I secoli passano, gli uomini restano. L’Olimpico come Pompei.

Michele Parisi - 15 Luglio 2015

Un sogno europeo, fallito

Michele Parisi - 15 Luglio 2015

Italiano e anglismi, inglese e italianismi

Michele Parisi - 15 Luglio 2015
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In questi giorni è stato rilasciato il trailer di Suicide Squad.

A parte che si sarà notato il lemma trailer, laddove sarebbe stato possibile usare promo. Ma, se ci fate caso, da un po’ di tempo molti titoli di film di produzione straniera (soprattutto hollywoodiana) non vengono più tradotti dall’inglese o, se va bene, si affianca loro un sottotitolo italiano. E fossero solo i film! Da anni ormai subiamo un alluvionale vomitarci addosso anglismi, storpiature inglesizzanti, parole inglesi o slang più o meno beceri. Ad esempio si fa il download da Internet attraverso un browser per installare il software sull’hard disk del computer, quando si potrebbe anche dire che si scarica dalla rete, usando un motore di ricerca, un programma da installare sul disco rigido dell’elaboratore. Vabbè, forse quest’ultimo termine può sembrarci stonare, e in effetti un minimo di contaminazione non fa male, anzi, arricchisce una lingua. Purché la lingua si arricchisca e non si annichilisca. Ma, del resto, taluni fanno un brunch per avere un break da un meeting di lavoro; altri fanno jogging ascoltando il walkman (più modernamente l’iPod); e c’è perfino chi va oltre, postando e poi taggando gli amici su facebook, o addirittura twittando per i propri followes, o uploada foto su instagram; per non parlare di quelli che shippano, che nemmeno i borseggiatori! Uff… una bella invasione, non c’è che dire. Sapete qual è l’espressione inglese per dare l’idea di questa esasperazione nella contaminazione della lingua? In inglese si dice: an englishman italianised is a devil incarnate, o addirittura si dice (in inglese!) inglese italianato è diavolo incarnato (che suona tipo ingleis itchalianaetchow ì djiavoulo ‘ncarnaetchow).

Ebbene sì, la contaminazione linguistica portata all’eccesso in inglese suona come italianizzazione, sottolineando quasi la spocchia di chi usa un linguaggio carico all’inverosimile di parole straniere: e ciò deriva dal fatto che la maggiore contaminazione da una lingua estera della modernità anglosassone deriva, pensate un po’, proprio dall’italiano, sia veicolato da francese e spagnolo, sia giunto direttamente dal Belpaese. Ma era (e spesso continua ad essere, anche se da un secolo a questa parte è uso ormai in declino) un’abitudine ridicola, altezzosa e, spesso, celante un’ignoranza di fondo del parlante. Ugo Foscolo, a lungo esule in Inghilterra, ove morì, annotava in proposito: molti lo studiano [l’italiano], pochi lo imparano, tutti affettano o presumono di saperlo. Una mania snobistica insomma (oops!, pardon – beh, questo è francese). C’è da dire che storicamente tutto ciò è stato superato, anche se non da moltissimo, grosso modo dall’ultima guerra mondiale, ma degli strascichi questo diavolo incarnato li ha pure oggi. Would you like some pizza? Vabbè, questa era facile, ma: I’m studying algebra; V for Vendetta, great movie!; listen to the radio; the eruption of a volcano; an espresso, please; e non occorre tradurre una miriade di parole in ambito musicale (concerto, piano, crescendo, opera, pizzicato, aria, soprano, allegro: what instrument do you play? I play viola etc.).

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In inglese, un po’ tutti i campi del sapere sono stati influenzati, nel linguaggio, dall’italiano, specialmente in epoca elisabettiana (quando nacque l’esclamazione su citata), ma in generale tale fenomeno si registra da quando Goeffrey Chaucer scopiazzò il Decameron fino al Settecento inoltrato: in letteratura vi sono parole come sonnet, stanza, canto o novel; non parliamo dell’arte, ma vi basti sapere che in inglese sinonimo di Renaissance è Quattrocento, pronunciato probabilmente Kiattrocientchow, senza considerare i termini cameo, fresco, architrave, belvedere, chiaroscuro, cupola, campanile  (sinonimo forbito del più rozzo bell tower); il settore cucina è ricchissimo, of course: cappuccino, cannelloni, spaghetti, gnocchi, lasagne (la cui pronuncia è causa persa), Martini, pasta, e che dire di pistachio  (in cui è andata perduta una c) o salami (storpiatura di salame, per trovare un sinonimo della quale è necessario ricorrere alla perifrasi cured sausage); e naturalmente c’è poi l’economia, copiata dai banchieri fiorentini del Kiattrocientchow, ma nel tempo inglesizzatasi: bank viene da banco, bankrupt è modellato su bancarotta, lo stesso money deriva da moneta, cash da cassa, e poi finance, carat, capitalism, lo stesso management, col derivato manager, non proviene che da maneggiare – perlopiù soldi – o anche merchandising, semplicemente modellato su merce etc. etc.

