“THE 1975”

Michele Parisi - 13 Aprile 2014

VIVA FIORENZA!

Michele Parisi - 13 Aprile 2014

In difesa del corvo – dissertazione semiseria

Michele Parisi - 13 Aprile 2014
Share

Pussa via, brutta cornacchia! et similia.

Ricordo la goliardica tristezza di noi giovani classicisti, che invece di produrci in volgari gesti apotropaici additavamo per scaramanzia gli iettatori chiamandoli parrae (da parra, ae, uccello del malaugurio, che in realtà è poi un’upupa). Insomma, il corvo come uccello nero e  sciagurato, quando non addirittura cattivo e maligno, maledetto da Noè perché invece di riportare notizie della terra, non fa più ritorno, fermandosi a cibarsi delle carcasse.

Paul_Gustave_Dore_Raven1

Una simbologia tetra e quasi mortifera quella del corvo. Tanto scontata che viene da chiedersi se essa non dipenda forse da un’ignoranza dell’uomo, da una paura derivata da incomprensione.

In realtà una diversa interpretazione di questo uccello è possibile: e non il semplice malinconico e fascinoso gusto del macabro, tra il romantico e il gotico, che deriva da quel lugubre “Mai più” che risponde il corvo a qualunque domanda di Edgar Allan Poe. Il terrore, la colpa, l’orrido, si sa, affascinano, ma non è questo il punto.

Il punto risiede invece nella paura dell’uomo di aprirsi al contraddittorio portato dal diverso.

Vincent_van_Gogh_(1853-1890)_-_Wheat_Field_with_Crows_(1890)Per esempio, prima di morire Van Gogh dipinse il Campo di grano con volo di corvi, interpretato da tutti come espressione della sua malattia, della folle concezione del mondo e dell’esistenza, del suo senso di morte. L’inquietudine, certo, traspare dalla tela, ma la scomparsa del grande pittore ha ingigantito questo profilo fino a adombrare altre letture dell’opera: si sa invece che Van Gogh amasse rappresentare la potenza della natura nei suoi dipinti (si pensi solo a Notte stellata) come simbolo di una forza benevola, panica e primitiva. Indubbiamente il tormento traspare dalle pennellate, non solo da quelle del cielo cupo e tenebroso, ma anche dall’agghiacciante luminosità del giallo del grano. Però, ogni qual volta ho potuto apprezzare l’opera l’ho sempre interpretata come una sorta di cammino verso il sollievo, perché mi è sempre sembrato che i corvi, anziché indirizzarsi minacciosi verso chi guarda, si allontanino, portandosi via quell’oscurità e regalando, al loro passaggio, come un po’ di serenità, bonaccia, se vogliamo anche abbandono, che è già qualcosa di più malinconico ma non poi tetro.

Gli_UccelliPer non dire dell’invasione dei corvi ne Gli uccelli di Hitchcock: brivido, horror, certo, ma trasmesso probabilmente da un’eccessiva presenza dell’uomo, una sua brutale imposizione a costo anche di distruggere o deturpare la natura. Che poi si ribella e fa sentire prepotentemente le proprie ragioni al genere umano, il quale, credendosi vittima, è forse in realtà carnefice. E poi nel film non sono solamente i corvi a inquietare, sono forse soprattutto i gabbiani e gli albatros. Una canzone di Vinicio Capossela riprende una riflessione dal Moby Dick di Melville e dice: sebbene sia associato a quanto di più dolce, onorevole e sublime, niente è più terribile di questo colore (il bianco), una volta separato dal bene, una volta accompagnato al terrore […] la fioccosa bianchezza dell’albatro […]. Il nero del corvo sembra insomma solo un pregiudizio.

enricocer_totoninettocorvoLo conferma più di chiunque altro il corvo di Uccellacci e uccellini. Pasolini si premura di precisarlo nel corso della pellicola: ricordiamo che il corvo è un intellettuale di sinistra – diciamo così – di prima della morte di Palmiro Togliatti. Il corvo segue Totò e Davoli per tutto il loro bizzarro percorso, raccontando un’improbabile parabola densa di significato, infastidendo i due col suo porsi interlocutorio e intellettuale, finché alla fine costoro non se lo mangiano, annoiati dai suoi discorsi e in preda ai morsi della fame. Come dire, chiudere le orecchie e aprire lo stomaco.

Perché spesso ciò che ci fa comprendere meglio la realtà, come un sollievo che può derivare dalla morte per una vita di inquietudine, o una riflessione sulla distorsione dei rapporti sociali e familiari degli uomini, inserita in un più ampio contesto di sopraffazione nei confronti della natura, o un naturalissimo invito a ragionare e argomentare per uscire dalle piccolezze umane, fa paura: fa paura perché spesso la realtà è inaccettabile o mette tutto in discussione. E allora la si evita. Se ancora non basta, si brucino sul rogo le streghe! L’importante è mangiare.

Povero corvo, che prova a aprirci gli occhi ed è fatto simbolo di malasorte.