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Il Centro-Sinistra su indicazione di D’Alema ha lavorato fin dal 2009 a costruire una “Coalizione tematica” comprendenti più forze politiche affini e non solo un partito a vocazione maggioritaria come nel 2008.

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Il Segretario eletto alle Primarie di quell’anno del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, è stato l’espressione di questo orientamento e in questi anni ha rinforzato l’alleanza con SEL, pur appoggiando il Governo Monti, ed ha collocato il partito molto più a sinistra di quanto abbia fatto prima Veltroni.
Bersani, rinfrancato anche dalla vittoria alle discusse primarie contro Matteo Renzi, è stato tuttavia prima logorato e poi spazzato via dalle divisioni interne, emerse in tutto il loro spessore a seguito del voto di Febbraio.
L’attuale segretario, Guglielmo Epifani, è reggente in attesa del Congresso autunnale e sta cercando di tenere unito un partito lacerato in correnti clientelari, senza definita identità e totalmente privo di una classe dirigenziale in grado di parlare all’elettorato italiano.

Queste problematiche non sono però il prodotto del disastroso risultato elettorale, a dire il vero ne sono la causa.

Il PD, nato in origine dalla fusione della Margherita e dei Democratici di Sinistra, ha fatto fino ad ora fronte comune solo contro la figura di Berlusconi ma sui contenuti è stato sempre diviso in varie correnti interne, simboli peraltro più di potentati clientelari che di vere e proprie tematiche di fondo.

I suoi esponenti di primo piano con la loro incapacità comunicativa e la loro idea di partito pesante e burocratico, ereditata dall’oramai defunto PCI, hanno senza dubbio concorso a determinare quella “vittoria mutilata” delle scorse elezioni dove la coalizione Italia Bene Comune è arrivata prima solo e soltanto nelle regioni a tradizionale trazione rossa del Centro-Italia, confermando la precedente nomea attribuita ai DS di “Lega di Centro”.

Queste mancanze in seno ai dirigenti del Partito hanno accentuato un fenomeno del tutto deleterio all’interno del centro-sinistra esploso in questi anni, quello della “Radicalizzazione” a sinistra della base del partito: quest’ultima infatti, sull’onda dell’alleanza con SEL e della vittoria di Bersani, si è spostata notevolmente a sinistra mentre il resto dell’elettorato italiano è rimasto moderato e ancora legato ad una idea di centro-sinistra, non di autosufficiente sinistra.

Qualcuno potrà ora obbiettare che questo non è vero, che il PD ha perso in quanto non sufficientemente a sinistra ma è davvero così?
Analizziamo i dati del voto di Febbraio.

Il PD arrivava alle elezioni in coalizione con SEL, partito contrario alle riforme sulla liberalizzazione del mercato, sull’innalzamento delle pensioni e sugli sgravi alle imprese, sotto l’insegna di “Italia Bene Comune”,
chi ha votato quindi questa coalizione?
A ben vedere le solite categorie sociali: studenti, sempre meno e sempre più tentati dal voto a Grillo o a Berlusconi, dipendenti pubblici e pensionati; operai, disoccupati e casalinghe, per non parlare degli imprenditori, hanno invece votato in massa PDL e M5S.

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La spiegazione di questo dato non è semplice.

E’ possibile azzardare che, salvo gli studenti da sempre più inclini al voto a sinistra, i dipendenti pubblici siano stati i più penalizzati dalle manovre economiche dei governi di destra mentre i pensionati siano ancora legati al voto di “fede”, che li lega all’erede naturale del PCI.

Ciò tuttavia non spiega la totale assenza di presa sulle altre categorie sociali, le quali hanno votato o a destra o un Movimento che va oltre gli schieramenti politici.

E come si può a questo punto sostenere che il PD non sia sufficientemente a sinistra se le professioni più storicamente legate alla sinistra votano destra o il Movimento?
E, soprattutto, come si può sperare di recuperarle proponendo politiche di sinistra se loro stesse optano per politiche miste o di destra?

L’ipotesi in cui, invece, il PD sia eccessivamente a sinistra pare, a mio avviso, più calzante e si lega con gli squilibri dell’elettorato italiano, nella sua componente minoritaria e più intellettualmente vivace collocato a sinistra attivamente, nella sua componente maggioritaria e “silenziosa” quantomeno al centro e in posizione moderata.

E il dato di fatto che ricorda come solo Romano Prodi, noto candidato moderato, abbia sconfitto a sinistra Silvio Berlusconi sembra comprovare questa soluzione.

Mancherebbero ora a questa analisi Sinistra, Ecologia e Libertà e Rivoluzione Civile ma faccio fatica a parlare di schieramenti che hanno raccolto in due il 5%.
Entrambi godono del complesso del “chi è più a sinistra” e sono, o meglio nel caso di Rivoluzione Civile erano, identificati totalmente nei loro rispettivi Leader Vendola e Ingroia.

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Il loro successo dipende dall’insuccesso del PD e dalla sua incapacità di richiamare al “voto utile “gli elettori, come dimostra la consultazione del 2008 dove Veltroni  raccolse il 33% dei consensi a fronte del 25,5% attuale, mettendo fuori dal Parlamento la sinistra arcobaleno, ferma al 3%.

La loro stessa esistenza nello spaccato politico italiano dipende essenzialmente da una scelta “Maggioritaria-Veltroniana” o “Federativa-D’Alemiana” del Partito Democratico, il quale anche in questa situazione si rivela essere quasi inconsapevole di tale forza.

In futuro, il PD dovrà quindi affermare concretamente e fieramente la sua identità, non scordandosi della lezione elettorale attuale e, possibilmente, ringiovanendo la sua classe dirigente.
In caso contrario, sarà destinato ad essere surclassato in ogni prossima consultazione.