Atropa_belladonna_-_Köhler–s_Medizinal-Pflanzen-018Avete un po’ di febbre? È probabile che abbiate l’influenza. Anche gli anglosassoni ce l’hanno, ma siccome sono più stringati la chiamano comunemente flu, salvo poi tornare a influenza per essere più rigorosi (nel linguaggio medico tecnico). Come cura talvolta si assume la belladonna.

In qualche caso gli inglesi hanno deciso di rendere più familiari alcuni vocaboli. Così, se vendetta è rimasto invariato (ma al plurale fa vendettas), zero pure, e lasagne segue addirittura la declinazione italiana (a lasagna, s., lasagne, pl.), altri lemmi sembrano perfettamente english, ma sono in realtà “indiavolati”: biscuit viene da biscotto; candy, da candito, è passato a indicare addirittura lo zucchero o il dolce; da novella che era, novel è diventato romanzo; final sembrava più raffinato di ending, e quindi venne utilizzato in contesti ufficiali, come final examination, o in settori colti o tecnici come nella grammatica o nelle competizioni, e a volte si usa addirittura il più italiano finale, mantenendo la e, appunto, finale. Anche carnival arsenal, direttamente dal veneziano, sono stati un po’ rimaneggiati. Vi sarà capitato poi di modificare una foto con photoshop o altri programmi: una tecnica (treatment, ma più elegantemente technique, tramite il francese) è la sepia, dal nostro color seppia. Island group suona meglio se si usa archipelago: può anche soffiare lo scirocco sulla marina (che i più raffinati preferiscono a dock o coast). Il fatto che nella Vienna del massimo splendore artistico praticamente tutti gli intellettuali e i potenti parlassero l’italiano, a cominciare dagli imperatori del Sacro Romano Impero (Mozart, poi, scrisse moltissimo in italiano), determina che Vienna sia la parola inglese per la capitale austriaca. Beh, inutile parlare delle parole America o Colombia: bella scoperta! esclamerebbe il lettore…

fashion992g_3E che dire dei jeans, capo d’abbigliamento portato in tutto il mondo ma nato da un indumento realizzato alla bell’e meglio dai marinai genovesi. Che però, non essendo coltissimi, usavano la loro lingua, dunque venivano da Zena, non da Genova. Non che gli inglesi pronunciassero meglio il genovese dell’italiano… veniva fuori un suono tipo Djeen, da cui il comodo pantalone.

Nello slang e nelle parlate giovanili americane pare che si usi (o forse si usasse) il termine capisci?, che suona più kapeesh in effetti, per rimbrottare o enfatizzare un discorso colloquiale.

17-anita-ekbergAnche recentemente l’italiano riesce, pur se con maggiori difficoltà rispetto al passato, a fare breccia nell’inglese, ovviamente nei campi in cui l’Italia è più all’avanguardia: la moda, il calcio (tifo catenaccio sono ormai entrati nelle telecronache di soccer), il cinema d’autore (paparazzo, oltre che in inglese, in cui segue anche il numero, è parola di nuovo conio perfino in italiano, estrapolata da La dolce vita di Fellini), e, benché gli italiani si lagnino sempre della loro – presunta – arretratezza in questo settore, la scienza (il termine neutrino, con buona pace di un ex ministro della Repubblica).

