14 Dicembre 2019

Harry Potter e La Maledizione dell’Erede

di J.K. Rowling, John Tiffany & Jack Thorne

harry_potter_and_the_cursed_child_special_rehearsal_edition_book_coverC’era veramente il bisogno di un nuovo capitolo di Harry Potter? Era necessario trasportare il giovane mago su un palcoscenico? 

Sono domande che è stato palese porsi fin da quando Harry Potter and the Cursed Child è stato proclamato all’intera comunità non-magica, o per intenderci “Babbana”, scatenando nei più grida di gioia e commozione, segnando il grande ritorno di uno dei protagonisti e universi fantastici più seguiti ed idolatrati degli ultimi anni. Non vi sono ormai dubbi, la Rowling ha lasciato il proprio marchio su un’epoca, ha dato vita ad un fenomeno di massa che raramente riscontriamo in letteratura e che altrettanto raramente, quando si parla di libri, ha un seguito così considerevole e duraturo.

I dubbi, tuttavia, su questa ottava, nonché canonica, storia non erano pochi, in primis perché questa si presenta ai nostri occhi non come un testo in prosa, bensì uno scriptbook, vale a dire il testo teatrale originale, la sceneggiatura, su cui si basa l’omonima pièce che va in scena nel West End di Londra, il cui numero di repliche sembra inesauribile per l’insistente quantitativo di fans eccitati all’idea di andare a vedere i propri beniamini a teatro. Il secondo punto, forse quello fondamentale, riguarda il fatto che Harry Potter è sempre stato considerato come un blocco di sette storie, a cui poi l’autrice ha voluto aggiungere qualche meta-libro come “Animali Fantastici & Dove Trovarli”, “Il Quidditch attraverso i secoli”, “Le Fiabe di Beda il Bardo”, ed i recenti “Storia di Hogwarts” per adesso editi solo in e-book. Harry, Ron ed Hermione si sono fermati esattamente dove tutto è iniziato, al Binario 9 e 3/4, diciannove anni dopo la Grande Battaglia di Hogwarts, ben due decadi dalla b68e44880ef2378f6c7e325ec6f12cf9fine di Voldemort ed i Mangiamorte, e noi, in quanto lettori, avevamo cristallizzato e digerito l’idea di quel finale tanto commovente quanto aperto, covando forse il desiderio, segretamente celato, che un giorno si potesse tornare con i figli di questi tra le mura dell’antico castello scozzese, ma mai al contempo pronti a metter lì tale sogno nero su bianco.

Il Perché? Per chi scrive è semplice: nella sua perfetta architettura narrativa Harry Potter è stata una serie di libri che, volenti o nolenti, ha fatto il suo lungo corso, crescendo ed istruendo un paio di generazioni, se non addirittura tutte quelle di fine anni ’90 fino a quelle di fine anni ’2000, dando tanto al mondo della letteratura per bambini e ragazzi (ed adulti), contribuendo a donare una sensibilità maggiore al lettore e inserire nel sotto testo alcuni grandi valori di vita mai sbandierati, con sapienza, attraverso una scialba retorica o anonima morale. Tutto questo, nel suo insieme, ha vissuto con armonia in quei sette manufatti che richiamavano anche un significato strettamente simbolico, che donava all’opera quel misticismo ed esoterismo riscontrabile persino in alcune delle sue pagine. I Sette anni di Hogwarts, i Sette Potter ne I Doni della Morte, landscape-1445606246-harry-potter-epilogue1i Sette Horcrux… 

Un momento, gli Horcrux in realtà erano otto, non sette, l’ultimo creato da Colui-che-non-deve-essere-nominato fu fatto in maniera del tutto estranea alla volontà del Signore Oscuro. Ironia della sorte, forse con il senno di poi, dietro svariati punti di vista, anche questa nuova storia possiamo considerarla come l’ottava vicenda fuoriuscita incautamente e forzatamente dalla mente di un’autrice che non sentiva il bisogno di portarla alla luce.

ckxlitjwsaidwzgLa Maledizione dell’Erede sembra, infatti, contenere al suo interno il binomio “operazione commerciale – operazione nostalgia, contrapponendo da un lato il bisogno di voler accalappiare schiere di fans magari non tanto affini alla saga storia, per via della giovane età (cosa che fa sentire vecchio chi scrive), che ormai ha quasi vent’anni, ed allo stesso modo non dimenticare in disparte coloro che hanno reso queste avventure immortali comprando libri su libri ed oggetti di marketing senza ritegno in passato (tra cui vi rientra con orgoglio ha lavorato al suddetto inserto). Due aspetti che possono emergere sia prima che si legga il libro in questione, scendendo nel pregiudizio, sia, però, dopo aver terminato la storia. Il grande problema di questo script è infatti il volersi congiungere con un mondo che non solo ci appare ormai lontano, ma che ha ben poco da offrire e quel che sa regalare al lettore non è che un riciclaggio di scene, personaggi e azioni che vivono del riflesso degli originali, non avendone però né la forza, né la coerenza né, tanto meno, l’efficacia di quelle raccontate in prosa anni fa.

