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La politica oggi funziona così: se anche dovessimo aver capito, alla fine è superfluo.

Se anche dovessimo, perché non è detto che lo sia. Anzi, spesso proprio non ci si capisce niente. Ed è superfluo. Nel senso che è una certezza, e non: è probabile che sia.

Va bene. Della massa, dalla massa, per la massa. Il che, perdonatemi, è paradossale se ci si pensa. Proprio quella massa inferocita che addita, incolpa, divora, digerisce e espelle, non concede tempo, non perdona, non ragiona; proprio lei, la massa, che viene invece corteggiata perché segni a dito, discolpi, lungamente sopporti, faccia perdere tempo, si dimentichi (quindi perdoni, non ragionando). Ed è ciò che alla fine fa.

Allora. Quando una democrazia secondo voi è matura? Quando il popolo è cosciente, su tre livelli (dico io): è consapevole; ha coscienza sociale; è responsabile di ciò che fa. Quindi, per esempio:

Preparativi in un seggio per il referundum sulle Trivelle a Roma, 16 aprile 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMIil referendum tenutosi il 17 aprile scorso è emblematico di questo. Tralasciamo le ragioni del Sì e del No, per carità; tralasciamo l’inutilità (presunta, per tutti; per me, effettiva) di una tale consultazione; tralasciamo pure i moventi politici (o pseudotali) che l’hanno promossa e poi animata. E diciamo questo: in una democrazia matura (forse neppure ci sarebbe stato un tale referendum, ma poniamo per assurdo ci fosse stato), un Presidente del Consiglio non invita ad astenersi, ma ad andare a votare No; un popolo cosciente vota; un popolo intelligente (ma questa è l’opinione di chi scrive, fondata su un’analisi ponderata di tutta una vicenda che, superficialmente lineare, credo in profondo complicatissima, ma che qui non svolgo) vota, nello specifico, No; il quorum si raggiunge. La democrazia in Italia non è matura, perché è avvenuto tutto il contrario: il PCM ha invitato all’astensione (come fecero già prima di lui… la svolta buona…); il popolo non ha votato; il popolo che ha votato ha votato Sì (contro l’opinione di chi scrive, s’intende); il quorum non si è raggiunto. Ma accontentiamoci: l’ordinamento prevede un certo tipo di referendum (abrogativo) e un certo meccanismo di funzionamento di questo (art. 75 Cost.; legge 352/1970), quindi è lecito discernere: un conto è non votare per ignavia, un conto è non votare per ponderata e cosciente scelta politica. Verissimo. Sono il primo a riconoscerlo (benché, personalmente, abbia votato). Nondimeno il gioco al ribasso resta. Certo, non si può inventare la democrazia dall’oggi al domani, e se molti nel Paese si muovono calcolando (e ponendo biecamente in essere) propri tornaconti pratico-politici, allora è conseguente che il PCM faccia lo stesso. È una democrazia però, mi si perdoni, più povera;

