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Anche nel 2015 Artissima (http://www.artissima.it), la principale fiera d’arte contemporanea in Italia, ha reso Torino la capitale dell’arte mondiale; la manifestazione, che fino dalla sua fondazione nel 1994 unisce la presenza nel mercato internazionale a una grande attenzione per la sperimentazione e la ricerca, quest’anno si è svolta dal 6 all’8 novembre articolate in 6 sezioni: Main Section, in cui si trovano le gallerie internazionali più consolidate, New Entries, spazi espositivi con meno di 5 anni di attività, Present Future, sezione ad invito con stand monografici di artisti emergenti provenienti da tutto il mondo, Back to the Future, approfondimento critico su artisti attivi tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, Art Edition, spazio per le gallerie specializzate in edizioni, stampe e multipli d’artista, Per4m, sezione nata l’anno scorso dedicata alle performances; in totale ad Artissima sono intervenute 207 gallerie da 35 Paesi, il 67% composto da espositori stranieri. Artissima si svolge all’Oval Lingotto, conosciuto anche come Oval Olympic Arena, stadio di vetro costruito per ospitare le gare di pattinaggio di velocità dei XX Giochi Olimpici Invernali nel 2006 tra il villaggio olimpico e il complesso di archeologia industriale del Lingotto, diventato un’area espositiva e fieristica integrata nella struttura del Lingotto Fiere; perseguendo la vocazione sperimentale e culturale che ne costituisce il tratto peculiare e distintivo, Artissima afferisce alla Fondazione Tornio Musei nel realizzare un impegno espositivo che per tre giorni fa pulsare d’arte l’intera città. Quest’anno particolare attenzione è stata data agli stand di Back to the Future, ospitati in un’area indipendente nel centro della fiera, focalizzati sul periodo ’75 – ’85, decennio di passaggio in cui sembra esaurirsi la radicalità degli anni

precedenti e si preparano ripensamenti e nuove sperimentazioni; selezionati da un comitato coordinato dalla curatrice indipendente Eva Fabbris, è stata un’occasione per rivedere e “ripensare” artisti fra loro molto eterogenei, da Vincenzo Agnetti a Pierre Klossowski, da Nanda Vigo a Clegg & Guttmann. L’attenzione ai grandi innovatori del linguaggio dell’arte vuole rafforzare la comunicazione tra generazioni artistiche sottolineando come le istanze fondamentali del lavoro di quegli anni riemergano oggi con l’idea di conoscere il passato per meglio capire il presente e proiettarsi nel futuro.
Tra le molte iniziative collaterali, i Walkie Talkies, 12 conversazioni itineranti tra curatori e collezionisti che conducono i visitatori tra gli stand riflettendo insieme su gallerie, artisti e opere, e gli incontri organizzati da Banca Intesa per realizzare un innovativo programma di gestione dei patrimoni artistici individuali.
Un grande successo di pubblico ha premiato anche quest’anno il connubio tra Artissima e ZonArte, il progetto promosso e sostenuto dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, che riunisce i Dipartimenti Educazione delle principali istituzioni piemontesi dedicate all’arte del nostro tempo: Castello di Rivoli, PAV Parco Arte Vivente Museo d’Arte Contemporanea Fondazione Pistoletto, Fondazione Sandretto, Fondazione Merz, GAM Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea. Dopo l’esordio del 2010 alla Fondazione Merz, nel 2012 ZonArte è ritornata in Fiera rivitalizzando lo spazio Musei in mostra con workshop, incontri con artisti, conferenze, dibattiti e tavoli di confronto aperti a tutti, performance interdisciplinari, attività per famiglie e bambini. Nello spazio di ZonArte alla conoscenza, tradotta in esperienza per tutti e inclusiva, si affianca la riflessione sui valori educativi, relazionali, sociali, culturali dell’arte, un inedito percorso di ricerca teorica e di approfondimento filosofico all’interno della Fiera.
Fra le manifestazioni artistiche collaterali che hanno animato la città, davvero splendida nella sua cornice storica di prima capitale d’Italia, la Fondazione Sandretto ha presentato Rinascimento, la prima personale in Italia di Adrián Villar Rojas, artista, nato in Argentina nel 1980, affermatosi a livello internazionale con un linguaggio di forte impatto emotivo che, esplorando il potenziale narrativo della scultura contemporanea con molteplici richiami alla storia dell’arte così come alla cultura pop, dai fumetti alla letteratura, dal cinema alla fantascienza alla musica, realizza opere che si caratterizzano per la forte componente installativa, capace di trasformare profondamente gli spazi in cui si inseriscono, dando vita a scenari, mondi da attraversare, film fatti di sculture. Proprio come fotogrammi cinematografici le opere di Villar Rojas raccontano per immagini la storia umana dai reperti preistorici ai paesaggi più avveniristici o post-apocalittici e la registrano nella fisicità della materia in un processo costante di evoluzione e decadimento. Sono tipiche le grandi installazioni, realizzate in una miscela di argilla cruda e cemento, dall’aspetto fratturato, crepato, come se la materia fosse già in stato di avanzata corruzione, come se il tempo stesse trasformando gli oggetti in rovine di fronte ai nostri occhi. Una fragilità non solo apparente ma reale per il destino di opere molto spesso non sopravvissute all’evento espositivo e concepite per essere effimere durando la durata di una mostra.