Due righe è bene spenderle per la trama, il plot tanto temuto ed osannato, incentrato su un Harry Potter ormai adulto, sposato con Ginny e con tre figli a carico, impiegato al Ministero della Magia che deve fare i conti con il difficile relazionarsi con il suo secondogenito, Albus Severus. Questi, arrivata l’età in cui ha la possibilità di andare nella Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts scoprirà ben presto di non essere destinato alla fama del padre, di avere non molto in comune con lui e di nutrire gusti completamente diversi. Fa amicizia con Scorpius, figlio di Draco Malfoy e viene assegnato alla Casa di Serpeverde, dando vita ad una vera e propria svolta nella genealogia delle famiglie Potter-Weasley. Con il passare degli mesi, che presto si tramuta in anni, Albus accusa sempre maggiormente il distacco con il padre e la propria famiglia fino a che la rabbia, la gelosia e l’invidia lo portano a commettere una sciocchezza che rischia di essere fatale per l’intera comunità magica. Con Scorpius a fargli da spalla, 1469611827980-cachedi due andranno indietro nel tempo, torneranno nel passato per cambiare il destino di una persona che è venuta a mancare solo a causa di Harry Potter, il grande e coraggioso Bambino che è Sopravvissuto, l’eroe, senza macchia e paura, dell’intera comunità magica.

Abituati alla prosa scorrevole, sarcastica e ironica della Rowling, alla sua penna ed al suo tocco “magico”, l’impatto con un testo teatrale inizialmente può destabilizzare il lettore, perché bisogna approcciarsi ad esso in maniera diversa e bisogna avere la consapevolezza che tali dialoghi siano fatti per essere recitati da persone in carne ed ossa. Recitati, non letti. Se a questo inciso vogliamo aggiungere l’ormai quasi istantanea associazione di determinati volti a determinati personaggi, non è una novità che l’effetto scaturito possa apparire ai più assai strano ed introverso. Pur tuttavia questo non limita la godibilità dell’approccio verso questo ottavo volume, anzi, può essere un incentivo in più per addentrarsi nella storia.

harry-potter-cursed-child-2-0I dubbi e le incertezze emergono quando questi dialoghi si colorano di sfumature e contenuti di dubbia qualità ed il primo dei quattro atti rimane in assoluto il peggiore. Costellato di innumerevoli cambi di scena, che dal vivo a Teatro saranno conditi da effetti speciali, pirotecnici e scenografici di alto livello e impatto, sulla carta questi vertiginosi mutamenti portano ad una gran confusione nel lettore, prediligendo un dinamismo che, invece di approfondire la psicologia dei nuovi co-protagonisti e far tornare il lettore in quel grembo materno di magia fatto dalla Rowling, lo conducono in un vortice repentino di battute sparate a raffica, come se gli autori, che specifichiamo essere John Tiffany e Jack Thorne, abbiamo evitato un primo atto lento e preparatorio ai successivi tre, favorendo invece un approccio immediato e istantaneo. Il volere di chi ha scritto il testo pare essere basato sulla convinzione che a teatro, luogo dove in alcuni paesi (tra cui il nostro) viene associata solitamente una classe di persone frequentatrici dotata di una certa “intellettualità”, lo spettatore medio non possa seguire più di tanto forme di dialogo complesse o particolarmente tragiche e per questo sia necessario un ristretto numero di battute seguito da un costante e frenetico dinamismo scenografico affinché l’attenzione sia sempre alta. Se, magari, sul palcoscenico questo aspetto può funzionare, nella mente del lettore, ed in special modo in quella di coloro che vengono da anni di letture di Harry Potter, tale decisione mette in evidenza tutta una serie di superficialità e difetti che, alle lunghe, evidenziano la solida debolezza di una trama a cui manca un vero e proprio motivo d’esistere. Una lacuna non da poco, harry-potter-cursed-child-not-a-bookinfatti, in questo libro si lega proprio al fatto che esso non offra una storia capace di rivaleggiare con le altre.

