2 Giugno 2020

Finalmente sembra che in Cina sia stata approvata una legge che vieti i ricoveri forzati per quei pazienti “affetti” da disturbi psichici, ricoveri che d’ora in poi dovranno essere preceduti dalla necessaria volontà del paziente. Le virgolette sono d’obbligo in quanto tale strumento è stato usato frequentemente per opprimere non solo dissidenti del governo, ma anche semplici cittadini stanchi del mal funzionamento statale.Prima, però, di cinguettare felicemente a questa conquista, sicuramente eccezionale, dobbiamo capire come il regime comunista di Pechino intendeva utilizzare amorevolmente questo strumento, cioè il ricovero forzoso, per curare e amare e servire umilmente i più bisognosi. Molte sono le storie di cinesi che solo per il fatto di essersi lamentati di un problema quotidiano, di aver in qualche modo inficiato il perfetto meccanismo statale sono stati mandati in strutture riabilitative psichiatriche. Prendiamo come esempio Wu Chunxia, che ha passato in un ospedale psichiatrico 4 mesi della propria vita! Voi direte –Se aveva dei problemi è giusto che fosse seguita!-, il paradosso sta proprio qui: non aveva nulla che non andasse: niente disturbi comportamentali o psicopatie o altro, nulla di nulla.

Anzi qualcosa aveva: il coraggio di lamentarsi, di esprimere delle perplessità riguardo a quelle che lei riteneva delle ingiustizie perpetrate dalle autorità del Partito Comunista Cinese.


Non solo è stata rinchiusa contro la sua volontà, non solo è stata rinchiusa senza alcun motivo socio-sanitario, ma a causa delle cure che la “Cara Madre Cina” le ha inferto queste le hanno provocato una prematura menopausa. C’è la storia di Xu Wu, già guardia giurata, che aveva polemizzato con il suo capo riguardo a questioni salariali, rivolgendosi quindi alle autorità.  Proprio per questo era stato incarcerato quattro anni e sottoposto ai più disparati “trattamenti sanitari” riuscendo successivamente a scappare dal carcere-ospedale in cui era segregato e poi attraverso varie vicissitudini avere giustizia per sé.

Non si trattava di dissidenti, la cui sorte sarebbe stata la stessa, se non sicuramente peggiore, ma semplici cittadini che avevano manifestato il proprio dissenso, che avevano cercato di protestare liberamente.

Uno strumento, quello di questa speciale “segregazione mentale”, per annientare viscidamente il dissenso, in cui la tortura la fa da padrona; l’individuo viene spogliato artificiosamente di ciò che ha più cara: la ragione. Viene indicato come un malato mentale, quando questi invece è sanissimo, anzi più sano di altri: proprio perché vede il male e non resistendo all’omertà, parla. Utilizzare gli ospedali psichiatrici era un metodo veloce, conveniente ed efficace per eliminare ogni forma, seppur minima, di protesta. Uno strumento in realtà non nuovo, ma che veniva utilizzato anche in altre dittature: in Italia con il fascismo e in Germania con il nazismo, cambia il colore, ma i metodi sono comuni. Le autorità cinesi spedivano le persone in manicomio perché il processo era discreto e non seguiva un normale iter giudiziale, infatti a differenza dei tribunali per tali situazioni non c’era alcun bisogno di prove. Ovviamente per oliare una macchinazione così perfetta com’era quella dell’incarcerazione del paziente “malato” servivano molti e importanti strumenti che la Cina moderna si era dotata: medici corrotti, amministratori degli ospedali che avevano come unico obiettivo quello di utilizzare gli incentivi finanziari, trasformandosi da benefattori in tremendi e spietati aguzzini calcolatori.

Era  un circolo che conveniva a tutti: al Partito Comunista Cinese, ai medici, agli amministratori!

Finché c’erano i soldi c’era speranza! Speranza che tutti potevano farsi una bella vacanza in un posto esclusivo, ma neppure tanto, con la possibilità, nemmeno troppo remota, di non fare più ritorno. L’internamento forzoso in ospedali psichiatrici era un mezzo per mettere a tacere chiunque decidesse di far sentire la propria voce contro il Governo, per una dittatura, com’è quella comunista in Cina, era intollerabile, nefasto e blasfemo. Finalmente però dopo anni di lotte, sacrifici di migliaia di persone, a cui hanno strappato, o tentato di strappare, la dignità, che hanno provato a far credere pazze, che hanno umiliato, deriso, usato come semplici pezzi di scambio per avere solamente dei soldi, che hanno voluto far tacere perché coraggiose e animate da quello spirito positivo che vuole migliorare il mondo e denunciare il marcio che vi è nelle società, i ricoveri forzati negli ospedali psichiatrici sono ora vietati in Cina.

In data 2 Maggio 2013 è entrata in vigore una nuova legge in base alla quale senza il consenso volontario del paziente non sono possibili i ricoveri.


Un barlume di speranza? Sembrerebbe di si! Ricordo però che trattiamo con la Cina, con uno Stato autoritario e forte, che non vuole, meglio sarebbe dire non accetta, alcun tipo di critica, il cui corpo non può avere alcuna crepa, che ogni crepa che la stessa Cina sa benissimo di avere, qualora non possa essere curata nell’immediato, deve essere rattoppata; se prima i dissidenti venivano rinchiusi negli ospedali psichiatrici e deliberatamente torturati fisicamente e psicologicamente, qualche altro modo con cui curare i suoi “compagni” la Cina lo troverà sicuramente. Non abbattiamoci ora, rallegriamoci almeno di questa conquista, ma non troppo fuori dalle righe, con la paura ancora insita che qualche ufficiale di polizia cinese possa bussare alla nostra porta e accompagnarci in un qualche ospedale per ricevere qualche cura non voluta.

Ospedali-psichiatrici[1]

Matteo Taccola

 

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Matteo Taccola

Sono uno studente della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, curioso, estroverso, mi piace scrivere.
Ho voluto accettare la sfida postami da “Uni Info News”, mettermi alla prova e scrivere quello che penso con l’intenzione di potermi confrontare con tutti quelli che ci leggono.

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