Senato-elettivo-610x350la riforma costituzionale. Qui il discorso va legato anche all’evoluzione storica di un Paese. E non mi riferisco all’AC, per carità (e anzi, prima di parlarne, e di parlare dei partigiani, studiatevi, tra tutti, un po’ di storia e sforzatevi di aver maggiore rispetto, sia nella maggioranza, sia nelle opposizioni, specie quelle di sinistra). La storia ci insegna che le modifiche della Costituzione, che possono anche essere strutturali, dovrebbero essere però settoriali, non omnibus. Così si fa solo un gran macello, ed è chiaro che, in coscienza, al referendum costituzionale bisognerebbe votare, e con decisione, No. Perché già il fatto stesso di andare a votare in blocco per una riforma che coinvolge praticamente tutte le istituzioni politiche della Repubblica meriterebbe di respingere tale riforma. Questa riforma costituzionale doveva appuntarsi esclusivamente sulle funzioni di indirizzo politico del Parlamento, per ben sposarsi con una degna e lineare legge elettorale (sempre che questa così sia, ma poniamolo ad absurdum), in modo da consentire una qualche stabilità politica che, sono convinto, gioverebbe al Paese. Invece tocca tutto, stravolge tutto, e mette i cittadini – soprattutto i cittadini coscienti – con le spalle al muro. Cioè mette il popolo nella condizione di dover valutare i pro e i contro: si aggrava il procedimento legislativo, con (per dirne una) sicuri intasamenti della Corte Costituzionale per pure ragioni di forma legislativa (figurarsi la sostanza)… sì, ma si semplifica il quadro istituzionale (mmm… vediamo come); si fa ordine nella ripartizione delle competenze Stato-Regioni (e vediamo come)… sì, ma si stravolgono i rapporti interni alla Repubblica, con confusioni deleterie nella composizione degli organi, primo il Senato. Insomma, anche qui si gioca al ribasso. Cioè si pondera (nelle decisioni dei cittadini coscienti) per non ponderare (nel secco voto, Sì o No a tutto un blocco eterogeneo, intricatamente collegato al suo interno, con ricadute imprevedibili nella loro pericolosità per il sistema);

la semplificazione politica e ideologica è l’ultimo – e più deleterio – caso emblematico. Si forma un Governo, il giorno dopo c’è già Travaglio con una pila di fogli per dire merda di questo o quello. Così, anche un po’ a caso. Il che è già una semplificazione. Intendiamoci: la critica aspra, la denuncia, fanno solo bene a una democrazia. Ma c’è una sottile linea di confine tra giornalismo e qualunquismo, lo spregiudicato e esasperato essere sempre e comunque contro. Questo impoverisce la democrazia. Se non va bene niente, non si riesce nemmeno a distinguere il politico arrivista da quello virtuoso, il politico maneggione da quello volonteroso, o comunque quello peggiore da quello “meno-peggio”. E poiché l’informazione ha un grandissimo peso nella formazione delle coscienze, nell’indirizzo politico, quindi nella stessa qualità di una democrazia, anche questo impoverisce una democrazia. Va tutto male, sempre. Quindi più disaffezione. Quindi più sfilacciamento sociale. Zeitungen, Tageszeitung, Medien, Information, Pressefreiheit Foto: Clemens FabryArriviamo alla guerra di tutti contro tutti e siamo andati così indietro nel tempo che magari fossimo all’Ottocento borghese e capitalistico che sfrutta l’operaio (come vorrebbero alcuni, e non solo i capitalisti…), ma approdiamo diretti diretti allo stato di natura hobbesiano. Complimenti. Perché devo pagare le tasse se sono tutti ladri? Però lui è impunito e io no: e non dovrei fare quello che voglio? È incredibile quanta fetta di popolazione perbene questo clima avvelenato stia mangiandosi. In un altro articolo avevo sottolineato quale fosse la reale ideologia che dovrebbe animare la società contemporanea, e cosa invece la offuschi, portandola a sbandare di qua e di là. Questo che descrivo è uno dei catalizzatori di siffatte sbandate. Il gioco al ribasso qui è consegnarsi a una stampa asettica, che riporta solo la notizia sostenuta da un giornalismo ectoplasmatico. Penso, fuori dai denti, a cose tipo Sky TG24: danno sempre la notizia in tempo reale, commentano in modo imparziale… che si vuole di più? Certo. Io stesso sono anni che non compro più un giornale, nauseato dal piccolissimo giornalismo. Ma l’alternativa è affidarsi ai bravi scolaretti. Dio, che noia, soprattutto che insignificanza, i bravi scolaretti! Sono lontani i tempi del giornalismo, anche aspro, anche scandaloso o poco condivisibile, ma garantito da lucida presa di posizione, da passione, da autocritica (firme come Pasolini, Fallaci, Terzani, Biagi… ma anche, dirò, Ferrara, io credo non ci siano più, o siano soffocate dal loro continuo prostituirsi – intellettivamente e moralmente, beninteso – o stentino a imporsi, soffocate dal continuo chiacchiericcio). E allora ci si affida appunto all’asettico. Beh, l’asettico, per sua stessa definizione, è molto povero di vita…

