1 Dicembre 2021

All’alba di lunedì, ora locale, le avanguardie dell’esercito regolare iracheno hanno fatto il loro ingresso nei sobborghi orientali di Mosul, facendo breccia nelle linee difensive esterne approntate dagli uomini del Califfato e mettendo piede in città per la prima volta da quel fatidico 10 giugno del 2014, quando trentamila soldati, armati ed addestrati dagli Stati Uniti per dieci anni, si diedero alla fuga di fronte all’attacco di una forza d’invasione dello Stato Islamico inferiore numericamente di ben quindici volte.

Due anni e quattro mesi dopo, la situazione si è capovolta ed il regime islamista è in procinto di essere eradicato dalla seconda metropoli irachena, seppur al prezzo di furibondi combattimenti che vedono coinvolti, da un lato, tra i cinquemila e i seimila miliziani dell’Isis e, dall’altro, gli oltre settantamila combattenti messi in campo da una coalizione tanto eterogenea quanto numerosa.


Da sud e da sud-est, infatti, avanzano cinque divisioni dell’esercito iracheno, la cui punta di lancia è costituita dalla cosiddetta “Golden Division”, un’unità d’élite che risponde direttamente all’ufficio del primo ministro Haider Al-Abadi; da est muovono diecimila peshmerga curdi, affiancati da circa cinquemila miliziani sunniti, cristiani delle Unità di Protezione della Piana di Ninive, yazidi e, si vocifera, curdo-iraniani del PJAK e curdo-turchi del PKK; a tale variopinto elenco non potevano mancare le milizie sciite filo-iraniane della Forza di Mobilitazione Popolare, guardate con sospetto dagli abitanti di Mosul e dislocate, con altri diecimila e più guerriglieri, a sud-ovest della città. Su questo imponente assembramento di forze, il più grande mai visto in Iraq dai tempi dell’invasione del 2003, aleggia l’ombrello protettivo della coalizione internazionale, i cui componenti partecipano all’offensiva nelle maniere più disparate, passando dai raid aerei al supporto tattico dell’artiglieria. Anche l’Italia è presente, per quanto i nostri soldati siano esclusi dai combattimenti e si occupino esclusivamente dell’addestramento delle forze alleate e della protezione della strategica diga di Mosul, sottoposta ai lavori di ristrutturazione della ditta cesenate Trevi.

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Ora, è sufficiente una rapida scorsa all’elenco delle forze in campo per comprendere come l’esito della battaglia sia scontato. Per quanto agguerriti possano essere, i miliziani dello Stato Islamico, su tutti una brigata di foreign fighters formata da volontari uiguri cinesi, ceceni, sauditi e del sud-est asiatico, non potranno mai reggere l’urto dell’esercito che si appresta a conquistare il loro capoluogo regionale. Non si contano più le diserzioni e le esecuzioni sommarie, anche di civili, per non parlare del numero dei morti.

Tuttavia, a parere di chi scrive, la vera battaglia di Mosul avrà inizio quando le armi, finalmente e sicuramente in ritardo, taceranno nella tormentata città. Troppo diversi e contrapposti, infatti, sono gli interessi dei membri della coalizione che oggi sta sì scacciando il Califfato dall’Iraq, ma che, il giorno successivo, si ritroverà costretta a dare un nuovo assetto politico-sociale ai territori strappati ai terroristi.

