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Libertà è partecipazione? – parte 1

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Lentamente si affievolisce la passione.

O segno dei tempi che cambiano; o consapevolezza di non poter scalfire; o personale stanchezza. Tra l’altro, per così poco. E tuttavia, il poco che è, disarma. Quando invece è tanto è più probabile che schiacci, quindi faccia reagire: conseguentemente, in quel caso, la passione divampa, travolge, e allora bisogna stare attenti all’inverso, cioè a non bruciarsi, o bruciare e rimanere cenere.

Attualmente, in politica, bisogna confrontarsi con la pochezza.

No. In realtà la passione ancora ci sarebbe, quello che accade è qualcosa di diverso. Capire di che si tratti, però, è difficile. Ancor più difficile è descriverlo. Vediamo se ci riesco.

Punto primo. Quando si è più giovani e inconsapevoli, la passione politica è molto facile nasca per fascinazione. Variegate sono le cose che possono affascinare: la lotta; il contrariarsi; l’opposizione; il dibattito; lo scambio; l’impegno; il potere; i simboli; le storie; gli episodi. Alcune di queste esperienze sono estremamente coinvolgenti. Di solito quanto più sono vuote o appariscenti o passeggere o insignificanti, tanto più coinvolgono. Gli episodi, ad esempio. Le più banali in assoluto nel vivere pubblico. Sono quelle che scaldano, e chi è più giovane e inconsapevole ne è inevitabilmente trascinato. Si fa tanto chiasso; può essere spassoso assumere una posizione; a volte si arriva a scontri feroci (tra amici, nei dibattiti nelle riunioni, sui giornali, nelle sedi istituzionali); tutto cade – dico l’episodio, con ciò che potrebbe sollevare in termini di opinione, ma non è detto che sollevi –; l’odio resta.

Punto secondo. Man mano che si assume consapevolezza (e intendo dire che è più facile assumerla negli anni, ma conosco sedicenni consapevolissimi), la passione politica si alimenta per dedizione. Le cose che fanno presa in questo momento sono molto poche. Si studia, prima uno o più ambiti o materie, poi la realtà politica; ci si forma un’idea che riduce a sfumature sensate le divergenze che lette senza questa fondamentale lente sembrano non componibili e inaudite; si dubita della stessa idea, rimanendo spiazzati sul da farsi e sviluppando il sentimento di apprendere e approfondire ancora, perché si capisce che in mancanza di ciò l’agire politico è un’arma spuntata, e comunque ci si chiede, prima ancora, quale agire politico intraprendere. È in questo preciso istante che tutti i ridicoli battibecchi ci appaiono insopportabili. Gli episodi intollerabilmente insensati. Le storie molto scontate o caricate. I simboli vacui. Il potere grottesco e squallido. Il dibattito infantile o mal condotto. E l’impegno? La pericolosità di tutto ciò è che l’impegno possa apparire fatica sprecata, inutile. Lo scambio si interrompe; il contrariarsi si appiattisce; l’opposizione si restringe; la lotta si smorza. E cioè tutte le espressioni più cariche e più salutari del vivere pubblico – della politica – muoiono.

Punto terzo. Ma è vero questo corollario? È logicamente concludente rispetto alle premesse, che mi paiono abbastanza inoppugnabili?

Punto quarto. La partecipazione.

Si aprirebbe un capitolo importante, da trattare diffusamente. Non si può. Occorrerebbero riflessioni più ampie che qualche mese o anno di rimuginarci sopra, senz’altro di qualche paroletta scribacchiata. Ma è anche vero che sennò non si comincia mai a fissare dei punti su cui discutere e da cui prendere le mosse. Se lo si fa, invece, quella conclusione di cui sopra rende invalido il sillogismo. Ciò che significa speranza, passione, politica. Eccetera, tutto quanto ne consegue. Che a ben vedere è tutto quanto ciò di cui è capace l’uomo. Dunque.
Dunque. Partiamo proprio da una cosa che coinvolge molto l’adolescente che si vota all’impegno politico: la canzone d’autore. Far finta di essere sani, il signor G, 1973. Ci insegna che libertà è partecipazione.

