6 Dicembre 2019

Roberto Cotroneo è un giornalista, scrittore e direttore della Scuola Superiore di Giornalismo della LUISS di Roma. Del suo curriculum (molto lungo, in verità), mi limiterò a dire che ha scritto per importanti periodici e quotidiani nazionali come “L’Espresso” e “Il Sole 24 Ore”, ha condotto un programma su La7 (La 25ª ora) e scrive, ad oggi, per il Corriere Della Sera, oltre a lavorare alla LUISS di Roma, come scritto prima. Avendo avuto il piacere di incontrarlo, abbiamo parlato di StartUp, approfondendo quanto da lui esposto nell’articolo “La Favola che Apple sia nata in un garage“.

ROBERTO

Cosa ne pensa dell’exploit del “fenomeno StartUp”?
Innanzitutto penso che non sia un exploit, infatti si parla molto di StartUp in Italia, ma non ce ne sono. Più che altro, è una moda perchè sembra rendere le cose più facili di quello che sono; infatti la StartUp è diventata, nell’immaginario collettivo, quell’idea così geniale da far arricchire senza bisogno di altri strumenti. Le cose però non funzionano in questo modo. Penso invece che le StartUp sono un punto finale di un percorso e non un punto iniziale. Infatti le idee sono buone se supportate da un know-how profondamente solido: bisogna conoscere i mercati, le esigenze dei consumatori e tante altre cose. Non possiamo chiuderci in una stanza e inventarla dal nulla!

Lei ha detto che le StartUp sono un punto di arrivo e non un punto di inizio, ma, quando vengono descritte nei giornali o si cercano bandi di concorso per ottenere finanziamenti pubblici o privati, vengono trattate spesso come piccole imprese appena costituite o addirittura costituende. Come mai?
Io credo che questa sia una “fuffa” descritta dai giornali in un paese come il nostro dove non esistono le StartUp perchè nessuno le finanzia, ma ci sono solo tante idee che vengono spacciate per StartUp e che però non diventano niente di concreto. Penso invece che all’estero abbiano capito che le StartUp sono la parte finale di un lavoro serio e faticoso. Io capisco bene che, in un paese aleatorio come il nostro, la  nuova moda giovanile sia quella di inventarsi una StartUp con l’illusione di arricchirsi senza avere esperienza e lavorando poco. Non funziona così e questo si vede dal fatto che non esistono StartUp italiane che possano definirsi rilevanti.

Quindi cosa hanno in più paesi, come Israele, in cui le StartUp stanno crescendo talmente tanto da far parlare di una Silicon Valley  israeliana?

Israele è un paese con un know-how tecnologico e culturale profondissimo che attinge, non solo dal paese stesso, ma anche dalla rete israeliana nel mondo, per questo funziona. Va sfatato il mito di Archimede Pitagorico a cui si accende la “lampadina” e gli viene l’idea geniale. Queste sono stupidaggini che ci piace pensare perchè sarebbe bellissimo per tutti. Esiste solo l’idea che ti viene lavorando a lungo ad un certo tipo di progetto.

In sintesi, in quali paesi le StartUp hanno suolo fertile?

Le StartUp hanno suolo fertile nei paesi in cui si investe in innovazione, ricerca e sviluppo.

Cosa consiglierebbe, ad esempio, ad uno studente di ingegneria che voglia diventare uno startupper?

Studiare e lavorare. Accumulare esperienze e competenze. Le idee nascono poi collegando i propri saperi con le esperienze e le competenze ottenute e generando così innovazione.

Facendo invece un passo all’indietro nella storia, come ha influito la globalizzazione nella nascita delle StartUp?

In realtà, la globalizzazione ha portato la possibilità di accedere a saperi diversi da diverse parti del mondo, ma riguarda, più che altro, l’uniformità dei consumi permettendo di uniformare i prodotti che servono ai consumatori.

 

 

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Davide Motta
Davide Motta

Ho 19 anni, sono di Livorno e studio economia a Roma. Sono appassionato di politica, e filosofia. La mia "dichiarazione di poetica" si può riassumere in una frase di Feuerbach: "Non è Dio ad aver creato l'uomo, ma l'uomo ad aver creato Dio".

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