29 Novembre 2022

Il piccolo arcipelago di Tonga è balzato in questi giorni agli onori della cronaca mondiale per la violentissima eruzione del vulcano Hunga Tonga – Hunga Ha’apai, avvenuta tra il 14 e il 15 gennaio 2022. 

 

L’arcipelago di Tonga

L’arcipelago di Tonga si trova nell’Oceano Pacifico meridionale, a nord della Nuova Zelanda ed è formato da 169 isole di cui solo 36 sono abitate. Le isole orientali sono principalmente basse e costituite da sabbia e calcare corallino. Le isole occidentali, invece, sono tutte di origine vulcanica. 


Ubicazione del vulcano lungo la zona di subduzione

In effetti, se osserviamo questa zona del Pacifico da Google Earth balzerà subito all’occhio che, a partire dalla Nuova Zelanda, si sviluppa verso nord una profonda fossa oceanica. Questa fa parte di una zona di subduzione, ovvero un luogo in cui una placca più densa (quella Pacifica), si scontra e scorre al di sotto di una placca meno densa (quella Australiana). Innanzitutto, quando la placca più densa sprofonda all’interno del mantello terrestre genera forti terremoti, a causa dell’attrito con la placca meno densa. Inoltre, l’acqua contenuta tra le rocce di fondale oceanico, si libera nel mantello e permette ad esso di fondere. Si genera magma e, di conseguenza, un vulcanismo di tipo esplosivo. Proprio per questo motivo, nelle zone di subduzione è tipica la presenza di un arco vulcanico. L’arco in questione prende il nome di Tonga – Kermadec, fa parte della famigerata Cintura di Fuoco ed è formato da innumerevoli vulcani sottomarini che, a partire dalla Nuova Zelanda, si estendono verso nord per 2500 Km. Alcuni di questi sono emersi dal fondale a tal punto da aver creato delle isole che costituiscono l’arcipelago di Tonga. 

 

Il vulcano Hunga Tonga – Hunga Ha’apai

La struttura del vulcano sottomarino

Il vulcano autore della colossale esplosione del 15 gennaio si chiama Hunga Tonga – Hunga Ha’apai. Non fatevi spaventare troppo dal nome. Esso deriva semplicemente dalla fusione dei toponimi dei due piccoli isolotti, che emergevano dall’enorme struttura sottomarina e che erano stati denominati per l’appunto, Hunga Tonga e Hunga Ha’apai. Questi erano i resti del bordo settentrionale e occidentale della caldera del vulcano, larga 3 Km e situata 150 m al di sotto del livello del mare. L’ultima eruzione ha quasi completamente disintegrato ciò che emergeva in superficie. 

Comunque, l’intero edificio vulcanico si erge dal fondo oceanico per 2000 m e la sua forma non è simile ai più familiari vulcani subaerei, ma i suoi fianchi sono molto più ripidi. Questa peculiarità è dovuta sia al fatto che si è sviluppato sott’acqua sia a causa delle caratteristiche dei prodotti eruttati. 

 

La storia eruttiva del vulcano 

Tipica attività surtseyana del vulcano Hunga Tonga – Hunga Ha’apai

Le eruzioni storiche del vulcano risalgono al 1912. Da quel momento sono stati registrati altri cinque eventi eruttivi. In particolare, quello del 2009 è stato documentato da una nave da crociera, che ha descritto una attività surtseyana. Questo tipo di eruzione prende il nome dall’isola islandese di Surtsey ed è tipica dei vulcani sottomarini, che hanno il cratere molto vicino alla superficie. Può risultare molto esplosiva, a causa dell’interazione tra magma e acqua di mare. 

Un altro evento degno di nota è stato quello del 2014. Durante questa eruzione, durata circa un mese, il materiale emesso dal vulcano ha connesso i due isolotti Hunga Tonga e Hunga Ha’apai. 

Dopo sette anni di calma il vulcano è tornato a ruggire il 20 dicembre 2021, con una nube eruttiva alta 16 Km e la caratteristica attività surtseyana. 


