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Vorrei inaugurare oggi questa mia piccola rubrica all’interno della sezione Cultura. Ho scelto questa data non a caso: il 25 Febbraio del 138 d.C. l’imperatore Adriano adotta il suo successore Antonino Pio. “E chissenefrega”, direte voi. Beh in effetti avreste ragione, non è poi così interessante come evento. Mi sembrava però un ottimo pretesto per trattare di una…opera?…meravigliosa quale è il Pantheon (e definirlo opera mi sembra riduttivo, per quanto mi riguarda è la più grande realizzazione architettonica, una meraviglia di genialità e tecnologia, la seconda cupola più grande mai realizzata dopo quella del Centro Nuove Industrie e Tecnologie di Parigi, che però è stata costruita nella seconda metà del 1900). Insomma, ho avuto la fortuna di imbattermi in un giorno in cui si ricorda Adriano, niente di meglio per iniziare un progetto! Ora, se voi, girando per le strade di Roma, vi ritrovaste per caso in Piazza Rotonda, pensereste ad un equivoco: sull’architrave infatti, campeggia il nome di Agrippa, non certo quello di Adriano, e anche chi non è cresciuto a pane e storia romana sa benissimo che tra i due corre più di un secolo. Tranquilli, non sono impazzita: il fatto è che il Pantheon ha una storia, diciamo, particolare.

Vista del pronao con architrave e dedica

La sua prima realizzazione infatti si deve proprio ad Agrippa, nel 25 a.C. circa, e aveva pianta rettangolare con cella trasversale all’ingresso, come il Tempio della Concordia o quello di Veiove, costruito in blocchi di travertino rivestiti da lastre di marmo. L’edificio era rivolto verso sud, in senso opposto all’attuale quindi, preceduto da un pronao (sorta di ingresso colonnato) sul lato lungo che misurava in larghezza 21 metri circa. La larghezza della cella (il tempio vero e proprio) era uguale al diametro interno della rotonda attuale. L’intera profondità dell’edificio augusteo coincide con la profondità del pronao adrianeo. Dalle fonti sappiamo che i capitelli erano realizzati in bronzo e che la decorazione comprendeva delle cariatidi e delle statue. L’intenzione di Agrippa era di creare un luogo di culto dinastico, dedicato agli dei protettori della Gens Iulia (Marte e Venere), dove collocare una statua di Ottaviano Augusto, da cui l’edificio avrebbe derivato il nome. Augusto però si oppose, ed Agrippa fece porre all’ interno una statua del Divo Giulio, (Cesare divinizzato dopo la morte) e, all’esterno, nel pronao, una di Ottaviano e una di se stesso. La decorazione fu affidata a Diogene di Atene. L’edificio fu distrutto dal fuoco nell’ 80 d.C. e restaurato da Domiziano, ma fu distrutto di nuovo con Traiano: le sue fondazioni si trovano circa 2,5 m sotto il rifacimento definitivo che si deve appunto ad Adriano, realizzato tra 118 e 128 d.C, ma l’imperatore volle ricollocare sull’architrave l’iscrizione che commemorava la fondazione di Agrippa, e che recita: M•AGRIPPA•L•F•COS•TERTIVM•FECIT, ossia “Marcus Agrippa, Lucii filius, consul tertium fecit”, che tradotto sarebbe: “Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta, edificò”

Ok, perfetto, direte voi, ma l’edificio attuale? Beh il Pantheon attuale è un vero e proprio capolavoro della tecnica detta “opus caementicium”: si tratta di una tecnica di realizzazione degli edifici grossomodo simile (come si capisce anche dal nome) alla nostra colata di cemento, per semplificare molto. In pratica vengono costruiti due paramenti in mattoni o pietre spesso anche in combinazione tra loro, e l’intercapedine tra i due viene riempita da un materiale plastico composto da frammenti lapidei (detti appunto caementa), legati da una malta di ottima qualità, formata a sua volta da calce e sabbia o, quando possibile, pietra vulcanica frantumata, possibilmente quella proveniente da Pozzuoli e detta pozzolana, appunto (a volte si può trovare impiegato in modo autonomo, senza bisogno di paramenti esterni). Vi sto annoiando con le cose tecniche, ma solo per farvi capire la genialità e la perfezione tecnica che i romani hanno messo in pratica in quest’opera che a un primo sguardo può sembrare poco speciale. Questo materiale plastico permette costruzioni più “spericolate” non solo nelle forme, ma anche nelle dimensioni: e la cupola del Pantheon è il massimo esempio dell’applicazione dell’opus caementicium. I caementa infatti vengono scelti accuratamente, e si ha una progressione dal basalto vulcanico alla base, fino alla pietra pomice alla chiave della cupola (in corrispondenza dell’oculo), qualcosa di puramente geniale. Ma andiamo con ordine.

Ricostruzione grafica dell’aspetto del tempio e degli edifici circostanti. Si può notare come la rotonda sia nascosta dalle altre strutture.

