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Michele Parisi - 27 Novembre 2018

A TESTA IN GIU’, un labirinto di gesti e parole

Michele Parisi - 27 Novembre 2018

Il fascismo-pensiero

Michele Parisi - 27 Novembre 2018
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Sono in molti a temere, oggi, recrudescenze fasciste.

Tra questi, anch’io. Tuttavia, vi dirò, non sono affatto preoccupato dai saluti romani e dalle nostalgie di camicie nere o busti del duce, che pure sempre più numerose germinano nel nostro come in molti altri Paesi europei e occidentali. I cosiddetti neofascismi e neonazismi. Non mi fa paura il fez, non mi fanno paura i naziskin, né le svastiche. Ma mi fa paura che a spaventare gli antifascisti siano queste cose: perché così facendo temo si smarrisca la consapevolezza di cosa sia il reale oggetto del fascismo. E se non si mette a fuoco questo, non è possibile combattere il fascismo.

Occorre a mio parere distinguere il fascismo storico dal fascismo come pensiero, senza scordare che il fascismo di Mussolini, quello dei fasci di combattimento (che è fascismo storico), è stato talmente importante e fondativo di quel tipo di visione delle cose e della politica che per denominare questa si è eletta, a sineddoche, la parola fascismo per connotare il pensiero (ed ecco il fascismo come pensiero).

Il fascismo storico non è che una species del genus fascismo-pensiero, è una delle tante possibili manifestazioni, nel tempo e nello spazio, del fascismo. E allora, io credo, non si deve temere il fascismo storico, per due motivi:

  • perché, anzitutto, esso ha dei limiti temporali ben definiti, dunque appartiene decisamente al passato: il fascismo di Mussolini, a sua volta ripartibile in tanti periodi, nasce, per approssimazione, nel 1919 e si chiude nel 1945; quello di Hitler ha altri confini, così come quello di Franco o di Salazar, o di Pinochet; e altri ancora ha il fascismo dell’MSI; e altri ancora gli ulteriori n fascismi. E se taluni di essi vivono nel presente, come ad esempio quello di CasaPound, certo nel presente esistono e vanno combattuti, ma sempre considerandoli nel loro essere fatti storici, magari non ancora esauriti, ma pur sempre tali. Ebbene, questi fatti si danno appunto nella storia e in questa dimensione vanno studiati, se conclusi, o studiati e osteggiati, se viventi. È assurdo giudicare la storia e prendere posizione fingendo che sia ora: è cosa molto diversa dal capirla e, inserita in un unico concatenarsi di eventi ininterrotti, comprenderne gli effetti prodotti sull’oggi, per prendere posizione, sì, ma su questi ultimi. Per dire: abbiamo retaggi ancor oggi vivissimi che ci provengono dai sumeri (la scrittura, la matematica, l’orologio) e che possiamo giudicare oggi, ma non possiamo giudicare la loro società o la loro religione, solo studiarla e comprenderla;
  • perché il fascismo storico che ha caratterizzato in modo indelebile il nostro Paese, con l’esercizio del potere, è un fascismo che ha prodotto opposizioni che si sono organizzate in funzione costituente di uno Stato, e hanno posto norme di vario rango per evitare che il nuovo ordine costituito possa essere contagiato da quel fascismo storico. Oggi, quel fascismo, è un reato. Sussistendo gli estremi di legge, esso va accertato e eventualmente punito, secondo il regime democratico che ci governa, non diversamente da un omicidio, un’ingiuria, una truffa, un furto, ovviamente col diverso grado di stigma sociale e di rimproverabilità attribuita a ciascuno di essi dal legislatore. Non quindi manifestazioni di piazza servono per combattere quel fascismo, ma tribunali con prove: se una persona o un movimento compie fatti che possono essere sussunti in una norma, e che rispondono a tutti i requisiti dalla legge stabiliti per poter essere qualificati come reati, occorre dimostrarlo in un giudizio, e al reo sarà imposta una pena nei limiti di legge, dopo avergli assicurato un giusto processo.

In generale: non mi preoccupa il fascismo storico – qualunque fascismo storico – perché esso è un effetto. Va combattuto, certo (e ovviamente secondo Costituzione), ma una volta sconfitto non si sconfigge che un effetto. La causa rimane ferma, e può produrre nuovi fascismi storici. Anzi, più questi si tagliano via, più è facile che ricrescano e si moltiplichino, un po’ come l’idra di Lerna, che a ogni decapitazione faceva seguire due nuove teste. No, il mostro fascismo va abbattuto mozzando la testa immortale. Cioè il fascismo-pensiero.

In cosa consista questo fascismo-pensiero può essere difficile a dirsi, e sono state fornite molte interpretazioni al riguardo, ma forse, nel nostro piccolo, la storia può aiutarci. È noto che Giolitti, in una prima fase del fascismo storico mussoliniano, ritenne di poter assorbire e istituzionalizzare il fascismo, così come nella sua carriera politica altre volte aveva fatto, ragionando da liberale e uomo di Stato, con altri movimenti che egli riteneva antisistema, per usare parola attuale. Fu l’errore di chi confonde appunto il fascismo storico, che al limite può essere governato, sconfitto o assorbito, con il fascismo-pensiero, che normalmente nutre il primo e lo anima, ma che con la morte di questo non muore. Giolitti agì sul fascismo storico, e fu da questo surclassato. I liberali in verità hanno spesso fatto questo errore, anche quando il fascismo storico stava concludendosi o dopo concluso: Croce definì il fascismo malattia morale, una grande fase di insalubrità politica capitata all’Italia dopo il regime monarchico-liberale e superata dalla Repubblica. Ecco, questo è forse minimizzare il fascismo, o meglio descriverlo solo in una sua manifestazione storica: ed è indubbio che il fascismo storico sia una fase temporalmente collocata dopo l’età liberale e chiusa dalla Resistenza e dalla Costituente. E si mozza una testa dell’idra, ma ne nascono due (tant’è che un altro fascismo storico è subentrato a quello mussoliniano).

