre, assoldati per far vacillare i sovietici, diventano, con una giravolta di Bush figlio, il nemico numero uno. Sono i talebani.

Non voglio aprire parentesi complottistiche sugli attentati dell’11 settembre, ma certamente le guerre che ne sono scaturite, in aree un tempo di influenza sovietica, fanno parte, al di là delle farse di esportazione della democrazia, di un diverso disegno di natura economica.

Insomma, crisi rinviata. Procrastinare fino all’inevitabile è sempre stata del resto una strategia americanissima. Quando neppure la logica del too big to fail riesce a salvare la situazione, è crisi. Una crisi che sarei appunto portato a leggere come diretta conseguenza del mutare degli equilibri mondiali, catalizzatore della crisi del capitalismo. Ecco perché questa crisi tarda a risanarsi: perché le presunte ricette che tutti gli Stati occidentali hanno orchestrato per risolverla non sono utili, poiché la crisi non è interna al sistema capitalistico, la crisi è del sistema capitalistico, per lo meno per come lo conosciamo. E allora le politiche neoliberiste dei vari Reagan, Thatcher etc. come arrivate fino a noi non solo hanno innescato questa crisi, ma la stanno aggravando: pensare che il mercato possa risolvere da solo tutti i mali del mondo è l’idea più assurda che il capitalismo sia riuscito a partorire.

E allora o l’Europa diviene attore importante nel cambiamento economico, che deve essere basato sullo Stato sociale (e non socialista), sui diritti, sulla politica che si occupa di istituzioni che si occupino di gente, e non di organi che si occupino di banche; o l’Europa prosegue sulla via dell’austerità che però (attenzione) è al momento l’unica via interna al capitalismo, almeno per come lo concepisce il pensiero unico, affinché sia possibile far rimanere tutto com’è, vale a dire mantenere la situazione in uno stato di assestamento della crisi finché una nuova ondata non la colpirà in maniera assai più marcata e decisiva. Il che può accadere domani, come fra anni o fra decenni. Il punto è che, in questo momento storico, ci troviamo impantanati nel pensiero unico: e allora è forse bene chiederci che cosa esso sia.

Secondo gli economisti, il pensiero unico è l’egemonia culturale del neoliberismo: Wikipedia cita una frase di Ignacio Ramonet, per cui esso sarebbe la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente quelle del capitale internazionale. Io, da non economista, non sono d’accordo. O meglio, ritengo che questa prospettiva sia preambolare e parziale: in realtà c’è molto di più. Se vogliamo c’è ancora Marx, che parlava di struttura e sovrastruttura. Ma la sovrastruttura è fondamentale, e dunque va presa in considerazione, anche se ciò che governa, almeno secondo Marx, il costume, la cultura e la stessa politica, sono appunto i rapporti economici. Anche su questo non sono completamente d’accordo, ma non sono qui a scrivere un trattato di filosofia. In verità ritengo che il concetto del pensiero unico sia stato espresso con largo anticipo, prima ancora che da Bauman (in termini certo più filosoficamente complessi rispetto agli economisti), da un intellettuale italiano quale era Pier Paolo Pasolini. È il concetto di omologazione inteso in quanto livellamento e omogeneizzazione delle diverse personalità, culture e addirittura etnie prodotti dalla società consumistica. Consiglio a chi legge questo articolo di guardare un’intervista concessa da Pasolini su Sabaudia e la civiltà dei consumi, facilmente reperibile in rete, e di approfondire questa idea leggendo gli Scritti corsari. Sabaudia è una città costruita dal regime fascista, secondo lo stile architettonico fascista, per essere fascista: eppure questa sua formale configurazione è dopo anni una nota di colore, un orpello: in realtà il centro non ha perso i suoi caratteri di umanità, di cultura, particolare e diversa da altre città, da altre realtà che esprimono a loro volta loro proprie culture. Le radici di Sabaudia cioè non sono nel fascismo, ma nell’Italia rustica, paleoindustriale, provinciale.

Pier_Paolo_Pasolini2Invece, osserva Pasolini, oggi il regime è democratico, ma quella aculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito a ottenere, il potere della civiltà dei consumi riesce a ottenerlo perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini che l’Italia ha prodotto […]. Il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi […] e questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che in fondo non ce ne siamo accorti.

Ecco il terrore, il brivido hitchcockiano: neppure ce ne siamo accorti e la società dei consumi ci ha cancellato la memoria, le diversità, la nostra identità, omologandoci a tanti altri al mondo. Certo, una cultura sopravvive, la coltiviamo in ogni realtà per il semplice fatto di vivere, ma essa diviene sempre più logora, sempre più appiattita sui meccanismi del pensiero unico. E alla lunga scomparirà. Tutto ciò si riflette in politica, si riflette sulle scelte dei governi nazionali, schiacciati sulle posizioni dominanti del costume internazionale, perlopiù statunitensi o anglosassoni.

