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“Extension” di Gennaro di Leo ha portato sul palco un dramma totalmente “femminile”

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Gli spettatori di “Extension” diretto e scritto da Gennaro di Leo, si sono trovati Mercoledì 12 Aprile su una giostra in perpetuo movimento.
Ad apertura della scena i colori caldi e vivaci di un appartamento studentesco si sono fusi con quelli dei costumi, anch’essi sfavillanti. Una rappresentazione esteriore del caos e della vitalità interiore delle giovani universitarie che hanno portato sulla scena i loro drammi e le loro vite.

A mantenere questo effetto di straniamento e di capogiro hanno contribuito le battute. La ripetizione quasi nauseante delle stesse frasi esaspera ancora di più il senso di stordimento e di vortice che lo spettacolo crea già nella sua ambientazione scenografica. È il caos che diventa forma, ma con ordinata musicalità e con una bravura magistrale delle giovanissimi attrici nel sapere cogliere i tempi e nel non lasciare mai regnare il silenzio sulla scena.

Una scena, infine, in cui il cast è tutto al femminile. 

Donne giovani, studentesse, con i problemi dell’età ma anche allo stesso tempo invischiate in situazioni più grandi di loro, che le mettono davanti alla nuda realtà e le fanno crollare in pianti nevrastenici, soprattutto per quanto riguarda Bianca: forse la più fragile del gruppo? Sicuramente, come ha dichiarato l’attrice, Giulia Manfredi, Bianca: “Non è mai la più intelligente nella stanza, ma nemmeno la più stupida, è solamente non del tutto attenta a quello che le succede intorno; non è mai al centro dell’attenzione di tutti e questo sembra ferirla un po’, soprattutto se le persone a cui tiene di più sembrano non considerarla più di tanto, finendo con lamentarsi di qualsiasi cosa portandola piano piano all’esagerazione”. Un’esagerazione che non viene minimamente edulcorata in Extension, che mostra, forse un po’ troppo, la fragilità della protagonista, sempre pronta a piangersi addosso, ma mai realmente capace di prendere una decisione. Si affida alle spietate coinquiline e alla sorella, assente, come una bambina sperduta. Ilaria, sorella di Bianca, sembra per tutto lo spettacolo colei che per stesse parole dell’attrice, Chiara Santini, “delinea tutto per com’è realmente, senza lasciare più alcun dubbio.”

Tuttavia nemmeno lei scioglie completamente la vicenda, anzi, chiamata in causa come la vera risolutrice di tutti i problemi, anche lei, come le altre, non fa altro che ripetere le stesse frasi, che mostrare lo stesso cinismo.
Unico appiglio di Bianca, nella speranza di comprensione, si mostra sì comprensiva, ma in maniera affettata.
Viene da chiedersi se l’inconsolabile Bianca possa realmente riuscire a trovare qualcuno con cui sfogarsi, soprattutto nelle chiamate al fidanzato, Sergio, che all’oscuro dei problemi della ragazza deve tuttavia sopportare le sue (motivate?) scenate di gelosia. Si ritrova nel ruolo di protagonista nella vita della ragazza, ma allo stesso tempo all’oscuro dei suoi moti d’animo e della sua reale situazione.

Ma d’altronde gli uomini sembrano non sono mai i veri protagonisti, non solo a teatro dove rimangono meri nomi o suoni di citofono, ma nemmeno nella vita delle ragazze, soprattutto in Gilda diventano delle specie di marionette assoggettati al volere e ai capricci del sesso femminile.

A tal proposito l’attrice, Alice Fazzi, ha detto: “Gilda sa dire ciò che pensa e al contempo sa come nasconderlo, sa amare due uomini quasi quanto un paio di tacchi rossi, sa essere dolce ma anche crudele”, questa sua caratteristica è portata decisamente allo stremo. Tanto che se il vero talento sta nel farci arrivare ad odiare personaggi fittizi sicuramente questo è riuscito all’autore. Il suo cinismo e il suo assoluto menefreghismo, che si dipana nei dialoghi con l’amante, ci mostra quanto una donna possa con la propria intelligenza e intraprendenza dominare l’universo maschile nel momento in cui appare come l’essere più debole. Allo stesso modo si muove per la casa con atteggiamento da “reginetta di bellezza” spandendo charme e sentenze stizzose che fanno precipitare la più debole Bianca nel baratro della disperazione.

Questo ruolo fasullo e vitreo non è rilegato agli uomini, ma si allarga a comprendere l’amore stesso, così come fa intendere Silvia quando citando il poeta Dylan Thomas sottolinea la presenza di numerose amanti e del vino, decidendo infine di concedersi anzi alla bottiglia, unica portatrice di fugace gioia.

Tuttavia anche il pessimismo, nutrito di letteratura, di Silvia si squarcia quando in scena entra Stella, che, dal nome profetico, la porta a vedere la luce e a capire finalmente che l’amore è più che mera parola scritta.

La giovane attrice di Silvia, Irene Bondielli, ha affermato ciò: “Dal poeta (Dylan Thomas) impara che a bere si protegge la propria innocenza. Innocenza che lei, bicchiere dopo bicchiere, inizia a esporre, a tirar fuori, entrando nel gioco dei discorsi delle coinquiline”. La ragazza sembra essere infatti la vera illuminata del gruppo, tanto che nel finale è colei che coglie il momento, che riesce ad assaporare, seppur per un fugace attimo, ciò che di vitale c’è nella letteratura.

Stella è per stessa affermazione della sua interprete, Natalia Menconi, colei che “porta confusione, travolgendo un caos già esistente” non che colei che scioglierà la risolutezza di Silvia portandola all’altezza di noi comuni mortali, mostrandoci le sue debolezze e, allo stesso tempo, il suo finale riscatto. Ma d’altronde Stella già di per sè, nel suo significato più letterario, non rappresenta la guida? La stella polare, colei che non fa perdere il navigante, che non farà perdere l’ubriaca, di vino e letteratura, Silvia.