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INTEGRAZIONE E IMMAGINAZIONE: nei panni di un vaffanculo

Alice Rugai - 28 Ottobre 2015
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Talvolta pronunciamo parole senza esattamente capire ciò che diciamo, vogliamo dire, e gli altri capiscono. Integrazione, come immigrazione, è una di quelle.

Immaginate uno studente che esce dalla sua libreria preferita, con un sacchetto carico dei nuovi libri appena acquistati per l’università. Immaginate un uomo di colore che gli si avvicina, gli chiede un euro, lo studente risponde che non ne ha, anche se non è vero. L’uomo chiede pietà, dice che ha fame, e lo studente ripete che non ha soldi ma conosce strutture dove potrebbero aiutarlo a mantenersi da solo, a prendere il permesso di soggiorno, ad integrarsi. Immaginate un sonoro vaffanculo da parte dell’immigrato, un vaffanculo di caratteri cubitali, che Zerocalcare probabilmente disegnerebbe in neretto a forma di lama che taglia il povero studente in due. “Ma io ho fame”.

 

Il vaffanculo del senso di colpa storico, che magari in Italia è limitato rispetto ad altri paesi con la fama di colonizzatori, agisce immediatamente e lo studente si sente una merda. Lo studente non sa neanche cosa sia la fame, ha sentito di immigrazione alla tv e ogni tanto legge qualche articolo su facebook, non è colpa sua se non capisce, se è rinchiuso nella sua mentalità piccolo-borghese, che per di più continua ad utilizzare lessico comunista fuori contesto. L’immigrato invece ha fame, quella vera, non ha mangiato e ovviamente non gli importa al momento di imparare la lingua del paese che lo ospita, non gliene frega proprio nulla dell’integrazione e il suo “Vaffanculo” scortese ne è l’emblema, di quel menefreghismo apparente, non è mica colpa sua se non capisce che lo studente cercava di aiutarlo. Che magari lo studente non aveva neanche il portafoglio così pieno, che può andare a regalare soldi a tutti quelli che passano. Non è mica colpa loro, se non si capiscono.

 

E allora di chi è la colpa?

Quando smetteremo di cercarla, forse troveremo l’integrazione. L’integrazione in questo senso non è altro che una traduzione, un interpretare, un mettersi nei panni dell’altro. Sembra una cosa stupida, perché è così semplice, e le cose semplici sembrano stupide, ma senza empatia non avremo mai l’integrazione. L’immigrato arriva in una condizione di vulnerabilità, e come ogni essere vulnerabile è spaventato, se poi vi aggiungiamo una dose di ignoranza riguardo i nostri sistemi legislativi, dinamiche sociali e via dicendo, può crescere in lui un odio sottomesso, un “vaffanculo”.

In Italia c’è sempre questo dualismo malsano nella politica, e quindi o sei razzista o sei a favore dell’immigrazione. Ma cosa significa essere a favore dell’immigrazione? Si fa presto a dire che Salvini è un cretino e insultarlo con simpatici memes, ma questo aiuta gli immigrati fino ad un certo punto, come li aiuta quell’euro che per noi è solo un resto. Dalla parte di chi arriva ci sono tante pretese e speranze, e le capacità del nostro welfare sono sopravvalutate, dalla parte di chi accoglie c’è un qualche implicito senso di superiorità culturale e, molto spesso, una capacità di compassione quasi inesistente. Questo è dovuto ad una mancanza di immaginazione, perché non riusciamo a metterci “nei panni” dell’altro.

