1 Ottobre 2020

In Egitto il clima è molto teso in questi ultimi giorni, la popolazione riunita a migliaia nella solita piazza Tahrir chiede a gran voce le dimissioni del presidente Morsi.       

Il premier egiziano Hisham Qandil per cercare di sedare la più che prossima rivoluzione civile ha rimesso il proprio mandato, le sue parole riportate sulla Repubblica: “se questo può contribuire ad allentare la crisi in atto”,ma i Fratelli Musulmani, il movimento islamico(simpatici fanatici) dell’attuale presidente, hanno fatto appello affinché tutti, nessuno escluso, (e qui sta la democraticità del movimento), si immolino per la difesa accettando anche il martirio.                                                                   


Il presidente egiziano ha rispedito al mittente l’ultimatum dei militari, accolto con un boato di giubilo, che chiedevano un accordo con l’opposizione entro le 48 ore, così da ristabilire una certa serenità nel Paese che da troppo tempo ormai non conosce.                                                                                                                                      

cairo-tahrir-square-large[1]L’ultimatum se non verrà rispettato, possibilità per nulla remota viste le parole dello stesso presidente egiziano: “Proseguirò nella mia azione di riconciliazione nazionale. I militari devono farsi da parte e non interferire con la vita civile del paese. Le loro richieste non possono essere prese in considerazione”, avrà come tragica conseguenza lo scioglimento del parlamento e la sospensione della costituzione da parte dell’esercito stesso.          

La situazione che si prospetta non è delle più rosee, ma sicuramente si tingerà di rosso sangue se nessuno dei protagonisti recederà dalle proprie pozioni, infatti i dettagli trapelati riguardanti un’eventuale roadmap tracciata dall’esercito prevedrebbero oltre ai già citati stravolgimenti istituzionali, una modifica della stessa Carta entro pochi mesi, con il sospetto che l’esercito con questa mossa voglia assumere ancora maggiori poteri, ed elezioni presidenziali anticipate.

 

Inoltre fino a quando la Costituzione non sarà modificata la gestione del potere sarà affidata a un Consiglio ad interim, quasi sicuramente di stampo militare, da una parte ciò è auspicabile perché allontanerebbe probabili “religiosismi” fuori luogo e fuorvianti, ma dall’altra parte una situazione militarizzata in tale possibile misura non sembra terreno fertile per una futura e stabile democrazia civile. L’agenzia Mena riporta che il presidente egiziano Morsi ha ricevuto oltre al premier Qandil anche il ministro della Difesa e capo delle forze armate Abdel Fattah el Sissi.

Secondo fonti militari, le truppe sarebbero pronte a disporsi nelle strade della capitale egiziana e delle altre città per prevenire i possibili scontri fra i facinorosi sostenitori di Morsi e l’opposizione che vuole giustamente un governo di laiche intenzioni.                                                                                                                                       

La violenza comunque ha già mietuto le sue prime vittime, il bilancio è di 16 morti e 781 feriti, ma probabilmente è destinato ad aggravarsi per la gioia della falce mortifera. Il granitico forte del presidente egiziano continua a riempirsi di enormi crepe, ciò è dimostrato dalle dimissioni date dai suoi sei ministri in poche ore, probabilmente consapevoli della brutta piega che stanno prendendo gli eventi.


Il presidente Morsi, sebbene “sfiduciato” da milioni e milioni di egiziani che hanno sottoscritto una richiesta di dimissioni, (ci sarebbe da chiederci perché non l’hanno fatto al momento opportuno: le elezioni), non vuole arrendersi all’evidenza dei fatti: accerchiato dalla piazza, dall’esercito e dalla pressioni, che non potevano certo mancare, della Casa Bianca.

Dagli Usa Obama ha chiamato Morsi sottolineando che la crisi deve essere risolta e che potrà succedere solo attraverso un processo politico, ma in realtà l’eventualità che il presidente Morsi venga scacciato con bastoni e pietre non dispiace all’omologo americano e sinceramente non dispiace nemmeno a me. Le azioni di forza dei dimostranti sono già iniziate nell’ambito della campagna di disobbedienza civile.  Sembra però che vi sia un flebile luce in questo tunnel di violenza in cui l’Egitto è piombato dai moti che cacciarono Mubarak, questa luce è il nome di Mohamed el-Baradei, ex capo dell’Aiea, Premio Nobel per la Pace nel 2005, presentatosi alle elezioni post-Mubarak, poi ritiratosi dalle stesse.

La domanda che ci dobbiamo porre ora è: perché queste rivolte se Morsi è stato il primo presidente eletto nella storia egiziana?   

La popolarità dell’islamico Morsi e dei suoi amici è calata drasticamente in tutto il Paese, segnalato dalle importanti elezioni che si sono svolte l’anno scorso dopo le presidenziali.            

Nel voto universitario di marzo, per citare solo un esempio, i “Fratelli Musulmani” fortunatamente hanno perso la maggioranza di quasi tutti gli atenei.                           La fiducia e la speranza riposte nel cambiamento che il Governo Morsi doveva portare erano molte, ma gli egiziani si sono scoperti più indigenti e miserabili di prima. Tale situazione è imputabile sicuramente alla crisi economica e all’inflazione che ha portato molti egiziani a emigrare, inoltre la disoccupazione è cresciuta a causa dell’instabilità politica del paese che ha portato a una profonda decrescita nel settore turistico che ancora oggi, dopo la rivoluzione, non si è ripreso.                                Le accuse a Morsi non si limitano solo a indicare la sua incapacità e staticità nell’affrontare questi problemi, ma anche nel perpetrare lo stesso gruppo di potere ai tempi di Mubarak cosicché le disparità economiche invece di essere sparite, sono solo stata consolidate con il tempo.

Queste problematiche hanno sempre afflitto il paese del Nilo, ma la situazione ora è riconducibile ai “Fratelli Maomettani”, gli imam conservatori, i ricchi deputati islamici dalla barba lunga sono solo il simbolo di un potere caratterizzato dall’arroganza e dalla superbia, sono coloro che permettono impunemente di non far funzionare l’Egitto.

Gli egiziani si sono svegliati dal loro torpore agitato, fortunatamente durato poco, hanno capito chi sono i nemici dell’Egitto, della loro patria, della loro casa, hanno capito che se vogliono cambiare i fatti devono scendere in piazza e rischiare la vita contro quelle milizie islamiche che vogliono farsi credere lo fratelli, hanno combattuto un anno fa’ ma non sono stanchi, questo no!  

Preferiscono sanguinare ancora e mondare dai lerci passi teocratici le loro istituzioni, quelle per cui non smettono di combattere, combattere per uno Stato laico e repubblicano, non per un nuovo Sultanato.                                                                                                                                                                                                                              Il pericolo che si pospone è però grande: evitare che la repubblica si trasformi in uno Stato comandato, vigilato, sorvegliato dal Grande Fratello qual è già oggi in parte l’esercito.                                                                                                                                                                                                                                                                                 

Quest’ultimo si è posto al fianco dei milioni di egiziani, ma sembra che voglia approfittare di quest’onda per conquistare la terra; il cammino è appena iniziato.

1296640961436piazza_Tahrir[1]

 

Matteo Taccola

matteo.taccola92@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

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Matteo Taccola

Sono uno studente della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, curioso, estroverso, mi piace scrivere.
Ho voluto accettare la sfida postami da “Uni Info News”, mettermi alla prova e scrivere quello che penso con l’intenzione di potermi confrontare con tutti quelli che ci leggono.

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