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Profilo-150x150Marco D’Alonzo

Uno scontro tra mondi opposti

In un clima di grande tensione, incentivata da eventi storici rivoluzionari ed inaspettati come l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca e la Brexit, nonché incancrenita dalla dilagante minaccia terroristica, si è svolto, fortunatamente senza intoppi, il primo turno delle attesissime elezioni presidenziali francesi, indicate da più o meno tutti gli analisti internazionali come un crocevia decisivo per il futuro dell’Europa.

Per una volta, i sondaggi della vigilia sono stati rispettati, come ha dimostrato l’approdo al ballottaggio di Marine Le Pen, leader del Front National, e di Emmanuel Macron, fondatore del movimento di stampo centrista En Marche.

Quest’ultimo è indubbiamente un ragazzo sveglio, astuto e preparato, perfettamente addentro alle attuali dinamiche politiche, ben diverse, nel bene e nel male, da quelle che hanno imperato nell’arco del Novecento, come lo stesso ex banchiere di Amiens non ha mancato di sottolineare.

Indubbiamente, non gli manca la faccia tosta; sono ormai storia nota, infatti, le modalità con cui l’allora quindicenne Macron ha conosciuto la sua futura moglie, un’insegnante di teatro più anziana di ben ventiquattro anni. Soffermandoci sull’ambito, assai più rilevante ai nostri fini, della politica, l’ex banchiere d’affari della Rothschild è riuscito nell’impresa di criticare, in campagna elettorale, la politica dei precedenti governi di centro-sinistra, trascurando il non insignificante dettaglio di averne fatto parte per due anni in qualità di Ministro dell’Economia, dell’Industria e del Digitale.

Le posizioni accanitamente europeiste che ha manifestato negli ultimi mesi gli sono valse un consenso pressoché trasversale in ambito nazionale ed internazionale, da considerare come un autentico passepartout per la vittoria finale al ballottaggio.

Indubbiamente, la sua storia personale, ossia quella di un ragazzo di buona famiglia, perfettamente inserito nell’alta società e legato a doppio filo al controverso settore bancario, potrebbe indurre a dubitare della sua effettiva percezione di certe problematiche economiche e sociali, spesso determinate dalle politiche della stessa Unione Europea che difende così a spada tratta.

Dall’altra parte della barricata si trova, come annunciato alla vigilia, lo spauracchio più temuto dalle cancellerie europee, dall’aristo-burocrazia di Bruxelles e dai mercati finanziari di tutto il mondo.

E’ innegabile come determinate prese di posizione della Le Pen, particolarmente estremiste in relazione a temi molto delicati come l’immigrazione, le abbiano alienato non pochi consensi. Certamente, resta da chiedersi cosa sarebbe accaduto se i mezzi di informazione di tutta Europa non si fossero schierati apertamente, con una grancassa mediatica ai limiti della demonizzazione, contro il Front National e contro la figlia del suo fondatore.

In questo senso, comunque, il ballottaggio resta la migliore garanzia di imparzialità e di democrazia, perché chi prevarrà avrà sicuramente raccolto intorno a sé un consenso trasversale e pienamente legittimante.

Sebbene, per la prima volta nella storia, i due principali partiti francesi siano rimasti esclusi dal secondo turno, il vero sconfitto di questa tornata elettorale, a parere di chi scrive, non è François Fillon, il quale, se non fosse stato colpito dagli scandali che hanno coinvolto la sua famiglia, sarebbe già con un piede e mezzo all’Eliseo, bensì Benoit Hamon, il vincitore delle primarie del Partito Socialista a discapito del favorito, l’ex primo ministro Manuel Valls.

Il suo disastroso risultato ha dimostrato come, in Europa, l’era dei socialisti sia sul viale del tramonto, abbattuta dalle picconate di chi, ai fumi illusionisti dell’ideologia, ha iniziato a rispondere cercando di fronteggiare i problemi in modo più pragmatico.

In questo senso, è emblematica l’affermazione, alle spalle dei due vincitori del primo turno e del repubblicano Fillon, di Jean-Luc Melenchon, leader del movimento di estrema sinistra La France Insoumise. Anch’egli, seppur da una prospettiva opposta rispetto a quella di Marine Le Pen, si è fatto interprete e portavoce del disagio degli ultimi, degli abbandonati, dei precari; più in generale, dei dimenticati dalla globalizzazione, gli stessi che hanno spinto per l’uscita del Regno Unito dalla Gran Bretagna e che hanno portato al trionfo di Donald Trump.