Questa dimensione entropica dell’opera si manifesta anche nell’impiego di materiale organico che fondendosi con quello inorganico, naturale o artificiale, dà vita a ibridi inquietanti, artefatti instabili, soggetti a continue mutazioni. Animali, piante, minerali, fossili e reperti di un mondo oggettuale prodotto dall’uomo si compongono in un universo dalle sembianze distopiche carico di tutta la memoria del mondo; è proprio lì, immerso nello spazio grande e silenzioso, che nello scenario di un’apparente apocalisse lo spettatore inizia a cogliere i germi della vita: “Rinascimento”, simbolico titolo dell’opera, ovvero rinascita del mondo attraverso la suggestione dell’arte.
Da sabato 7 novembre e fino all’8 marzo, la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli accoglie Ed Ruscha Mixmaster, una selezione di oggetti provenienti dalle collezioni pubbliche della città, connesse al lavoro dell’artista americano (Nebraska, 1937), coinvolto in prima persona nella scelta di alcuni capolavori custoditi nei musei sabaudi. L’alternativa fiera The Others, giunta alla quinta edizione, ha raddoppiato i suoi spazi; alle suggestive celle dell’ex carcere Le Nuove – che durante la kermesse fieristica ha riunito i progetti delle gallerie nate dopo il 1 gennaio 2009 – si è aggiunta quest’anno l’ex Borsa Valori, che fino all’8 novembre ha fatto da sfondo alla mostra Exhibit. Un’altra fiera – Flashback – ha occupato fino all’8 novembre gli spazi del Pala Alpitour Isozaki; con il logos “tutta l’arte è contemporanea” sono state riunite arte antica e moderna, da Ribeiras a Fontana, presentate quest’anno da ben 35 gallerie. Paratissima, la fiera dedicata a più di 400 artisti emergenti, è tornata a Torino Esposizioni con Useless Army, la sua mostra di punta, fino all’8 novembre.
Il Castello di Rivoli, costruzione che risale al IX secolo, per la favorevole posizione prospiciente la piana di Torino e la Val di Susa scelta come residenza dai Savoia, che nel 1644 realizzarono nella cosiddetta “Manica Lunga” la pinacoteca, oggi sede di una spettacolare raccolta d’Arte Povera, dal 1984 ospita uno dei musei d’arte contemporanea più conosciuti in Europa per il dinamismo espositivo e la ricchezza della collezione; quest’anno propone al suo pubblico la prima mostra personale in un museo italiano dell’artista tedesca Paloma Varga Weisz, nata a Neustadt nel 1966; Varga Weisz vive e lavora a Düsseldorf e proprio il vecchio continente sembra essere al centro delle fascinazioni visive postmoderne proposte dall’artista che – attraverso un’iconografia densa di rimandi all’arte rinascimentale e alla cultura simbolista – crea complesse installazioni di grande intensità poetica, a volte inquietante, spesso contemplativa, sospesa tra universo onirico e reale. La mostra dal titolo tratto da una poesia di Paul Celan, Root of a Dream (Radice di un sogno), si compone di un’ampia selezione di lavori, da quelli giovanili sino alle opere più recenti, capace di restituire l’articolata e complessa ricerca formale ricca di riferimenti psicanalitici e con una forte attenzione al rapporto con la memoria e il corpo, soprattutto femminile.
La Fondazione Merz propone una mostra di Christian Boltanski, nato a Parigi da padre di origine ucraina il 6 settembre 1944, artista, fotografo e regista, noto soprattutto per le sue installazioni, anche se lui stesso ama definirsi pittore, pervase dal tema della morte, della perdita e della memoria; importante protagonista dell’arte contemporanea, espone per la prima volta a Torino l’istallazione DOPO, un progetto ideato in relazione alla storia sociale e culturale della città, racconto corale che rimanda alla memoria collettiva ed individuale, intrecciando passato e presente. La storia e il tempo di svolgimento della vita umana costituiscono la materia del suo lavoro, la vulnerabilità è la sua forza e la riflessione sull’assenza è il suo modo per esprimere la passione per il reale. La Fondazione Merz partecipa, inoltre, al progetto L’Albero della cuccagna: nutrimenti dell’arte, mostra diffusa sul territorio nazionale che coinvolge numerose istituzioni pubbliche e private a cura di Achille Bonito Oliva, con un’opera inedita dell’artista cileno Alfredo Jaar contenente un chiaro riferimento alla campagna maoista del 1956, iniziata incoraggiando la libertà di parola e di critica costruttiva per promuovere la rivoluzione ma poi brutalmente interrotta, trasformandosi in una vera disgrazia per il dibattito culturale e intellettuale; un concetto che Alfredo Jaar ha già affrontato, ma mai prima d’ora sotto questa forma e in uno spazio aperto. L’artista disegna il simbolo dell’infinito (∞), utilizzando fiori che tracciano il perimetro dei due cerchi; nell’accostare il numero di 100 fiori al simbolo dell’infinto l’artista inverte la formula di Mao e rinnova un appello alla coscienza e alla bellezza della natura: una bellezza destinata a esaurirsi se non si è in grado di affrontare le critiche costruttive; completa l’installazione la scritta al neon “Che cento fiori sboccino”.
LUCCA, 26.12.15 GianGuido Grassi