3 Aprile 2020

“È facile criticare, quando non si fa”. No.

Che iattanza tragicomica in questa frase, ripetuta con ossessione per autoconvincimento degli sciocchi, al fine di giustificare la propria inadeguatezza, quando fanno. Spesso peraltro vanamente, ma credendo il loro fare indispensabile e non mancando di ricordarcelo.


No. È facile fare polemica sterile, attaccare l’altro solo perché la pensa in modo divergente o è diverso, cercando pretesti per smontare o delegittimare ciò che compie o ciò che è. Criticare, invece, è difficilissimo, ed è attività puramente politica.

Parto da questa seconda considerazione.

Ancora molte persone non hanno compreso o fingono di non aver compreso (perché appunto delegittimano con pretesti, più che criticare) che, in quanto siamo, siamo politici, e che politica non significa iscriversi a un partito o ricoprire cariche; men che meno significa retroscena grotteschi, notorietà, tatticucce, esercizio di (modesti, e quando non modesti comunque provvisori) poteri. O meglio, naturalmente politica è anche questo, ma non solo questo. Politica, senza scomodare l’etimo o la filosofia, è evidentemente vivere comune e contributo sociale. Senza aggettivazioni moraleggianti, perché questo vivere comune può essere salubre o insalubre, e questo contributo sociale può essere teso al progresso o all’involuzione, al soddisfacimento dell’altrui o del proprio interesse. Tingere in questo o quel modo la politica è rimesso ai singoli, giudicare la tintura alla morale.

Se poi vogliamo dire cosa sia più nobilitante, che il contributo politico vada nella direzione dello sviluppo umano e sociale è certo auspicabile. Ebbene, tale sviluppo viene realizzato, e realizzato politicamente, da qualunque attore sociale. Dal panettiere come dal poeta, vale a dire da qualunque protagonista del settore economico (commerciale, professionale, comunque lavorativo) o ozioso (in senso latino, e cioè di quelle attività che, diciamo così, fanno bene all’anima, abbiano o meno valore o risvolti economici). Tutte le attività umane, anche il gioco dei bambini, le passeggiate degli anziani al parco o le relazioni amorose private, esplicano (sono) attività politiche, in quanto hanno ricadute sui consociati ed esprimono fatti e bisogni che impattano direttamente o indirettamente sugli altri, quindi necessitano di coordinazione per una migliore loro espressione. E questa coordinazione è di due livelli. Il primo endopolitico, cioè dettato da quell’autoregolamento che il cittadino, nell’espletamento della sua attività, si impone, come singolo o come formazione sociale; il secondo esopolitico, che è gestione generale della collettività[1]. Quest’ultimo è ciò che normalmente si chiama politica (in senso stretto).

Ora, il paradosso. Non trovate sia più politico (in senso stretto) quanto già il cittadino o la categoria di cittadini fa, produce, amministra, consti tutto ciò in un’attività commerciale o intellettuale o privata o familiare, qualora nel compierlo questo attore abbia gli strumenti periti a farlo, e dunque dia un contributo al progresso della Nazione, di quanto invece sia politico il politico (in senso stretto) che, incapace, voglia occuparsi addirittura non di un cittadino o di una categoria, ma della generalità delle categorie? Questo è esattamente il cortocircuito che la nostra società ha generato. Il politico, cui dovrebbe essere demandato il compito di coordinazione e statuizione più delicato, è in realtà altamente impreparato e non qualificato a ciò, anche perché non è espressione perita di una qualunque categoria, ma proprio perché massimamente imperito cerca rifugio nella politica, che può garantirgli un futuro. Il che a me personalmente porta a pensare che questa non sia esopolitica, ma endopolitca, cioè un’attività umana (quindi comunque politica) volta al soddisfacimento però di un proprio interesse, e addirittura condotta con strumenti raffazzonati, ciò che rende il politico in senso stretto meno politico in senso stretto del politico in senso lato, e lo colloca appunto sul piano dell’endopolitica, con tradimento del suo ruolo sociale, che sarebbe di esopolitica: la società si ritrova cioè senza un attore dell’esopolitica, pur avendogli affidato questo ruolo (che dunque egli toglie ad altri) per lei fondamentale. E addirittura questo politico agisce con meno risvolti di etica pubblica del politico in senso lato, poiché il suo contributo sociale va nella direzione non del progresso, ma spesso della creazione di disarmonie e storture.

