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L’essere giovani, l’essere energici

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Pochi anni fa (ma pochi anni sembrano, in una carriera universitaria, quasi ere) tentai disperatamente di raccogliere delle energie. Io, forse qualcuno lo sa, studio giurisprudenza; e le energie erano ovviamente quelle del diritto, dell’economia, della politica e della filosofia, con i loro risvolti e le loro ricadute sull’arte. Ma è forse in questo secolo impresa vana tentare di ricostruire quelle “novissime” energie che, giusto cent’anni fa, riuscivano a raccogliersi. E io (scioccamente) avevo pensato che Pisa non potesse essere poi distante da Torino.

No, la verità è che oggi domina altro, e cioè l’impresa. E non l’impresa che si tenta (ad esempio per ricostruire energie, appunto, “novissime”), ma l’impresa dell’imprenditore, l’impresa di chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi. Con la differenza che, non dovendo qui sforzarci a tutti i costi di interpretazioni dottrinarie, ma potendo liberamente adattare a una realtà lata una nozione commercialistica, dico: si tende, con tale impresa, con la nozione ex art. 2082 c.c., a concorrere sul mercato (ancora latamente inteso). E in fondo, questo è quanto solo interessi.

Intendiamoci. Vi racconto un aneddoto. Quando Gobetti iniziò a entrare in contatto con codeste energie nove, fu avvicinato da un (come lui) giovane intellettuale, genovese. E, poiché l’intellettuale era appunto giovane e sconosciuto, e d’altra parte tutti i giovani sconosciuti intellettuali scrivono poesie, e dovendo Gobetti per forza di cose fare i conti con le disponibilità economiche, disse a questo giovane, che voleva pubblicare le sue liriche, che gliele avrebbe anche pubblicate: ma lui avrebbe dovuto assicurargli un numero minimo di compratori, in modo che Gobetti potesse coprire le spese. Il giovane fece il possibile (ah, come dev’essere stato frustrante e imbarazzante!) per stendere una lista di parenti, amici, conoscenti, amici di amici e conoscenti di amici. Una lista di sottoscrittori, di gente che si impegnava a comprare, perché altrimenti non si sarebbe neppure pubblicato. L’impresa (nel senso, qui, di tentativo) riuscì, e Rivoluzione liberale pubblicò gli Ossi di seppia, che è poi forse la raccolta poetica più fondamentale del ‘900 italiano.

Questo per dire che anche un intellettuale disinteressato, teso solo a educare o anche, più riduttivamente, solo a esprimersi e far esprimere, e non già a incamerare, anche un gigante del pensiero politico del Novecento, dicevo, doveva pur sempre fare i conti con l’editoria, col vil denaro, con i quotidiani ostacoli alla diffusione del pensiero. E si trattava, lo si può ben dire, di un pensiero non comune, non certo di uno scribacchiare a caso o per vanità.

Ma allora (erano i primi del ‘920) si può dire si facesse economia: che anche i più grandi, desiderosi di astrarsi da una contingenza bieca per parlare con parole (con parole pesate!), dovessero scontrarvisi. Ma oggi non più. Oggi non si fa economia perché vi si è costretti se si vuole dire: oggi si fa impresa con il dire (più o meno vacuo).

Questo significa arretrare: significa, cioè, rinunciare senz’altro a educare, ma più a fondo significa finanche compromettere l’esprimersi. Annacquare. E, mi si permetta, un conto sarebbe annacquare un Sassicaia (beh, uno spreco, non c’è che dire!), ma un altro paio di maniche è annacquare un Tavernello. Insomma, che può rimanere? Ebbene, poiché quel che poi si ha da dire non è che frutto spremuto di un vitigno già modesto, perché non eliminare del tutto quest’intermediazione e non concentrarci direttamente sulla vendita? Forse questo è impossibile, perché per vendere si deve pur averlo, un prodotto, e solo i più astuti sanno vendere il niente. Ciò che si domanda l’intellettuale è però: vendo un prodotto perché lo produco e voglio divulgarlo (ciò che è proprio di ogni attività dell’uomo, ché altrimenti non ci si esprimerebbe) oppure produco perché voglio vendere (ciò che è proprio del capitalistico, cioè di una particolare categoria di attività dell’uomo)?

A questo i giovani di oggi sono di fronte. E la scelta (sarà il contesto storico-politico in cui siamo nati e cresciuti, sarà una peculiare predisposizione, sarà una cattiva educazione o formazione) è sempre più indirizzata in un preciso senso.

Ecco, non vado oltre. Spero che in molti non ci abbiano capito niente, così rileggeranno per non capire ancora (benché un senso – purtroppo! – queste parole ce l’hanno eccome). Guardate che è un esercizio utilissimo: il lettore imparerà almeno a gestire una cosa che ha perso da alcuni anni: l’attenzione, la concentrazione dico. Soprattutto, l’esercizio critico della scelta. Perché, ancora una volta, io non posso che prendermela con te, lettore, che non sai scegliere. Inutile che ti giustifichi dicendo che ne sei sommerso, di roba, e che è questo sporco mondo che ti costringe e ti indirizza: perché a me, la protesta e l’indignazione, son venute abbastanza a noia, non seguendo più a queste un briciolo di slancio propositivo. È chiaro: in un mondo in cui tutto è dovuto, come cantava Venditti, disprezziamo i politici, e ci arrabbiamo, preghiamo, gridiamo, piangiamo e poi leggiamo gli oroscopi. In questo mondo è chiaro che si fa impresa vendendo anche i minima moralia: purché si vendano…