6 Dicembre 2019

Domenica scorsa, al festival del ridicolo di Livorno, Pippo Civati e Francesco Costa, moderati dal direttore artistico Stefano Bartezzaghi, hanno risolto il cambio d’iniziale che il titolo dell’evento enigmisticamente proponeva. Il censo del ridicolo ha affrontato con leggerezza e spirito, chiavi di lettura sempre necessarie per capire la realtà dei fatti, un tema, forse il tema, dell’attualità politica. Come la derisione, direi proprio la derisione sopra tutto, costituisca arma sempre più affilata nelle mani dei politici, e messaggio sempre più fruibile e richiesto dagli elettori.

Nei vari passaggi dei loro interventi, tra l’ironia, l’umorismo e l’amaro, è emerso sicuramente questo dato, il quale tuttavia può prestarsi a contrapposte letture, entrambe rilevate e probabilmente entrambe effettive, benché contraddittorie. Lo sberleffo in politica, se da un lato svilisce spesso la nobiltà della rappresentanza e delle istituzioni (nobiltà che, per vero, sembra andata perduta da tempo, e non per gli sberleffi), dall’altro avvicina il cittadino e scalda la partecipazione, riattivandola laddove spesso è… diciamo assonnata. E questo aspetto della faccenda è, almeno per Civati, da tenere comunque in considerazione come nota positiva.

Ora, l’ironia in politica è sempre esistita, non è cosa di adesso. Semmai oggi c’è un tratto differenziatore – e anche gli ospiti di quell’incontro lo hanno individuato – che è tutto nell’eccesso. E c’è nei tempi correnti un eccesso di tutto. Specialmente di violenza, di spettacolarizzazione e, è inevitabile, anche di ridicolaggini. Siano esse volute o, più spesso, non volute… siparietti in cui la politica incorre, nolente. E se l’ironia è sempre servita ai politici per dileggiare e sminuire gli avversari, o anche presentarsi più simpatici agli elettori (tra le tante di Andreotti, ma in realtà attribuita: “mi prendo in giro da solo visto che non ci riescono gli altri”), a un certo punto è diventata arma per screditare o raccogliere più consensi, giocando al ribasso in modo indegno (dalle barzellette al cucù alla Merkel), finché la satira spicciola non è divenuta la sola illustrazione della politica, ridicolizzando ogni cosa perché è necessario dare in pasto al pubblico dei personaggi, burattini sempre meno curati (le ormai mascherate di Crozza, per via delle quali Bersani sarà sempre e solo quello che smacchia i giaguari, e non già il politico da giudicare per le molte cose negative o positive che abbia fatto). Voglio dire: nella distorta percezione comune la satira non ha più un suo ruolo, ma connota tutta la politica, e cioè il politico è ridicolo. Non è strano che i comici abbiano assunto un ruolo attivo, abbiano creato partiti, e tutta la lotta politica si riduca allo shish, al Giggino, alle dirette facebook, allontanando sempre più non solo i contenuti, ormai irrimediabilmente persi in questo Paese, ma pure la forma, l’estetica. In questo modo è difficile restituire alla politica un’immagine di dignità, se tutto è congiuntivi sbagliati, gag, blastare sui social, fatti li cazzi tuoi. Dalla composta ironia che poteva stroncare in punta di fioretto un’aria di serietà che comunque non veniva disprezzata, ma solo alleggerita, mettendo in dubbio forse il merito, mai il metodo di chi politica la faceva con passione; all’umiliazione, addirittura, al bullismo di Trump contro gli avversari di partito (l’acqua di Rubio) o i disabili.

 

Insomma, alla fine, pure da quel palco, emergeva la necessità di maggiore compostezza, perché anche l’umorismo e il senso del ridicolo sono un’arte, che può essere usata in modo raffinato o rozzo. Ed è forse preferibile, nella cura della cosa pubblica, essere più sottili. Resta il fatto che più la si spara grossa, più si raggiunge consenso, ed è questo che, molto venalmente, la politica stessa quasi sempre cerca. D’altra parte tutti i toni sono diventati talmente esasperati… anche nella dialettica e nello scontro, che smettono di essere critica e si fanno distruzione fine a se stessa. E allora si capisce che a un Travaglio avvelenato e capace di attribuire a tutte le cose la stessa (e sempre iperbolica) gravità, finendo per confondere il reale scandalo con le sciocchezze, un Berlusconi non possa rispondere che con la pulizia della sedia. Divertente. Oggettivamente spassoso. Alla fine a un eccesso che chiama, un altro, opposto, risponde. La dignità è però lontana, e il gusto del comico è troppo più alto e nobile di tanta decadente stupidità.

Il comico, del resto, non è mai stato stupido. Peccato che il pubblico non lo abbia ancora capito.

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