Chi invece capì il fascismo-pensiero fu un altro grande liberale, Piero Gobetti, che lo descrisse come autobiografia di una Nazione, cioè il risultato di una dimensione antropologicamente presente negli italiani, non formati, rabbiosi, rancorosi, pronti a facili soluzioni e dediti alla caccia alle streghe, alla semplificazione, all’additamento del nemico. Il fascismo non è malanno di stagione, è malattia congenita, è un modo di pensare la politica infantile, promiscuo, confuso, banalizzato e arrogante. E pure i fascisti, che pure davano altro giudizio di valore o connotazione morale al fascismo, avevano in fondo ben più chiaro dei loro oppositori (di ieri e di oggi) cosa fosse il fascismo: per loro, un completamento dell’Italia, un movimento dello Spirito di un popolo che portava a termine o evolveva un percorso. Al netto del giudizio positivo o negativo, il fascismo è proprio questo, un sentimento che nasce dal popolo, quando il popolo si sente monco, privato, non compiuto.

Mi permetto di interpretare a mio modo questo processo. Il fascismo-pensiero è la minorità civile e politica dell’uomo. Quando il cittadino non esercita virtù politiche, egli è portato ad abbracciare appunto un pensiero semplificato, molto approssimativo e privo di aperture al diverso: rannicchiato e abbrutito, incattivito, il pensiero non approccia il complesso cercando di capirlo, interpretarlo e risolverlo, proponendo soluzioni appunto politiche, ma banalizza la realtà in una prospettiva manichea, di cui sceglie ciò che ritiene bene e lo impone, spesso con la forza e la violenza (verbale e fisica, culturale e umana), su quello che ritiene male. Il fascismo è minorità, ciò che può voler dire tante cose, spesso mescolate tra loro, spesso tutte presenti, spesso solo in parte: populismo, istinto non ragionato, qualunquismo, razzismo, ignoranza, arroganza, violenza, presunzione, esaltazione di volontà, prevaricazione, etc. etc. È in altre parole una manifestazione del costume di un popolo che smette di riflettere, non si sforza di capire, ma vuole ciecamente, ed è disposto a fare il suo stesso male, nel lungo periodo, pur di affermare la sua piccola volontà immediata. È un sentimento presente nell’uomo che solo l’esercizio della virtù e della morale, accompagnate da una formazione di scienza, può tacitare: nelle società è lo stesso, ma in larga scala. Una società educata alle virtù civiche e politiche, evoluta, inclusiva, non-violenta, è una società illuministicamente uscita dallo stato di minorità che è il fascismo-pensiero, e che dunque non lo pratica nella dimensione storica.

Ahimè, amici, oggi questo fascismo-pensiero non è estirpato, ma anzi prolifera. Ed è preoccupantemente trasversale. Ecco perché non temo il folklore fascista, che è cosa ridicola, al più rilevante come reato. Ma temo il fascismo-pensiero, e il fatto che non ci si accorga che, mentre ci si contrappone senza sentire ragione, magari osteggiando un fascismo storico, si propugni il fascismo-pensiero, trascinando il dibattito pubblico nel circolo vizioso della banalità, del pressappochismo, dell’irragionevolezza, della violenza. E questi mali sono tutti ahimè negli italiani: sono nei politici, sono nella società civile. Molto raramente si esce dalla contrapposizione sterile per abbracciare la comprensione paziente e difficile della complessità. Figurarsi se è possibile governarla. E i giovani, che ovunque vedono questa educazione politica, un’educazione di minorità, sono portati al fascismo-pensiero. E lo realizzeranno, lo daranno nella storia: quale sia la forma, quale sia il colore, dal nero al rosso, dal verde al giallo, dall’azzurro all’arancio.

La cura migliore al fascismo-pensiero è studiare, e accompagnare l’acquisizione di scienza a una crescita proporzionale di virtù eticamente civiche. Fare cioè politica, e farla con perizia e cura. Cedere. Dialogare. Comprendere. Tollerare. Dare un contributo al progresso morale e materiale. Trovare punti di riferimento laici che guidino tutti, e su tutti la legge, formata nei modi costituzionalmente democratici. In sostanza, il migliore appello ai giovani rimane quello che Gramsci rivolse nel primo numero de L’Ordine Nuovo. «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza». Soprattutto a tutti noi giovani: istruiamoci, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Per quanto preparati ci sentiamo, abbiamo sempre l’umiltà di riconoscere che dobbiamo ancora capire, che siamo ancora troppo limitati. Istruiamoci per debellare il fascismo, perché molto rare sono state le parentesi di razionalità e integrità, e perlopiù gli italiani sono stati e rimangono intimamente fascisti.