La semplificazione politica e ideologica è ciò che poi porta la politica attiva a non costruire; non educare; non fare scelte responsabili e impopolari che scommettano su un futuro a lungo termine. Ci si affida alla massa che, disamorata e, in questo, colpevole, nel gran numero non fa che inveire e insultare (secondo me, per esempio, sono terrificanti le parole d’astio e di spregio che nella rete sociale sommergono le interviste di politici come il Presidente emerito della Repubblica, lo si condividesse o meno, guardate… è una questione anche di rispetto di se stessi, non so se mi spiego – probabilmente no, ma di questo forse tratterò un’altra volta).

Si parla, cioè, alla massa. Da popolo, a massa.

Beh, insomma, sarebbe bella una coscienza di popolo, come quelle che, una volta, c’erano anche, e forse a fiume carsico scorrono ancora in alcune pieghe della società… chissà…

Ma per ora, purtroppo, poiché il popolo italiano, sia nella classe dirigente, sia – ahimè, ahimè, nessuno lo dice mai, o mai con troppa forza -, soprattutto, nella generalità della popolazione (e trasversalmente in questa: professionisti, insegnanti, studenti, operai, statali, commercianti, artigiani, industriali, disoccupati… ), cosciente non è, ci si accontenta di questo: quando una democrazia è matura? Quando i fascisti dicono che lo Stato e il Governo sono comunisti e i comunisti dicono che lo Stato e il Governo sono fascisti. Che è poi una prospettiva rabbrividente. Ma questo, forse, dobbiamo fare. Rabbrividire. Perché, se si tenta di comprendere (per esempio studiandosi la riforma costituzionale prima di votare, anziché votare “Sì per il cambiamento contro i gufi” o “No per far cadere il Governo”, visto che si parla di un giochino che si chiama Costituzione della Repubblica italiana… ), si esce dalla massa e, come insegna Platone, poi la massa ti lincia. Ma, anche se non ti lincia, a questo punto, per come poco cosciente è il popolo-massa italiano, non solo nel popolino scemo, sempre più ingrossato nei suoi ranghi, ma anche tra gli intellettuali che ricercano quando nel ’45-’48, quando nel ’68-’78, quando nel ’92-’94 la perduta età dell’oro della politica, a questo punto, dicevo, sei superfluo. Non conti niente, non sposti una virgola. Per la grandissima parte chi compie le scelte (con chi legittima coloro che le compiono) non ha competenze, non ha coscienza sociale, è irresponsabile. La “formula trinitaria” rovesciata.

La politica consegnata agl’imbecilli è quella che ha deriso per decenni le grandi opere e vuole erigere un’ovovia in piena Livorno, mi si passi, in cauda, la provincialità.

E allora anche chi, non dico abbia la presunzione di sentirsi cosciente, ma si sforzi di essere integro con se stesso e con gli altri, comprendere il funzionamento delle cose politiche (che sono giuridiche, sono sociali, sono etico-deontologiche, ma, non credo in fondo, morali), seguire coerentemente una propria morale (ché in quest’ambito esiste, invece), chi faccia tutto ciò è annoiato appunto dalla fonte inesauribile di noia che è – correggerò il titolo di questo articolo – non la politica, ma il dibattito politico contingente; e in questa sua noia, quasi consapevole del fatto che, sì, egli poco può, si accontenta che la democrazia sia quantomeno quella che, scontentando tutti, vede comunque tutti andare avanti. Minimizzare così l’altezza della politica non sarà bello, ma non credo sia ancora rassegnazione. Ci manca giusto un pezzettino, però. Credo nondimeno ci possano ancora essere gli estremi per migliorare (forse è un’illusione, ma ci credo): e frattanto facciamo con quel che c’è.