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“La tela violata”, gli Spazialisti in mostra a Lucca

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La tela è lo spazio della rappresentazione per eccellenza, quel supporto la cui superficie è stata prima sfruttata in modo bidimensionale ed entro i suoi limiti fisici, poi nel corso del tempo sempre più interrogata e forzata.

La mostra “La tela violata. Fontana, Castellani, Bonalumi, Burri, Scheggi, Simeti, Amadio e l’indagine fisica della terza dimensione” – curata da Maurizio Vanni e inaugurata il 19 marzo al Lu.C.C.A Center of Contemporary Art di Lucca – vede come protagonisti quegli artisti che hanno indagato proprio lo spazio della tela, forzandolo e “violandolo” appunto, attraverso varie metodologie e sperimentazioni.

È proprio su questo background che si articola l’intera esposizione prendendo in considerazione, oltre al movimento artistico dello Spazialismo, anche Azimuth, rivista fondata da Piero Manzoni e Enrico Castellani che coinvolgeva intellettuali, critici d’arte e artisti nel dibattito su cosa rappresentasse l’arte, e Azimut, spazio espositivo fondato sempre da Manzoni e Castellani, in collaborazione con Agostino Bonalumi. Azimut/h hanno avuto una eco e un effetto domino per mezzo di una dirompente sperimentazione del fare arte, portando gli artisti a un superamento dei confini dell’opera, violando la superficie della tela.

La genesi di tutto si riscontra a partire dalla necessità, secondo Lucio Fontana, di un cambiamento nell’essenza e nella forma dell’arte, uno slancio verso il superamento della pittura, della scultura, della poesia. Nascono così il Manifesto Bianco (1946) e il Primo Manifesto dello spazialismo (1947) nei quali l’artista propose l’esigenza di superare l’arte del passato facendo “uscire il quadro dalla sua cornice e la scultura dalla sua campana di vetro” e di produrre così nuove forme d’arte utilizzando i mezzi innovativi messi a disposizione della tecnica.

A partire quindi dal ’49 prima e dal ’58 poi, Fontana inizierà a violare lo spazio della tela in un modo totalmente inedito, rispettivamente con i Buchi e i Tagli, gesti netti e decisi che perforano e incidono la superficie andando oltre alla sua semplice bidimensionalità. Si scopre quindi uno spazio al di là della tela stessa, delle lacerazioni in grado di costruire e ri-costruire questo stesso spazio, assoluto e infinito.

“La scoperta del cosmo è una dimensione nuova, è l’infinito: allora io buco questa tela, che era alla base di tutte le arti e ho creato una dimensione infinita, una x che per me è alla base di tutta l’arte contemporanea”, afferma Fontana a proposito dei suoi Buchi.

“Io buco, passa l’infinito di lì, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere… tutti hanno creduto che io volessi distruggere: ma non è vero, io ho costruito, non distrutto, è lì la cosa…”.

E lo stesso concetto varrà anche per i successivi Tagli eseguiti sulla tela monocroma ancora parzialmente umida e dilatati maggiormente dall’artista in un secondo momento, come a voler sottolineare l’idea di una dimensione infinita dentro e al di là della stessa tela. 12 sono le sue opere presenti in mostra, tutte allestite nella sala principale, susseguendosi in ordine cronologico e presentando anche alcuni lavori scultorei, le ceramiche – sempre in linea con i concetti della sua ricerca artistica.

A queste teorie non rimase indifferente Alberto Burri, presente in mostra con 3 opere che, seppur costruite secondo la logica del quadro, ne “violano” in modo singolare la superficie. L’artista tifernate inseriva sulla superficie dell’opera elementi polimaterici quali sabbia, pomice, stracci, tela di juta, creando un’opera palinsesto, un oggetto artistico auto-significante in grado di dialogare con il pubblico. Con la serie dei Gobbi poi arriva a donare maggior plasticità alla tela, modellandola con un supporto in legno che rompe la sua bidimensionalità tradizionale e che si proietta – al contrario delle tele di Fontana – non verso l’infinito ma verso lo spettatore. Tra le opere in mostra troviamo anche uno dei famosissimi Cretti (caolino e vinavil fissati su cellotex), dove Burri giunge ad un’ulteriore forzatura della superficie dell’opera, rendendola arsa, disidratata, essiccata.

Artisti come Castellani, Bonalumi, Amadio e Simeti dialogano in modo diretto con lo spazio, attraverso le infinite possibilità fornite dall’estroflessione della tela, superando i confini stessi della cornice. Queste soluzioni portano così le tele a raggiungere una certa tridimensionalità, modellata da effetti di luce ed ombra sempre diversi a seconda dell’inclinazione delle fonti luminose.

Rispetto ad artisti come Fontana e Burri, il lavoro di Enrico Castellani – di cui sono esposti 7 lavori – si concentra maggiormente su un’analisi della superficie più strutturata ed omogenea. Tele monocrome – tra le quali primeggia il colore bianco – si installano sopra un supporto costellato da chiodi disposti con uniformità e precisione che conferiscono ritmo alla superficie e la plasmano, modificandola come dall’interno, in una serie di schemi seriali in rilievo.

La ricerca artistica di Agostino Bonalumi – esplicata attraverso una selezione di 10 sue opere – si lega al design, al “quadro-oggetto” e si concentra sul far emergere sulla superficie del supporto forme più aggettanti e tondeggianti, che creano un effetto di concreta costruzione della terza dimensione. Si viene così a formare una sorta di “spazio-ambiente”.

Le 8 tele estroflesse di Giuseppe Amadio, invece, sono più irregolari, dinamiche ed energiche, connotate da linee, angoli e curve che si dispongono sulla e nella superficie modificandola profondamente. Una plasticità che, anche nel suo caso, trasforma la tela da semplice superficie bidimensionale a volume ed oggetto quasi tridimensionale. Attraverso l’applicazione di lamine, poste con esattezza e precisione si crea un’immagine dal disegno rigoroso ed equilibrato, su cui la tela è tirata al massimo, colorata con toni intensi e, talvolta, metallizzati.

Turi Simeti – al quale è dedicata una sala con ben 9 opere – viola lo spazio tradizionale della tela attraverso seriali applicazioni a rilievo, di forma leggermente ovoidale, inizialmente sopra le sue superfici monocrome e successivamente sotto per mezzo dell’estroflessione, sempre creando un’opera auto-referenziale che dialoga con lo spazio circostante.

Uni info news la tela violataInfine Paolo Scheggi visse la questione del superamento del quadro tra la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60, attraverso la creazione dell’opera d’arte che cerca un contatto fisico e finalità espressive anche con le altre superfici intermedie di cui si compone il proprio supporto. Sono tele queste lacerate e trasformate in forme ellittiche e circolari, che si sovrappongono fra loro per creare sempre nuove soluzioni. Una sovrapposizione di 3 superfici monocrome tutt’altro che improvvisata, aperta verso la possibilità di un codice espressivo diretto e oggettivo, tra cui spicca nella mostra Intersuperficie curva (1968), in monocromo color rosa.

Come sempre, da diversi anni a questa parte, il Lu.C.C.A. ci propone interessanti approfondimenti sull’arte contemporanea che, seppur mainstream, riescono con successo a catturare l’attenzione dello spettatore.

 

Credits Photo: Annalisa Castagnoli

Annalisa Castagnoli