Le realtà con identità meno fortemente caratterizzate rispetto a quella italiana stanno già scomparendo; succede ad esempio in Scandinavia, ove, sfavoriti anche dalla vicinanza del ceppo linguistico, i cittadini cominciano a non parlar più, per dire, svedese ma comunicano sempre più spesso in inglese.

Altro spunto che ci dà Pasolini è quello sul vero fascismo: perché quello della società dei consumi è forse, come egli stesso scrive in una lettera a Calvino, il peggiore dei totalitarismi, dal momento che opera sulla mente e sull’identità. Però sono esistiti totalitarismi che operavano anche sul corpo, con violenza. Ed ogni deriva nazionalistica e fascista nasce sempre da una crisi prima economica e poi sociale.

Ebbene, la paura che viviamo oggi è quella di una recrudescenza di molti fenomeni che hanno interessato il secolo passato. L’Europa, così come è stata plasmata dal pensiero unico, non va, questo è chiaro a tutti. Non è l’Europa di Spinelli né di Rossi o di Schuman. Serve una spinta innovatrice, riformista ma radicale, una spinta che può essere data certamente dal PSE, sempre che faccia pace con se stesso e risolva le proprie ambiguità, anche perché è sotto gli occhi di tutti che i moderati, i popolari in Europa hanno sempre significato stasi del processo di integrazione dell’UE. Ma ritenere, viceversa, che l’Europa, che pure va corretta e riportata ai progetti politici originari, sia un’esperienza fallita e dunque da cancellare con un colpo di spugna è folle populismo. Attenzione: perché inserendosi nel pensiero unico, cui ahimè anche molta sinistra sembra essersi appiattita, in una genuflessione senza senso verso molte storture degli schemi, soprattutto internazionali, degli USA, l’ultradestra può tornare, per nostalgia, ad un totalitarismo forse meno orwelliano, sì, ma sicuramente più macabro e più presago di sofferenze per la popolazione europea. Ovunque nel continente soffia questo vento: dalla Χρυσή Αυγή greca (Alba Dorata) al Front National francese alla Lega Nord italiana, fino ai movimenti austrici, olandesi e dell’est europeo. Del resto, è lo stesso pensiero unico a strizzare l’occhio a questo suo cugino totalitarismo, incarnato da tali movimenti. Ci sono dei versi di una bellissima canzone di faberDe André, già citata più sopra, che spiegano questo fenomeno, e che ci fanno capire come molti nostri intellettuali fossero già in qualche modo consci di queste derive: nel 1990, De André scriveva: il ministro dei temporali, in un tripudio di tromboni, auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani, le mani sui coglioni: “voglio vivere in una città dove all’ora dell’aperitivo non ci siano spargimenti di sangue o di detersivo”. E in un altro punto: la scimmia del Quarto Reich ballava la polka sopra il muro e mentre si arrampicava le abbiamo visto tutti il culo. Un ritratto tanto impietoso quanto azzeccatissimo: De André ci dice che gli uomini di potere fautori della disgregazione dell’URSS (che pure non condivideva assolutamente) festeggiavano in nome della democrazia, ma una democrazia fasulla, tanto pronta a tutelare il cittadino dalle ingiustizie inter privatos, quanto a perpetrare essa stessa ingiustizia qualora sia a rischio l’“ideologia universale”. È una libertà, questa, che opprime gli ultimi, i non omologati, cosicché i polacchi, che pure prima non se la passavano poi bene, sono ai semafori o a far da badanti. Se poi nascesse qualche regime fascistoide, questi potenti sarebbero pronti a tollerarlo e magari a stringerci anche accordi: Spagna, Cile, Argentina, Grecia ne sono esempi direi fragorosi, nel senso che erano tanto evidenti nella loro indecenza da urlare il loro dolore forsennatamente. E ora? Ora che non siamo più negli anni Settanta? Utilizzando stavolta Dalla, in un suo brano che immagina un 2000 allora imminente, il treno corre per l’Europa tra due ali di fascisti: vecchi, nuovi, misti.

Chi fosse giunto a questo punto dell’articolo potrebbe sentirsi come soffocato: insomma, una prospettiva pessimistica, appunto asfittica; non c’è un po’ di spazio per una qualche speranza?

Purtroppo devo dire che il pensiero unico, proprio perché comprime e uniforma le coscienze non lascia molte speranze, proprio per il fatto che la speranza ci sarebbe, saremmo noi, noi uomini di questo XXI secolo che, con la nostra formazione, il nostro personale pensiero, la nostra visione delle cose, potremmo prendere in mano la situazione e cambiare realmente il nostro vivere comune. Ma qui si compie il totalitarismo.

Immaginare un’Europa diversa è doveroso, il punto è che si è perso il senso del dovere.