 

L’eruzione del 14-15 gennaio 2022

Nelle ore mattutine (ore locali) del 14 gennaio, il vulcano è entrato nuovamente in attività, generando una nube alta 20 Km e una attività surtseyana molto intensa. Questa breve eruzione ha distrutto il precedente collegamento tra le due isole e ha provocato importanti flussi piroclastici. I vulcanologi del Servizio Geologico di Tonga erano convinti che l’attività fosse cessata. Mai si sarebbero aspettati l’evento che ha letteralmente sconquassato il pianeta. 

Fulmine fotografato durante l’eruzione del vulcano

Verso le 17 del 15 gennaio (ora locale) una violentissima esplosione, 330 volte più potente della bomba atomica di Hiroshima, è stata udita in mezza parte del globo. I satelliti hanno registrato video impressionanti. Dal vulcano si è sprigionata una nube alta 30 km, da cui si è generata una tempesta di fulmini mai vista prima d’ora (5000-6000 fulmini al minuto). 

La cosa ancor più incredibile è l’onda d’urto generata dall’eruzione. Il boato è stato distintamente udito in Nuova Zelanda (a circa 2000 Km dal vulcano) e, diverse ore dopo, persino in Alaska a 9300 Km di distanza. Questa esplosione batte di gran lunga il record che, fino ad oggi, era detenuto dall’eruzione del Krakatau del 1883 e veniva considerato il suono più forte mai udito (era stato percepito a 4000 Km dal vulcano). 

L’onda d’urto ha raggiunto l’Italia (Fonte “Chi ha paura del buio”)

In realtà, i satelliti e i barometri di tutto il mondo hanno registrato che l’onda di pressione ha addirittura fatto più volte il giro del globo. Questa si è propagata nell’atmosfera in modo simile alle onde che si allargano dopo aver lanciato un sasso in uno stagno. 

Sopra l’Italia è transitata una prima volta, arrivando da nord, verso l’ora di cena del 15 gennaio, dopo aver viaggiato per circa 17 ore a 1200 Km/h per tutto il pianeta. L’onda si è andata a chiudere sul Sahara, agli antipodi rispetto al vulcano, ed è tornata indietro, attraversando nuovamente il nostro paese, da sud verso nord, intorno a mezzanotte. 

L’eruzione ha anche causato uno tsunami, che ha raggiunto le coste del Sud America (dove ci sono state due vittime), del Nord America, delle Hawaii, dell’Alaska e del Giappone. Per fortuna questo evento non è da paragonare nemmeno lontanamente allo tsunami del 2004, che colpì l’Oceano Indiano. In ogni caso, le onde hanno raggiunto un’altezza massima di 15 metri e sono state sufficientemente violente da provocare ingenti danni, specialmente alle isole dell’arcipelago di Tonga. 

L’eruzione e l’onda d’urto (il cerchio più grande attorno alla colonna eruttiva) fotografati da satellite

Per l’eruzione è stato calcolato dai vulcanologi un Indice di Esplosività Vulcanica (VEI) pari a 6/8. L’indice tiene in considerazione vari aspetti, tra cui l’altezza della colonna eruttiva, la quantità di materiale emesso e la quantità di anidride solforosa liberata in atmosfera. La scala è logaritmica: un’eruzione con VEI 5 è dieci volte più debole rispetto a una eruzione con VEI 6. Per fare alcuni esempi, questa eruzione è dieci volte più potente di quella del Vesuvio del 79 d.C. (VEI 5), è paragonabile alle eruzioni del Krakatau del 1883 e del Pinatubo del 1991 ed è dieci volte più debole dell’eruzione del Tambora del 1815. Quest’ultima, avvenuta in Indonesia, è stata l’eruzione più potente mai registrata in epoca storica. 

In ogni caso, l’anidride solforosa emessa dal vulcano non è affatto sufficiente a causare un abbassamento della temperatura del pianeta. Dunque, l’effetto sul clima sarà assolutamente irrilevante. 