Non è un caso, peraltro, che lo stesso Melenchon sia stato l’unico candidato a non schierarsi apertamente con Macron in vista del ballottaggio, dimostrando di essere, paradossalmente, assai più vicino, in linea di principio, alle istanze lepeniste, frettolosamente dipinte come “populiste” o “estremiste” dai media, piuttosto che all’europeismo di maniera dell’ex ministro.

Assodato che quest’ultimo trionferà al ballottaggio con almeno dieci-quindici punti di scarto, non deve essere sottovalutato un dato di fatto: il disagio e la rabbia di chi si è sentito, a torto o, assai più spesso, a ragione, raggirato, umiliato ed impoverito da una globalizzazione selvaggia e sregolata, polarizzati intorno a Marine Le Pen e a Jean-Luc Melenchon, sono sicuramente più concreti e più tangibili dei mercati finanziari che già plaudono al trionfo imminente di Emmanuel Macron.

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PIX-150x161Francesco Rau

LA NUOVA LOTTA TRA LIBERAL-PROGRESSISMO E POPULISMO:
CHI E’ IL MACRON ITALIANO?

 

Le presidenziali francesi hanno attirato oltre misura l’attenzione dei media internazionali, più di altre votazioni di paesi europei. Il motivo è palese: sul versante francese si sta giocando una battaglia decisiva, lo scontro tra liberal-progressismo e populismo, qualsiasi cosa queste parole significhino. Che da qualche anno a questa parte sia in corso uno sconvolgimento politico è indubbio. Certamente le categorie destra e sinistra sono ancora valide, ma piuttosto che come forze politiche sono da intendere oggi come visioni del mondo. Sul palco scenico della rappresentanza parlamentare le cose cambiano rapidamente: i partiti si amalgamano, convergono al centro o agli estremi; sempre più movimenti non si schierano sullo spettro destra-sinistra. Se è vero che le ideologie (intese in senso classico) sono morte ormai da più di un ventennio, oggi si possono notare strani moti convettivi nel campo politico c.d. post-ideologico, oggigiorno si parla di populismo in relazione alla destra sociale che conquista gli elettori più arrabbiati, mentre il centro-sinistra abbandona le istanze sociali per dedicarsi a interessi e diritti individuali di carattere più liberal-democratico.

Il fronte francese è paradigmatico in questo senso. Dopo la prima mandata delle presidenziali di domenica 23 aprile sono sopravvissuti il candidato Macron di EnMarche! e Marine Le Pen del Front National. Su questi due partiti – il primo dichiaratamente né di destra né di sinistra, ma neanche di centro, e il secondo di destra sociale, cosiddetta populista – si sta concentrando l’attenzione di tutta Europa. Macron proviene dal centro-sinistra, più specificatamente dal Partito Socialista. E’ stato consigliere dell’ex presidente Hollande, e successivamente ministro dell’Economia, dell’Industria e del Digitale per i due anni del Governo Valls II. Dopo aver abbandonato la linea socialista, Macron nell’aprile 2016 fonda il nuovo movimento EnMarche! d’ispirazione liberale, liberal-sociale e convintamente europeista, tendenzialmente di centro. La volontà di non schierarsi nel dualismo destra-sinistra è sì un tentativo di attrarre elettori da entrambe le parti, ma anche un chiaro segnale della mutazione che sta avvenendo (e che è avvenuta) nel concetto stesso di politica. Il programma di Macron è chiaro e pragmatico, e forse è anche questo un dei motivi del suo rapido e inaspettato successo che lo ha portato a conquistare il 24,01% dei suffragi. Nel programma si parla di modernizzazione e moralizzazione dell’economia francese per essere in armonia con le forze opposte al nazionalismo. La spinta ad aprirsi alla mondialità si concretizza in un forte spirito di stima e appartenenza all’Europa. Per il tema dell’occupazione il programma di EnMarche! punta a penalizzare la formulazione di contratti precari breve termine, ma anche a istituire sussidi per i disoccupati dimissionari. Nella lista degli obbiettivi di un presunto Governo Macron si parla anche di abbandono dell’energia nucleare, riforma del sistema poliziesco, allentamento della pressione fiscale e riforma pensionistica più equa.