In Italia c’è anche chi prova, con fatica, va detto, a farlo. Io, in fondo, credo nell’idea alla base del Partito Democratico, che ha un patrimonio di europeismo, di coraggiosa critica e di concreto programma per modificare la nostra società, che tende ad unire il riformismo in Italia sulla scia del compromesso storico. È un partito obiettivamente ammaccato da scandali, collusioni beffarde e scandalose, personalità indecenti, ma io ho sempre creduto nella necessità di impegnarsi per curare, guarire, raddrizzare le cose, e non mi voglio arrendere ad accantonare il nostro percorso, la nostra idea di fondo della realtà, che alfine potremmo anche riuscire a realizzare. Se vogliamo, mi sembrerebbe, facendo altrimenti, di non rispettare neppure la nostra storia. C’è da dire che sono in molti a non pensarla così: che preferiscono una storia fatta di punti e a capo. Ad andare avanti così io temo che le conquiste così come gli errori del passato si azzerino, le prime nuovamente da guadagnare, aggiungendo alla delusione nuova fatica, i secondi in cui ricadere.

Bisogna stare attenti, insomma, a non ricaderci davvero in certe trappole, perché, come di recente osservato dal Capo dello Stato, la pace non è un’entità astratta: la pace va costruita, va guadagnata giorno per giorno, lottando duramente, e non va mai smarrita. Poiché essa non è affatto scontata. Già nuovi scontri insanguinano il vecchio continente, anche se ancora nessuna somma negatività se n’è appropriata e li rivendica. Se dovesse invece esser così, temo nuove ricadute autoritarie in Paesi in base alle cui costituzioni formalmente esse non potrebbero verificarsi.

Da questo punto di vista – penso ai tentativi secessionisti in Veneto, che hanno portato ad arresti e al sequestro di un mezzo (adattato a carro armato!) proprio nei giorni scorsi, o a certe esasperazioni di taluni, parlamentari e non, che troppo spesso escono dal tracciato della buona democrazia – sono sconcertato dai recenti successi delle destre neofasciste e naziste cui facevo più su riferimento. In definitiva auspico un voto dato con giudizio, con acume ed anche con senso di futuro per queste elezioni europee, poiché nei disegni degli antieuropeisti non c’è che disgregazione, e le ricadute potrebbero essere devastanti per molte società, per molte economie, per molti principi, per molti Stati. Nel Belpaese, poi, abbiamo un’ulteriore variabile, criticabile e perfino deprecabile (ed io sono il primo ad essermi sempre pronunciato a sfavore) ma ancora fumosa e indefinita, individuabile nel Movimento 5 Stelle. Per ora, salve macchiettistiche figure che in effetti ricordavano da vicino fenomeni precedenti il ventennio (rogo di libri, interruzione dei lavori nelle Commissioni etc.), il movimento esprime malcontento ed asseconda anche bassi istinti, per cui, alla luce di quanto detto sopra circa le mie posizioni, non può che trovarmi fermamente contrario alle sue proposte. Però, dicevo, il movimento è servito indubbiamente a scuotere il nostro sistema politico, che sembra lentamente reagire e ripartire, in modo condivisibile o meno (e io non tutto condivido delle nuove impostazioni governative) ma quantomeno attivo. È servito forse anche a dare sfogo a un comune sentire che altrimenti avrebbe rischiato di esplodere in qualcosa di ben peggiore, come accaduto appunto in Grecia o in Francia. Ma per il futuro? Prevarrà la responsabilità e il buon senso oppure il buon senso sarà solo sinonimo di errore in buona fede (si fa per dire, perché il fatto che la storia sia magistra vitae non esonera nessuno dalle colpe del passato)? Id est: Grillo sarà argine dei movimenti neofascisti in Italia e in Europa o darà un contributo alla loro causa?

Ecco, però, per concludere, tutto ciò dipende proprio da noi, da noi cittadini, dalle nostre scelte, non solo elettorali ma più in generale di condotta etica e politica. So che questo mio scrivere, iniziato come lucida analisi, rischia di trascinarsi nella invocazione, nell’appello, nell’adunata verso una futura riscossa, tanto stereotipa quanto vana. Ma questa è la nostra vita: per noi, in quanto individui, non ve ne sarà un’altra, per la storia quello che faremo sarà ricordato. Sta a noi decidere in che modo: se come svolta o come monotona routine che si rincorre verso la decadenza.

Naturalmente io non dispongo di soluzioni particolari, posso solo analizzare più o meno lucidamente uno stato di fatto, ma una cosa la posso dire: partecipate. Partecipate con tutte le vostre forze perché il dibattito, la circolazione di idee, lo scambio di culture, nelle scuole come nei Parlamenti come fra gli Stati, non ci faccia omologare, alla fine, a delle piccole caricature di uomini. Io credo che, insaporendo la nostra democrazia, buone soluzioni possano essere trovate ai nostri problemi contingenti e futuri. Forse è anche per questo che ho accettato di scrivere qui, ho accettato di divulgare le mie idee in modo da ricevere io stesso nuovi stimoli. Questa potrebbe essere la sconfitta del pensiero unico. La vittoria del partito plurale.