Così uno va sempre a votare, perché è giusto farlo, è un’espressione di libertà, di diritto, non sto qui a pontificare su quanto enormemente importante sia votare. Poi però capita che risulti talmente confusa la gestione della cosa pubblica che si chiami l’elettorato a esprimersi su materie altamente tecniche, su cui è difficile formarsi una corretta e informata opinione, il bilanciamento dei cui valori in gioco richiederebbe assunzioni di responsabilità che non si possono richiedere al quivis de populo, soprattutto a fronte dell’impossibilità di accedere a tutti i documenti del caso. Per esempio. Leggasi referendum sulle trivelle. Oppure capita che percorsi politici intrapresi da decenni incontrino improvvisi rovesci dovuti a assurde contingenze, di modo che l’elettorato di riferimento si senta come defraudato della fiducia riposta in taluni soggetti, più o meno istituzionali – e non parlo, o non parlo solo, di persone fisiche, ma anche di idee che prendono corpo in persone o aggregazioni varie –, soggetti che poi chiamano tale elettorato a esprimersi di nuovo in fretta, senza troppe informazioni, con una forte ipoteca sulla fiducia e con verosimili, troppo facili previsioni di nuove menzogne. Per esempio. Leggasi primarie del Pd. Altro esempio, più grave: capita ormai in una sensibile fetta di comizi elettorali di votare per liste chiuse. E allora non ci si vuol sentire complici, o ci si sente per nulla rappresentati, o peggio ci si sente imbrigliati in un sistema che è fluido se gli pare, ma che è generalmente ingessato e chiuso, senza possibilità di appello o di ricambio o di rinnovato e periodico innestarsi di idee che, se non siano pulite, almeno nuove sì, lo siano.

Quindi, che fare? Partecipare a ogni costo? Ma si potrebbe acutamente osservare pure che tutto ciò è ben il contrario della partecipazione, è un andare al macello, un procedere in ottusa fila indiana verso il baratro del qualunquismo, dell’impotenza, dell’ininfluenza assoluta e omologante. Ah, be’, paroloni: se voti, voti; se non voti, non voti, e cioè non partecipi. Più in generale, se dibatti, ti mobiliti, sei coinvolto, allora partecipi; sennò no. E punto. Ovvero: la partecipazione deve essere informata e cosciente, ché altrimenti non è tale. Se poi ti butti nel mucchio, questo è altro affare. Ovvero no. No e poi no. Anche la meccanica e cieca partecipazione è partecipazione. Devo dire, sono d’accordo. Ma, mi permetto di obiettare, non è più libertà.

La partecipazione perché si deve partecipare, senza razionalità, senza entusiasmo, senza la consapevolezza di apportare un proprio, personale e unico contributo, è partecipazione, sì, ma non è libertà. Anche chi votava Sì alla lista fascista partecipava. Per dire. È appunto la partecipazione del totalitarismo. Quale poi sia, codesto totalitarismo, dipende. La dittatura; il pensiero unico; il capitalismo nell’era della società del consumo; le oligarchie; il popolo stesso cretino e alla deriva, senza amore, senza slancio; il sistema, il cosiddetto sistema. Quale sia, per l’appunto, dipende. E poco importa, aggiungerei. Rimane comunque assenza di libertà. Poiché la libertà e la partecipazione non è detto non possano risiedere nella riflessione e, se lo si ritiene meritevole, nell’astensione, nell’uso negativo del diritto, volendo (che non è abuso). Tanto più dato il suo essere indisponibile e personalissimo.

Il punto è semmai capire dove la riflessione porti. D’altra parte, io credo, tutto essendo politico, e niente rintracciandosi fuori dall’insieme P (ossia politica), la riflessione è la forma più alta della politica – dunque della partecipazione. È la spinta stessa a una migliore, attiva partecipazione, poiché senza si ha solo un vizioso, alla lunga devastante avvitarsi su se stessi. Manca riflessione in chi fa oggi politica? Sì. Conclusione provvisoria: non è sana politica. Quasi – contraddicendomi – non è politica.