Alle tendenze “mondializzanti” e centriste di Macron si oppone la linea protezionista e isolazionista del Front National, il partito di destra radicale che Merine ha ereditato Jean-Marie Le Pen. Ai tempi della gestione del padre il partito aveva posizioni decisamente più estreme, più volte accusato di neo-fascismo e tendenze antisemite. E’ degno di nota l’impegno della Le Pen per modernizzare il FN, concretizzando le spinte sovraniste e nazionaliste nell’euro-scetticismo, ed in generale nell’opposizione alla globalizzazione. Questa piega “sociale” delle destre radicali europee (che pure si distingue chiaramente dall’antiliberismo di sinistra) si mette in pratica in una lotta all’esternalizzazione e alla delocalizzazione dell’economia. Al libere fluire dei capitali viene accostato il libero migrare dei profughi, e in questo modo si realizza la sintesi “populista”, condita da un certo vittimismo contro il “buonismo” morale del centro-sinistra. Questa flessione dello spettro politico è stata riconosciuta da certi politologi come chiave di lettura della teoria del ferro di cavallo: secondo questa visione destra e sinistra radicali si sono avvicinate allontanandosi dal centro moderato liberal-democratico. Questo avvicinamento (che si concretizza anche nella perdita dell’elettorato popolare da parte delle sinistre liberali) non raggiunge livelli tali da permettere un’alleanza tra i due poli, e non a caso il candidato di sinistra Jean-Luc Mélenchon, del partito La France Insoumise, non ha espresso preferenze tra i due politici che dovranno affrontare il ballottaggio domenica 7 maggio, dichiarandosi estraneo sia al centrismo liberista di Macron, sia al nazionalismo della Le Pen.

Se è palese che l’equivalente italiano della leader populista Marine sia Salvini, in questi giorni sui programmi italiani di dibattito a lungo per capire chi rappresenta le istanze di Macron tra i nostri politici. Da una parte l’intento di moralizzare la pubblica amministratore e la politica del segretario di EnMarche!, nonché il suo essere “né di destra, né di sinistra“, ci ricorda il movimento politico di Beppe Grillo. Fin dalla sua fondazione il Movimento 5 Stelle si propone come avanguardia digitale pronta a portare i vessilli della rete, e quindi ad apparire come forza politica che rivendica istanze di modernità. Il movimento di Macron in un solo anno è riuscito ad affascinare moltissimi elettori, e alcuni hanno notato un principio d’impresa nello sviluppo di EnMarche!, quasi come se si trattasse di una start-up. Anche se in questo senso potrebbe sembrare che il M5S sia l’equivalente italiano del neonato partito francese, non pochi hanno sottolineato quanto quest’ultimo giri attorno alla figura del segretario più di quanto lo faccia il Movimento dell’Onestà, il quale, nonostante le accuse di autoritarismo che sono state rivolte a Beppe Grillo, si propone comunque come movimento inclusivo aperto alla democrazia tramite gli strumenti web del Movimento stesso.

Macron- RenziSe ci sembra quindi erroneo un parallelismo con il Movimento del Vaffa, la personalità del leader ci riconduce ad una seconda ipotesi, quella secondo cui il Macron italiano sia Matteo Renzi. Nonostante EnMarche! non si schieri tra i due poli politici, la sua origine resta quella del centro-sinistra, e anche le sue istanze sostanzialmente liberal-democratiche (ma che comunque non rinunciano a politiche -almeno in teoria- di sinistra) ci portano a convalidare questa seconda teoria. Infondo il motto che il movimento renziano ha assunto dopo la sconfitta del 4 dicembre scorso è diventato “In Cammino”, chiaramente ispirato a EnMarche!, e l’approccio ottimista di Macron richiama continuamente quello di Renzi. La retorica dei due leader spesso s’impegna a definire i rispettivi partiti come vessilli del progressismo e della modernità, dipingendo i rispettivi avversari come passatisti, pessimisti (si pensi “ai gufi” contro cui combatte Renzi) e attaccati a obsoleti e pericolosi ideologismi. Questo auto-eleggersi il nuovo che avanza ci ricorda anche la scesa in campo di Berlusconi, che si propose come personaggio carismatico disposto ad arginare l’estremismo e il passatismo politico. Questa terza ipotesi che propone il paragone di Macron con il Cavaliere tutto sommato risulta forzata, ma in fin dei conti è impossibile ricondurre il leader di EnMarche! ad un singolo personaggio italiano.

Quel che risulta chiaro a seguito di questa analisi è che la lotta politica del futuro si sintetizzerà come uno scontro dialettico tra ottimismo e populismo, che rappresentano rispettivamente il polo della speranza, del progresso e della modernità (liberale e sociale), e quello del populismo, della rabbia sociale e del richiamo alla sovranità. Nei prossimi anni tutte le forze politiche europee dovranno probabilmente fare i conti con questo nuovo dualismo.

 

Luiss Job CenterGiulio Profeta,

Il collasso(senza fine) delle ideologie e dei partiti tradizionali.

