“’68 in Movimento”: martedì alle 17 Ferruccio De Bortoli ospite di UIN al Cisternino di Città

Michele Parisi - 21 Ottobre 2018

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Il ’68 e i suoi risvolti politico-legislativi – Intervento per il “Dialogo con Ferruccio De Bortoli”

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Qui di seguito una riflessione sul ’68 e sulle sue implicazioni politico-legislative. Da questo articolo trarrò il mio intervento di martedì, che proporrò all’incontro con Ferruccio De Bortoli sul ’68. Se volete partecipare al dibattito e avete spunti sul tema, vi aspettiamo il 23 ottobre alle ore 17.00 al Cisternino di città, Largo del Cisternino n. 13.

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Desidero soffermarmi in particolare sul ’68 italiano e sul tipo di riflessi che questo ha avuto a livello politico-legislativo, e cioè come la contestazione e la proposizione di nuovi valori socio-culturali abbia inciso in quel contesto. È appena il caso di notare che quando parliamo di ’68 ci riferiamo a avvenimenti assolutamente eterogenei tra loro, nati e nutriti da contesti ognuno particolare: gli stimoli che hanno animato la primavera di Praga, principalmente riconducibili al desiderio di emancipazione dalla stretta sovietica, sono molto diversi da ciò che ha soffiato il vento statunitense, su impulso della lotta per i diritti civili e della contestazione alla guerra in Vietnam, o dal maggio francese. In Italia, forse, il vero, unico episodio è stato quello dei fatti di Valle Giulia, e si può dire che per il resto il ’68 si è sviluppato in ritardo e molto a lungo per tutto il decennio successivo, intrecciandosi con gli eventi degli anni di piombo, fino ad esempio alla contestazione a Lama del ’77, preludio di fatti diversi e anche molto più gravi che hanno scardinato gli equilibri politici italiani.

Per circostanziare la situazione italiana, non dobbiamo scordare che il ’68 arriva a venti anni esatti dalla stagione della Costituente, durante la quale giovani brillanti e anziani illuminati avevano cercato di trasfondere in un testo costituzionale indirizzi sociali e civili molto evoluti, probabilmente lontani da un sentire comune, o vicini a questo solo nello spirito e nella volontà di sviluppo morale e materiale, forse non tanto nella sensibilità a certi valori o istanze, se non per il desiderio di libertà e eguaglianza che è figlio della Resistenza. Ebbene, nel ventennio successivo fu necessario realizzare la Costituzione materiale anche attraverso riforme che modernizzassero il Paese e lo accostassero alle democrazie più mature rispondendo a esigenze sociali contemporanee e già molto sentite. È stato forse lo spirito che animava quella classe politica, già in larga misura padrona di una nuova sensibilità culturale, a portare a una stagione legislativa riformatrice capace di agire con razionalità e senso del progresso. Dopo un ritrovato slancio economico che ha allargato a ampie fasce di una popolazione preindustriale un benessere anche materiale, negli anni ’60 i Governi Fanfani e Moro aprono ai socialisti e si muove nel Paese una coscienza politica forte, che porterà a importanti riforme tese a concretizzare fondamentali principi costituzionali: nel 1970 il divorzio (e la contemporanea legge sul referendum abrogativo, che finalmente realizza uno strumento costituzionale inattivo, insieme alla attuazione delle Regioni, che segnano un altro importante passo verso la partecipazione politica della cittadinanza attraverso nuove istituzioni alla stessa più vicine); nel 1975 la riforma del diritto di famiglia, con importanti riflessi sulla condizione della donna, dei figli – allora – illegittimi; nel 1978 la legge sull’aborto. Poi improvvisamente quella stagione si esaurisce, anche per fatti politici concorrenti (l’uccisione di Moro, il fallimento dell’integrazione del PCI nel sistema di governo del Paese), e il sistema politico si irrigidisce nella fase del Pentapartito, fase che peraltro è la madre dell’attuale situazione socio-economica (il debito pubblico comincia a gonfiarsi in quel periodo, arrivando a incidere pesantemente sulle future scelte politiche), soprattutto per l’alto livello di corruzione raggiunto che porterà a Tangentopoli prima, al “ventennio berlusconiano” poi, e infine alla stagione attuale di estrema incertezza e confusione.

Ecco, la domanda che mi sorge spontanea sul movimento del ’68 rispetto a tutto questo è la seguente: quanto le rivendicazioni e i mutamenti di costume, anche sociale, hanno influito su quella importante stagione di riforme e modernizzazione – direi soprattutto civile, di coscienza – del Paese? Se la fase dell’attuazione della Costituzione e del riformismo (poi, è vero, successivamente continuata, ma in modo timido, dispersa in mille rivoli, che ogni tanto affiorano a fiume carsico con politiche legislative o economiche strutturali, e per il resto si perdono nella piccola contingenza di piccolo respiro e di breve termine) non dipenda più dal sentimento figlio della Resistenza e del ’48 che non dal desiderio di sovvertire l’ordine del ’68; e quanto invece le conquiste culturali e di costume del ’68 abbiano inciso sulle riforme e sul loro progressivo affievolirsi e spengersi. In altre parole: il ’68 è stato in questo senso un punto di arrivo, esplosione troppo caotica di un sentimento già presente nella società, capace più di esaurire che di generare, o un punto di partenza che è riuscito solo in parte a svilupparsi e incidere compiutamente sulla politica? Ovviamente questo al netto della oggettiva rivoluzione nei costumi che quel periodo ha comportato e che ha riguardato anche il far politica, ma forse molto meno la politica che fa, cioè quella legislativa.