81OyQRwhmvLC’è da dire che l’inglese è una lingua che molto facilmente si presta a contaminazioni straniere, vista la povertà di desinenze e declinazioni che possano distinguere un lemma come tipicamente anglosassone (se si esclude forse l’uscita in –er): ciò deriva anche dal fatto che l’inglese è una lingua germanica che ha subito in misura abbondante l’influenza del latino, essendo di certo fra le lingue di tale ceppo la più vicina a quelle romanze. Storicamente, poi, oltre a una buona base di vocabolario latino, la vicinanza geografico-commerciale con Francia e Spagna ha facilitato la diffusione di quella che per secoli è stata la lingua degli intellettuali di tutta Europa, l’italiano appunto. Sulla Domenica del Sole, Lorenzo Tomasin registra in un interessante articoletto come l’italiano eserciti ancora oggi un fascino notevole per le orecchie straniere, specialmente inglesi e tedesche, e come sia indicata da moltissimi stranieri come la lingua più musicale, più romantica o più colta del mondo, studiata più per ragioni intellettuali che commerciali o economiche (profili che però ne hanno determinato in passato l’esportazione, per così dire). Un recente volumetto di Harro Stammerjohann, dal titolo La lingua degli angeli, elogia l’italiano come la lingua più bella del mondo. Forse un’esagerazione, che mette in concorrenza cose imparagonabili (o solo soggettivamente paragonabili) come le lingue, ma di certo l’italiano ha grandissimo fascino. Solo gli italiani sembrano non esserne attratti, cercando il più possibile di introdurre termini inglesi nel proprio vocabolario. In misura registrata poi come infinitamente maggiore a quanto accada altrove, nei paesi ispanici, in Francia, in Germania (che pure ha una lingua vicinissima all’inglese) etc.

sherlock-holmes-peter-cushingOccorre intenderci: una lingua è viva quando è ricca, e quanto più è ricca tanto più è bella. Per essere ricca una lingua deve aprirsi e rinnovarsi, e la grande forza dell’italiano deriva certamente dalla sua enorme contaminazione. Le etimologie spaziano dal greco al latino all’etrusco, dall’arabo al tedesco, dallo spagnolo al francese, dall’inglese alle parlate slave. Molte parole che abbiamo visto aver attecchito nell’Inghilterra elisabettiana sono sì italiane, ma trapiantate dall’arabo o dal greco. Quindi ben venga un arricchimento dall’inglese: molte parole anglosassoni arricchiscono la nostra lingua, sono addirittura rielaborata e adattate in italiano (ad esempio folclore o folklore). Quando non è così, spesso sono parole c.d. di ritorno, cioè che esistevano nel latino o nel volgare italiano, da lì sono state portate in Inghilterra, per scomparire però in Italia; infine sono ritornate in patria veicolate dall’inglese. È accaduto con detective, dal verbo detego (cioè scoprire), scomparso pressoché agli albori della nostra lingua, ma fenomeni simili si registrano con standard, modellato su stendardo e ritornato con altro significato, o computer, modellato su computatore (equivalente di calcolatore o elaboratore, nome nostrano del computer appunto).

Parole_importantiIntollerabile e visceralmente odioso è invece l’uso di parole inglesi sfoggiate in modo spocchioso, o per omologazione alla cultura dominante, o per ignoranza della nostra lingua (il che porta a un impoverimento, non a un arricchimento del linguaggio). Che senso ha usare feedback, underground, shippare, postare, break etc. etc. riempiendo una frase di sostantivi o verbi inglesi (accuratamente coniugati in –are) quando esistono parole italiane per dire la stessa identica cosa? Impiegando un linguaggio tecnico può anche essere ammissibile l’uso di qualche termine inglese, ma nel parlare quotidiano tutto ciò, specialmente se portato all’eccesso, è veramente sgradevole. Ne escono poi frasi sgrammaticate e talvolta fuorvianti o addirittura incomprensibili. Viene in mente Palombella rossa, con Nanni Moretti che schiaffeggia l’intervistatrice (“Come parla?! Le parole sono importanti! Come parla?!). Ecco che i parlanti della “lingua più bella del mondo” vanno in giro a mugugnare come tanti pseudo-dislessici. Con la stessa antipatia con cui gli inglesi si “indiavolavano” italianizzandosi. Una cosa è l’accrescimento, la ricchezza linguistica e, quindi, culturale; un’altra è la pigra emulazione, lo scimmiottamento tipico dello sciocco.

Lingua_del_siPer tornare all’incipit (ricchezza di derivazione latina), che ci è servito da pretesto per questa trattazione, la parola promo è un esempio perfetto di integrazione o trapianto linguistico che fa ricca una parlata (proviene da promotional, ma pare avere tutti i connotati intrinseci dell’italiano, come cinema, che proviene invece dal francese): un’abitudine linguistica sana che, nella foga di parlare nel modo più simile agli anglosassoni, stiamo via via perdendo. È una lezione che invece gli inglesi, partiti dalla situazione opposta di un’ostentata moda italianizzante, sembrano aver imparato: Suicide squad sembra così inglese, vero? Se sfogliamo un dizionario inglese, per l’etymology di suicide si trova scritto: from modern latin “suicidium”, registrato a partire dagli anni 1650; per quella di squad, invece: from italian “squadra”, registrato fin dagli anni 1640. Ecco come l’inglese è divenuto una lingua ricca, e non un biascicamento di parole italiane o latine.