Emmanuel Macron, 40 anni il prossimo dicembre, è oggi, senza alcun dubbio, il favorito di queste presidenziali francesi, contraddistinte dal collasso del Partito Socialista e dalla sconfitta dei Repubblicani.

Macron, un passato nel Governo Hollande e da dirigente della banca Rotschild, si misura con Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale e protagonista indiscussa dell’agenda politica transalpina degli ultimi anni, per lungo tempo considerata in grado di “rompere” l’argine repubblicano posto a sfavore della formazioni di destra fin dal secondo dopoguerra.

 

Il pedigree di questi due capitani coraggiosi è stato già tratteggiato in più occasioni, come da Marco poco fa, meno analizzata è, invece, un’altra dinamica legata al fragoroso crollo proprio dei partiti istituzionali, per decenni pienamente rappresentativi dell’intera società francese, tanto da monopolizzarne l’accesso al ballottaggio, e oggi relegati al ruolo di comparse, con un magro 26,37% di preferenze.francois-fillon-et-benoit-hamon-s-affronteront-lors-de_2270205_667x333

Vicende diverse hanno colpito le due formazioni politiche, nel caso della gauche la vittoria alle primarie di un esponente appartenente all’ala sinistra come Benoit Hamon ha, in una qualche misura, aperto praterie e spazi allo stesso Macron, a destra uno scandalo giudiziario, in salsa molto italiana, ha completamente azzoppato la candidatura di François Fillon, presentatosi come ruvido moralizzatore transalpino e finito a strepitare contro una stampa “socialista” per l’attenzione rivolta all’assunzione della propria moglie come assistente parlamentare (e al riguardo è stato aperto un procedimento giudiziario).

Pur con una genesi diversa, la sostanza del risultato non è alterata e, anzi, appare ancora più comprovata dall’ottimo risultato conseguito da Jean-Luc Mélenchon, un 19,60% frutto di una campagna elettorale molto dinamica alla guida di un movimento apertamente di sinistra.

Quali possono essere le cause di questo crollo verticale dei partiti, per così dire, istituzionali e classici?

C’è, ormai, da diversi anni un trend costante che vede l’elettorato orientarsi verso scelte innovative sul piano dell’offerta politica: Grillo, Tsipras, Iglesias, Farage e Trump sono tutti, a loro modo, espressione di una netta discontinuità rispetto alle consuete élite Occidentali, di destra e di sinistra.

Le nuove formazioni, chiamate inizialmente come “populisti”, non hanno dei contenuti precisi, si muovono lungo i confini di una società liquida composta da individui e nuclei particolarmente ridotti, meno propensi a legarsi ai corpi intermedi e ad accettare il dibattito come mezzo di creazione delle decisioni.

Sembrerebbe che i fenomeni di spostamento dei centri decisionali, inizialmente visti anche con favore dalla popolazione Occidentale, abbiano dopo diversi decenni determinato un rigetto che, e questo è il vero problema dei nostri tempi, non si accompagna ad una vera e propria alternativa all’attuale impianto socio-economico.

Come si evince dal caso francese, la Le Pen più volte si è barcamenata tra un’impostazione apertamente nazionalista e separatista rispetto all’Unione Europea ad una, ad oggi condivisa anche dal Movimento Cinque Stelle, di critica feroce alle scelte di Bruxelles senza, tuttavia, proporre misure serie e credibili concretizzabili nello scenario attuale.

Come dimostra la confusione post-Brexit o i primi atti di Trump, i populisti (o presunti tali) si limitano spesso a seguire nella sostanza la contingente corrente per assumere, invece, nella forma un tono sprezzante e arrogante delle istituzioni, come se utilizzare termini forti possa generare una catarsi in una popolazione sempre più preoccupata dal futuro, da una depressione economica molto lunga e da migrazioni sempre più numerose.

Il paradosso è che, in questo modo, le contraddizioni presenti e sempre maggiori nelle nostre società non riescono a trovare un vero sfogo, lasciando sempre più individui senza una effettiva rappresentanza; a questo proposito, Macron esprime proprio la reazione dei partiti istituzionali, fondata su una convergenza tra posizioni centriste del centro-destra e del centro-sinistra, come delineato da Francesco, ma non ha l’ambizione di risolvere le antinomie sociali presenti, proponendo unicamente una ricetta basata su una maggiore apertura ai mercati e di un più deciso taglio di imposte.

Il crollo delle ideologie, soprattutto di quelle a base sociale, sembra inarrestabile e all’orizzonte si scorge solo un orizzonte di sfumature di grigio.

giulio.profeta@uninfonews.it