  • Innanzitutto, il governo centrale di Baghdad, il quale, lo ricordiamo, è tendenzialmente l’emanazione della maggioranza sciita del Paese, tenterà di riaffermare la sua sovranità sulla regione di Mosul, ricca di petrolio e, soprattutto, abitata in larghissima parte da sunniti. Il debole esecutivo di Al-Abadi, piagato da lotte intestine e dalla pressione settaria del clero sciita, capitanato da Muqtada Al-Sadr e spalleggiato dall’ex premier Al-Maliki, rischierebbe il collasso, qualora fallisse nell’obiettivo.
  • A quest’ultimo, però, si contrappongono le mire egemoniche ed espansionistiche della Turchia di Erdogan, il quale ha già fatto sapere che le sue truppe parteciperanno attivamente alla liberazione di Mosul e non solo tramite il supporto della propria artiglieria, bensì con soldati in carne ed ossa. Cavalcando aspirazioni neo-ottomane ed ergendosi a campione regionale dei sunniti, i quali temono, con fondata ragione, la vendetta degli sciiti, Erdogan ha schierato al fianco dei peshmerga diverse centinaia di soldati e, soprattutto, ha contribuito ad armare e ad addestrare una milizia filo-turca. Alle stizzite proteste di Al-Abadi, peraltro, hanno seguito repliche altezzose, sgarbate e tutt’altro che concilianti.
  • Da non dimenticare, poi, la vocazione indipendentista del Kudistan iracheno, retto dal presidente Masoud Barzani, il quale, ben prima dell’inizio della campagna di liberazione di Mosul, aveva già annunciato un referendum per staccarsi dall’Iraq e per divenire, così, uno Stato autonomo. Inutile dire come tale eventualità sia considerata, a Baghdad e dintorni, anche e soprattutto in virtù della ricchezza petrolifera della regione. Quanto più territorio i peshmerga conquisteranno nel corso della loro avanzata, quanto più ampia sarà la legittimazione di Barzani alla fine del conflitto.

Sarà interessante, comunque, la reazione della Turchia alla possibilità di un Kurdistan indipendente, alla luce, da un lato, dell’avversione di Erdogan nei confronti dei curdi e, soprattutto, del PKK, le cui basi si trovano proprio sui monti Qandil, a nord di Erbil, e, dall’altro, dei proficui e duraturi rapporti diplomatico-affaristici che intrattiene con lo stesso Barzani.

  • Come precedentemente accennato, infine, nel teatro di Mosul operano anche milizie assiro-cristiane e yazide, le quali costituiscono l’emanazione militare di comunità che, per quanto minoritarie, risiedono nella regione da millenni. Ciò che i leader di queste ultime temono è, in particolare, l’avvento di un nuovo regime settario che, nella migliore delle ipotesi, le emargini o che, nella peggiore, attui nei loro confronti la stessa pulizia etnica praticata dallo Stato Islamico.

Sarà impensabile, in sede di ricostruzione, escludere queste realtà dal tavolo delle decisioni ed assegnarne arbitrariamente i territori al governo federale o al Kurdistan, negando loro qualunque autonomia.

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Come si vede, paradossalmente, eliminare militarmente lo Stato Islamico rappresenta la parte più “semplice” di un processo che durerà anni e che dovrà auspicabilmente portare alla creazione di un nuovo tessuto politico-sociale, inclusivo e non discriminatorio, in grado di soddisfare le aspirazioni, legittime o meno, di tutte le parti in gioco, a partire dagli abitanti di Mosul, tutt’ora ostaggio dei miliziani del Califfato. La concordia vista fino ad ora nelle operazioni belliche sopravviverà alla fine delle ostilità, come assicurano Al-Abadi, Barzani e tutti i comandanti militari?


L’impressione è clamorosamente negativa. All’inizio delle ostilità, tanto per citare un esempio, il comando militare unificato aveva deciso, su input statunitense, di circondare Mosul solo da tre lati, lasciando libero un corridoio che, partendo dai sobborghi occidentali dell’abitato, potesse permettere la ritirata in Siria del maggior numero possibile di nemici. Lo scopo dichiarato era quello di impiegare meno tempo e meno risorse per riconquistare la città, le cui difese si sarebbero inevitabilmente indebolite, mentre quello ufficioso, seppur non meno importante, consisteva nel portare una maggiore pressione ai danni del regime siriano di Bashar Al-Assad, che si sarebbe ritrovato ad affrontare, per converso, un numero superiore di oppositori.

Ebbene, in barba alle direttive testé indicate, le milizie della Mobilitazione Popolare, legate a doppio filo, come sappiamo, all’Iran e al suo protetto Assad, hanno lanciato, il 29 ottobre, una autonoma offensiva sulla cittadina di Tal Afar, situata ad ovest di Mosul e popolata in prevalenza da turcomanni sciiti, con il fine evidente di impedire la ritirata agli uomini del Califfato e di ucciderli o catturarli tutti lì, in Iraq.

 

Insomma, principio sì giolivo ben conduce, cantava Boiardo.

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