In parte, tale mancanza, nasce da una pessima gestione dei personaggi. Lasciando da parte il discorso riguardo al quale secondo alcuni sarebbe giusto non toccare più figure “sacre” una volta che queste hanno finito di raccontare quel che dovevano dire al lettore (sarebbe stato poi importante sapere come è cresciuto Oliver Twist? Ci interesserebbe oggi leggere il seguito di Pinocchio? A qualcuno importa della vita di Sam nella Contea dopo la partenza di Frodo? Io credo di no!), ciò che è importante sottolineare in questa pièce è che ad essere gestiti in maniera errata sono i protagonisti che stentiamo a riconoscere, per quel che riguarda quelli storici, e con cui facciamo fatica a provare empatia. Di tutto il campionario qui proposto, in una rosa che abbraccia innumerevoli comparse a volte del tutto superflue, solo una manciata di questi sa lasciare il segno e l’unico personaggio a vivere di luce propria è proprio Scorpius Malfoy, impacciato, sincero, leale, intelligente e coraggioso amico di Albus.

Gli adulti che ci vengono descritti sono echi lontani di quello che erano un tempo: Harry è terribilmente indeciso, non sa come fare il padre e rischia di avere il diabete; Ginny è tutto fuorché fornita di una qualunque impronta che possa darle un minimo di personalità; Ron è costantemente fuori luogo, per non dire che dia l’impressione di essere o drogato o ubriaco in quasi ogni scena in cui deve dire qualcosa; la nemesi di turno è scontata e banale, nemmeno lontanamente pari a quei nemici dotati di una minima ambiguità e profondità psicologica; la professoressa McGonagall più che adatta a fare la preside sembrerebbe pronta ad entrare in una casa di cura, nemmeno lontanamente riconoscibile da quella che era un tempo; Severus Piton gioca a fare il buono, distruggendoharry-potter-cursed-child-5 così quello splendido capitolo ne I Doni della Morte dove l’epifania a cui venivamo messi di fronte resta ancor oggi una delle vette più alte mai raggiunte dalla penna della Rowling; ed Albus Silente? Un manipolatore, un uomo che mette più dubbi nella testa delle persone che certezze.

A queste sfumature vanno aggiunti ritorni tra le fila nemiche poco desiderati che sono sinonimo di una scarsa originalità e voglia di farsi piacere al pubblico di vecchia data. Arriviamo, dunque, al fattore “originalità”, aspetto che è quasi del tutto carente nell’opera, poiché La Maledizione dell’Erede, come detto sopra, non fa altro che proporre le stesse situazioni sia nel tempo che nello spazio.

0bc551a1711d8aa92dad26d0c89efc5eProbabilmente Harry Potter and The Cursed Child sarà uno spettacolo straordinario da vedere a teatro, capace di coinvolgere lo spettatore non solo a livello mentale, ma anche fisico, e non ci sono dubbi che nel vederlo recitato l’effetto possa produrre tutt’altre considerazioni, ma sulla carta, lo scriptbook teatrale è poca roba, non tiene nemmeno alla lontana il confronto con i suoi predecessori, fa rimpiangere i fasti del passato, la sensibilità dell’autrice e la sua delicatezza, ma soprattutto non sa trasferire in chi lo legge neanche un attimo di genuina bellezza che permetta di rivivere con lo spirito quei luoghi e momenti a cui in molti si sono abituati e lasciati coinvolgere. Un eccesso di ubrys contro i propri idoli, un’azione di tracotante arroganza, ecco che cos’è Harry Potter e La Maledizione dell’Erede, a cui fa seguito una traduzione di dubbio gusto, dove parole del tutto estranee al contesto fanno capolino di tanto in tanto (“Nerd” resta la preferita) e appiattiscono gli scialbi dialoghi che si riprendono solo in alcuni frangenti nel terzo e quarto atto. Compriamolo pure questo libro, basta essere consapevoli di cosa abbiamo tra le mani e si tolga dai nostri occhi quel luccichio di chi sogna ad occhi aperti, poiché Thorne, Tiffany e J.K. Rowling hanno tramutato un bellissimo sogno durato vent’anni in un orribile incubo che sarà difficile sia da metabolizzare, credere e apprezzare.

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Harry Potter, J.K. Rowling, John Tiffany, Jack Thorne,
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Claudio Fedele
Claudio Fedele

[Email: cicifedele@gmail.com] Nato il 6 Febbraio 1993, residente a Livorno. Appassionato di Libri, Videogiochi, Arte e Film. Sostenitore del progetto Uninfonews e gran seguace della corrente dedita al Bunburysmo. Amante della buona musica e finto conoscitore di dipinti Pre-Raffaelliti.
Grande fan di: Stephen King, J.R.R. Tolkien, Wu Ming, J.K. Rowling, Charles Dickens e Peter Jackson.

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