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Impressioni astratte sull’indipendentismo, anche catalano

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Non sono spagnolo o catalano. Sono europeo, ma è qualcosa che ancora vuol dire troppo poco. Non posso quindi, perché non ne sono intriso e non ne attingo, andare a scandagliare le ragioni più profonde che hanno portato alla situazione che si è venuta a creare in Catalogna per almeno tutta la seconda metà del 2017. Posso però, da europeo che ancora non ha identità ma che vorrebbe averne, astrarre e in astratto parlare. Perché il faro che si vuole rintracciare, e che dovrebbe guidare comunità e popoli (se di popoli v’è ancora traccia ai giorni nostri) tanto diversi, a mio parere ha da essere proprio un qualcosa di astratto, da poter distendere con i dovuti modellamenti sulla concretezza della cittadinanza europea: una norma, quindi, una legge (in senso lato).

Ora, ciò che mi preme dire circa la questione catalana è molto semplice. Anzitutto che la ricerca della indipendenza è tema della massima serietà, da approcciare con il giusto rispetto. E poi che, per lucidità e onestà intellettuale, dobbiamo ammettere, dopo la dovuta deferenza, che l’indipendentismo è ed esige, e non si atteggia in altro modo. È perché deve esistere, deve essere sentito, preferibilmente da un popolo che esprima uno Spirito: ché sennò è capriccio di alcuni, o vizio. Esige perché, una volta che è, si deve bastare, non riconosce altro, deve volere, non può dialogare e soprattutto deve fondare.

Allora io mi chiedo: uno. Se esiste un popolo, o se un popolo reale è tenuto in scacco da invasati della secessione, mossi da qualcosa che sta a metà tra il campanile e i quattrini;

due. Se questo popolo vuole: vuole squarciare ogni legame; vuole costruire e costituire un’identità giuridica oltreché di folklore; vuole riempirla di contenuto, normandola e normalizzandola; vuole, in una parola, l’indipendenza;

tre. Se si rende conto, codesto popolo che fosse e che esigesse, che per fare tutto ciò è necessario, proprio perché il di più dell’essere e dell’esigere non può venire in considerazione, tornare a uno stato precostituente, uno stato di natura non tra esseri umani ma tra porzioni di popolo. Che diviene imprescindibile per ottenere ciò, non solo non riconoscere, ma finanche ignorare come se non esistesse l’autorità di uno Stato che si pretende occupante e usurpatore, così come la sua Costituzione. Solo questo può portare a parlare di indipendenza.

Ecco, io personalmente non vedo, nell’orizzonte europeo che, al netto delle difficoltà che ci sembrano enormi, ma che in verità parrebbero proprio essere minima cosa rispetto alle aberrazioni di cui l’uomo è capace, le quali comunque sono molto poco lontane da noi, e ancora meno dalla neodemocratica Spagna… dico, che, al netto di questo, è un orizzonte di prosperità e di pace, un unico motivo per cui una terra storica dell’Europa unita dovrebbe pretendere, in tale cornice economica, sociale e culturale, una siffatta nuova ragione di essere, e cioè l’indipendenza.

Tutto questo sarebbe già abbastanza, ma non è tutto. Perché, in questa Europa che, è vero, è prospera e in pace, si annida comunque un germe insidioso, quello dell’odiosa e perniciosa imperizia, dell’irrazionalità e della disarmante assenza di carattere. Perché tutto quello che si è detto non calza sull’Europa attuale, e non avrebbe avuto alcun adito, alcun minimo spiraglio per poter porre neppure la questione, con la serietà che le si conviene, se politici con la schiena più dritta avessero amministrato la cosa pubblica catalana, spagnola, europea. Poiché la serietà è cosa appunto seria, e apposta (o appiccicata… ) su una burletta rischia di diventare essa stessa la burla.

Troppo disordine, troppe idee confuse. Basterebbe solo più buon senso per capire che certe cose non hanno proprio senso, ed essere coerenti con tale buon senso nelle azioni politiche.

È sempre un brutto periodo quello in cui la politica smarrisce la misura delle cose e non prende decisioni conseguenti all’analisi razionale della realtà: ma ancora più brutto è il periodo che invece del tutto conseguentemente, ahimè, di norma gli succede.