Voglio dire precisamente questo: il politico, nella maggioranza dei casi, è chi dopo la propria formazione (se può così essere chiamata, data la fisiologica immaturità che lo contraddistingue) non sa bene cosa fare, perché non è buono a nulla fondamentalmente, ma ama quel dolce sapore che solo la notorietà e il potere sanno dare, e quindi senza schiena dritta e spalle forti pensa di sobbarcarsi un carico pesantissimo di responsabilità e dignità nello svolgimento di funzioni pubbliche. Che inevitabilmente lo schiaccerà. Solo che, con lui, schiaccerà tutti coloro che malamente egli ha gestito, i quali magari sono proprio quei cittadini periti che la società mandano avanti politicamente, e cioè con contributo costante, faticoso all’avanzamento sociale: il lavoro che fonda la nostra Repubblica. Lavoro di qualunque entità, poiché anche i più modesti o i più limitati temporalmente partecipano alla costruzione della Repubblica. Semplicemente lavoro, stante però la necessità del lavoro, per essere chiamato tale, di essere eseguito a regola d’arte.


Già, regola d’arte. Perché fare tanto per fare è sommamente insensato, di solito è inutile, talvolta pure dannoso. Fare tanto per fondare una propria carriera endopolitica (ma che pretende di essere esopolitica) è nocivo per chi fa a regola d’arte, cioè per chi lavora, cioè ancora per chi fa politica. In senso lato, ovvio, ma nobilissimo e oggettivamente utile per il progresso sociale. Questa politica, che è quella che tutti svolgiamo, purché appunto condotta a regola d’arte, è esattamente ciò che ci è richiesto dalla Costituzione, a riprova del fatto che essa è politica, e correttamente la Carta la riconosce come tale. Sul lavoro è infatti fondata la nostra Repubblica democratica[2], e il lavoro è un diritto e un dovere proprio perché concorre “al progresso materiale o spirituale della società[3].

E allora, ritornando alla considerazione iniziale: criticare è attività puramente politica. Ed è difficilissimo.

La critica orienta le scelte endopolitiche e, soprattutto, esopolitiche, e in questo senso contribuisce al progresso materiale e spirituale della società. Proprio per questa ragione il diritto di critica è una delle manifestazioni della libertà di pensiero, è tutelato dall’art. 21 Cost. e incoraggiato dal suo combinato disposto con l’art. 4. E questo, si badi, indipendentemente dal fatto che la critica sia, come si dice, costruttiva o distruttiva. Così come per la politica, anche alla critica possono essere date connotazioni moraleggianti, ma questo esula dalla pienezza dell’esercizio del diritto, rilevando sul giudizio circa il come lo si eserciti. Anche se destruens, la critica comunque rimane cosa diversa dal puro esercizio di demolizione dell’altrui parere o essere per il semplice fatto di manifestarsi: polemica spicciola, quindi, che, pur rimanendo espressione politica per quanto su detto, non è critica. La critica è consapevole padronanza dell’argomento trattato, e tentativo di denuncia del medesimo. Che ciò sia fatto con intento distruttivo, per sgombrare il campo dall’argomento senza suggerirne di nuovi, o costruttivo, per correggere l’argomento, non rileva.

Il punto è che criticare, a differenza dell’attacco pretestuoso, è difficile, perché anzitutto occorre assoluta cognizione del fatto di cui si parla e che si critica, costruttivamente o meno; in secondo luogo, la critica è tanto più difficile quanto più sbagliato è il fatto; infine, la critica è tanto più difficile quanto più inconsapevoli e piccosi sono gli interlocutori.