 

Se riusciamo a districarci nel labirinto del sito internet dell’Istat, scopriamo che i numeri parlano chiaro. E se le nostre argomentazioni si basassero su fatti invece che aria fritta reciclata da informazione cattiva, o troppo superficiale, ci renderemmo conto che l’Italia è un paese di migranti e non di immigrati. E non mi sto riferendo alla storia passata, alle immagini delle navi cariche di italiani che andavano in America, tanto strumentalizzate dalla fazione anti-Salvini. Parlo di oggi, dei numeri degli italiani all’estero. Tutti d’accordo che la famigerata fuga dei cervelli sia un tipo di immigrazione diversa, ma non pensiamo che via dallo stivale ci vadano solo i “geni” o i poveri sfortunati che hanno deciso di dedicare la propria vita alla ricerca. La maggioranza insegue il sogno americano, che ora potremmo più chiamare il sogno inglese. Guardare il caso di Londra, letteralmente invasa, ma gli italiani non mancano all’appello di nessuna capitale europea. Il livello di inglese degli italiani in Inghilterra, ad esempio, non è sempre superiore al livello di italiano che hanno i venditori ambulanti di colore da noi. Ma queste realtà non interessano l’Italiano medio, che a volte parla dell’immigrato come nella Germania nazista si parlava degli ebrei, che magari quando lo studente torna da un’esperienza di studio all’estero gli domanda: “Ci sono tanti stranieri là come qui?”. E lo studente come dovrebbe rispondere?

 

A definire il termine “straniero” sanno fare tutti, ma poi quando uno si trova a dover recitare quella parte cresce il  disagio.Come inizi ad essere straniero? Quando si finisce di essere stranieri? Sono gli 80- 200 euro per il permesso di soggiorno superiore ai tre mesi, che fanno l’integrazione in Italia? È la cittadinanza che non ti rende straniero in un paese che non è il tuo? E quando un paese è il tuo? Dopo qualche anno di residenza, solo perché ci sei nato, o perché è il paese di un tuo genitore? Straniero a questi punti sembra quasi una parola sbagliata, inutile, senza senso. A Londra siamo “foreigner”, siamo noi gli stranieri.

La cultura nel mondo di internet, ryanair, erasmus e globalizzazione, é un po’ un fatto di responsabilità individuale. Quindi se ci si basa sulla definizione di wikipedia che afferma che il termine integrazione indica l’insieme di processi sociali e culturali che rendono l’individuo membro di una società, e si aggiunge che sono gli individui a fare i processi culturali, allora la deduzione è semplice: sono le persone a fare l’integrazione. Ecco cosa è questa misteriosa integrazione, siamo noi. Siamo noi, che un vaffanculo alla volta, dovremmo imparare ad essere non di destra, di sinistra, neri, bianchi, occidentali, orientali, cattolici o musulmani, ma solo umani.

Non dovremmo aver bisogno di una foto di un bambino morto su di una spiaggia per muovere la nostra immaginazione e la nostra compassione. E il nostro agire non dovrebbe essere di elemosina, ma di guida, di aiuto per porre le basi di un futuro sostentamento autonomo. Numerose sono le associazioni in Italia che si occupano di politiche simili, di dare sostegno economico, insegnare Italiano, trovare lavoro e casa e sui siti internet della Polizia di Stato e Sportello Immigrazione si possono trovare tutte le informazioni che pensiamo di sapere ma che invece non sappiamo affatto. Ci stupiamo ancora se i rifugiati siriani hanno il cellulare e ci sembrano delle bufale gli articoli del Vice che descrivono le situazioni degli italiani immigrati che vivono nei sottoscala e simili. Fatevi un giro di rapide letture fra i post di gruppi facebook come “Italiani a Londra”. Finchè non avremo l’immaginazione per capire che non tutti gli stranieri sono uguali fra loro e diversi da noi, l’integrazione vera non ci può essere.  Più che una presa di posizione serve una presa di coscienza, perché anche col buonismo si risolve poco. Queste persone sono come saremmo stati noi in un paese diverso, forse,  e non sono tutti uguali, non sono tutti cattivi o tutti buoni, tutti ignoranti o tutti istruiti. Chi scappa dalla guerra non ha bisogno delle stesse cose di chi arriva “solo” da un paese povero. Dovremmo concentrarci sul fatto che anche noi quando ci spostiamo creiamo le stesse problematiche di fraintendimenti culturali, e ci isoliamo fra connazionali .

Serve una presa di immaginazione per cambiare veramente le cose, e abbiamo il diritto, tutti, nel processo, di qualche sano vaffanculo.

 

 

Alice Rugai