 

Gli effetti dell’eruzione

Purtroppo, l’arcipelago di Tonga è piuttosto distante dalle grandi isole (Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea) e dal continente australiano. L’eruzione del vulcano ha reso, per quanto possibile, ancor più isolata quest’area del nostro pianeta. Innanzitutto, abbiamo poche notizie dei danni causati dall’eruzione poiché quest’ultima ha distrutto un cavo internet, che correva sul fondo oceanico a circa 3000 metri di profondità. Le immagini satellitari hanno evidenziato che su tutto l’arcipelago c’è stata una cospicua ricaduta di cenere, che ha avvolto gli edifici, reso l’aria irrespirabile e danneggiato piante e falde acquifere. Inoltre lo tsunami è stato abbastanza devastante. Il vulcano, infatti, si trova piuttosto vicino (a circa 60 km) dalla capitale del paese Nuku’alofa, che è stata dunque duramente colpita. 

Una delle isole dell’arcipelago sommersa dalla cenere, fotografata da un aereo di soccorso neozelandese

La Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea hanno mandato immediatamente delle navi e degli aerei per prestare soccorso ai 100.000 abitanti del piccolo stato della Polinesia. In particolare, il governo neozelandese ha già stanziato un milione di dollari per aiutare le popolazioni colpite. I primi elicotteri, che hanno sorvolato le isole, hanno riferito di un paesaggio spettrale. Inizialmente, non è stato possibile atterrare poiché le piste degli aeroporti erano interamente ricoperte di cenere. Fortunatamente, l’incessante lavoro degli abitanti locali, le ha liberate e ha permesso l’arrivo dei soccorsi. Il bilancio dell’eruzione è ancora provvisorio. Ci vorrà almeno un mese per riparare il cavo sottomarino per le comunicazioni e per conoscere le condizioni in cui si trova l’arcipelago. Il primo ministro di Tonga ha già confermato, grazie a una connessione satellitare, che ci sono stati almeno tre morti e diverse persone ferite. È comunque ancora presto per fornire un bilancio preciso sia dei danni che delle vittime. 

 

Un’eruzione di questo tipo può avvenire anche in Italia? 

I vulcani sottomarini nel Mar Tirreno

Subito dopo l’eruzione dell’Hunga Tonga – Hunga Ha’apai gli italiani si sono domandati se può capitare qualcosa di simile anche dalle nostre parti. Tralasciando il pericolo di una possibile eruzione del Vesuvio o dei Campi Flegrei, nel Mar Tirreno, davanti alle nostre coste, si nascondono diversi vulcani sottomarini. Il più famoso e rinomato è sicuramente il Marsili. Quest’ultimo è il più esteso ed elevato vulcano del Mediterraneo e d’Europa. Attualmente è attivo, dato che vengono occasionalmente registrati piccoli terremoti e sono state osservate numerose sorgenti idrotermali. 

L’edificio vulcanico, sebbene sia interamente sommerso come l’Hunga Tonga – Hunga Ha’apai, ha la sua sommità posta ad una profondità molto maggiore rispetto al collega polinesiano ed è situata a oltre 500 metri dalla superficie del mare. Secondo l’INGV, anche se avvenissero eruzioni violente, il peso della colonna d’acqua sarebbe tale da dissipare l’energia sviluppata e, dunque, non verrebbero generati tsunami. 

Il vulcano sottomarino Marsili

Comunque, negli ultimi tempi, gli studi e le campagne di ricerca si sono concentrate principalmente sulla stabilità dei versanti del vulcano. Come l’Hunga Tonga, anche il Marsili ha versanti molto ripidi e instabili. I ricercatori stanno cercando di capire se questa caratteristica può originare frane e maremoti. Ad oggi, però, non ci sono evidenze scientifiche di grosse frane sottomarine avvenute nei pressi del Marsili. Per adesso, dunque, possiamo dormire sonni tranquilli. 

 

Per approfondire

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Lorenzo Mori

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Lorenzo Mori

Studente di Scienze e Tecnologie Geologiche all'Università di Pisa. Cerco, nel mio piccolo, di sensibilizzare le altre persone sugli effetti del cambiamento climatico e su alcune possibili soluzioni, curando la rubrica "Qui e ora" sul blog di Uni Info News.

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