Sul primo aspetto credo non occorra spendere troppe parole. Aggiungo però questo: la critica a vanvera, quella di chi non sa che dice, è in verità spesso tipica di chi “fa”. O meglio, di chi pensa di fare esopolitica (spesso facendo endopolitica, come su accennavo), e pensa per questo che chiunque non faccia come lui non abbia diritto di critica. Questo capriccioso atteggiamento è, a ben vedere, contrario a Costituzione più che meramente prevaricante: perché si vuol tappare la bocca agli altri dicendo loro che non sono al proprio livello, perché quelli là, invece, “fanno”. In questo modo: 1) si disconosce l’essenza intimamente politica della critica; 2) si nega un controllo critico su coloro che “fanno”. Due cose, se vogliamo, tipicamente fasciste. A ragionare così non dovrebbe aver alcuno spazio la stampa (quantomeno, non quella di regime), perché la stampa non è politica (poiché costoro hanno un concetto talmente svilito e rattrappito di politica che non condividono l’assunto principale di questo articolo), perché la stampa “non fa”. Ragionamento involuto da brividi, che inevitabilmente porta all’esposto corollario.

Il secondo aspetto: a volte nei ragionamenti di certe persone, soprattutto se credono di far esopolitica, talmente tutto è distorto e sbagliato, che è estremamente complicato criticare. La critica non può appuntarsi su qualcosa, perché dovrebbe in realtà radere al suolo l’intero ragionamento, contrario a ogni consequenzialità logica. Anzi, il qualcosa che si vorrebbe criticare, talmente è inserito in un pensiero perverso e insensato, che quasi con esso è armonioso, cosicché criticandolo, paradossalmente è la critica a non tornare. La critica parla cioè un linguaggio logico, poiché muove dalla considerazione perita dei fatti. E allora è forte la tentazione di dire semplicemente: è tutto sbagliato. È così che la critica passa, per bocca di chi viene criticato, ad attacco sterile. No. È talmente tutto illogico che non si sostiene in piedi, perché le fondamenta stesse del discorso o dell’agire sono forsennate.

Il terzo aspetto: meno l’interlocutore seguirà la logica e più ostenterà prevaricanti motivi egoistici, meno la critica avrà efficacia. Essa potrebbe non essere neanche decodificata, in quanto linguaggio che segue regole razionali, e quindi ignorata dal non sequitur continuato di chi è criticato. Se poi è decodificata, la critica viene percepita come pericolo, come grimaldello capace di smascherare l’assoluta inconsistenza. A quel punto basta delegittimare la critica, dicendo che “è facile criticare, quando non si fa”, senza rispondere nel merito. Il bello, poi, è che in questo Paese c’è chi parla di pericolo di fascismo. Torno a sostenere che il principale e più preoccupante fascismo è questo nulla cosmico che ci vogliono vendere come politica.

Ad ogni modo, proprio perché la critica è esercizio politico massimamente complesso, vale ancor più la pena esercitarlo. Anzi, io personalmente trovo che in questo momento (sia storico, sia personale), a causa delle significative delusioni occorse, l’attività più politica in cui io possa impiegare me stesso sia la critica. Non mancherò di muoverla.

Note

[1] Mi pronuncio in questi termini anche per esigenza descrittiva, ma si dovrebbe più felicemente ricorrere alla teoria degli ordinamenti di Santi Romano, alla quale, per approfondimento del lettore o chiave di lettura del testo, si rinvia (v. S. Romano, L’ordinamento giuridico, Firenze, Sansoni, 1918, consultabile in rete all’indirizzo https://www.omeka.unito.it/omeka/files/original/283b81edb0b0dd7727f9a6a0a0b24eb2.pdf).

[2] V. art. 1, comma 1, Cost.

[3] V. art. 4, comma 2, Cost.

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