La rotonda doveva essere circondata da edifici, a una visione frontale non si vedeva molto di più della facciata classica a timpano sulle 8 colonne di granito egiziano alte 11.80 m, che sorgeva in fondo a una piazza porticata piuttosto stretta. C’era infatti un problema di rispetto delle tradizioni religiose: il tempio romano è il tempio classico, rettangolare con doppio spiovente e frontone, alcuni come quello di Venere e Roma di Adriano, erano addirittura peripteri (con le colonne tutte intorno, alla maniera greca, cosa che comunque era poco accettata in una Roma che si fondava sulle tradizioni e sui costumi degli antenati), ma la grande maggioranza seguiva il modello italico del tempio su alto podio accessibile solo frontalmente mediante una alta scalinata, e quindi con colonne solo sulla facciata. Per il Pantheon si sceglie invece una pianta rivoluzionaria, che però viene comunque mascherata appunto dal pronao (l’ingresso colonnato di cui sopra). C’erano dei precedenti, nelle rotonde a cupola illuminate attraverso una sorgente di luce centrale delle terme di Traiano e di altre strutture, ma nessuna aveva dimensioni così eccezionali o la stessa affascinante semplicità. Lo schema interno è infatti essenziale e meraviglioso a un tempo: tamburo cilindrico di 43.21 m sormontato da una cupola emisferica, in cui l’altezza dalla chiave (la sommità) al pavimento è uguale al diametro interno. Insomma, una sfera perfetta, tanto più se pensiamo che gli strumenti a disposizione degli architetti e degli operai non erano certo i nostri.

Sezione e Pianta

Sezione e Pianta

Ogni volta che parlo della perfezione delle misure e delle forme, mi chiedo come sia stato possibile realizzare un’opera colossale e perfetta al centimetro. E non posso che trattenere il fiato per l’ammirazione e la commozione davanti alla purezza. Ma andiamo avanti. Internamente le pareti sono divise da cornici in due zone, esternamente in tre. Questa differenza è dovuta a necessità strutturali, perché l’equilibrio della cupola richiedeva un rafforzamento dei fianchi su cui la cupola si impostava, per evitare il collasso. L’aspetto esterno non fu trascurato, e fu decorato con cornici e tegole di bronzo dorato, probabilmente solo sul pronao, mentre la cupola era rivestita di una lamina sottile di bronzo, che si conserva ancora attorno all’oculo (il resto fu “smontato” da Costante II). E’ chiaro che la costruzione di una cupola leggermente più grande di quella di S. Pietro in qualsiasi epoca è una grandissima opera di ingegneria, e il fatto che i costruttori l’abbiano intrapresa testimonia la loro assoluta fiducia nei materiali, che permette loro di superare i limiti fino ad allora raggiunti, e non può che farci ammirare il loro genio e la loro abilità. Un altro fattore essenziale che ha permesso la sua conservazione praticamente perfetta, oltre alla perfezione della progettazione, è la solidità delle fondazioni. La rotonda poggia infatti su un solido anello di materiale cementizio largo circa 7.30 m alla base e profondo 4.50 m, rinforzato da un anello esterno concentrico. Terzo fattore è la gradazione dei caementa del conglomerato cui accennavo prima, fatta secondo il peso e la resistenza alla compressione (travertino, travertino e tufo, tufo, laterizio e tufo, tufo giallo e pomice). Alla chiave di volta il peso è 2/3 di quello dei basamenti, e lo spessore passa da 6  m a 150 cm. Un ultimo fattore sono le cavità distribuite lungo lo spessore del tamburo (i cassettoni) che oltre a facilitare l’asciugamento del materiale servirono ad alleggerire il peso e diminuire il carico sul vano di entrata e sulle 7 nicchie aperte nelle pareti. A questo servono anche i grandi archi di scarico e le tegole inserite nei paramenti. Matematica e ingegneria allo stato puro.

Sulla sinistra successione dei caementa all’interno della cupola, sulla destra ricostruzione della sfera.

Interno, pavimento in opus sectile e i due ordini con colonne e lesene

Al livello inferiore si aprono sei ampie nicchie distile (con due colonne corinzie), a pianta alternativamente trapezoidale e semicircolare, più la nicchia dell’ingresso e l’abside, per un totale di 8 settori. Nei tratti di parete intermedi si trovano lesene corinzie ( semi-pilastri addossati alle pareti) che sorreggono una trabeazione continua (sorta di cornice). Solo l’abside opposta all’ingresso è fiancheggiata da due colonne sporgenti dalla parete, con la trabeazione che gira all’interno. Tra le lesene, negli spazi tra le nicchie, sono presenti otto edicole su alto basamento, con frontoncini alternativamente triangolari e curvilinei. L’armonia e la regolarità sono elevate al sublime e sono tangibili, si percepiscono con un unico sguardo. Le pareti sono rivestite da lastre di marmi colorati. L’ordine superiore, in opus sectile (tecnica per decorare paramenti e pavimenti che si basa sull’alternanza di lastre sottili di marmo dette crustae, di forme regolari e colori differenti), aveva un ordine di lesene in porfido che inquadravano finestre e appunto, un rivestimento in lastre di marmi colorati. Le finestre si affacciano sul primo corridoio interno di alleggerimento. La decorazione romana originale di questa fascia fu sostituita con una realizzata nel XVIII secolo. Il pavimento della rotonda è leggermente convesso verso i lati, con la parte più alta sopraelevata di circa 30 cm, mentre è concavo al centro per far sì che la pioggia che scende all’interno del tempio attraverso l’oculo posto sulla cima della cupola, defluisca verso i 22 fori di scolo posti al centro della rotonda. Il rivestimento è in lastre con un disegno di quadrati in cui sono iscritti alternativamente cerchi o quadrati più piccoli.

E’ evidente il simbolismo cosmico del disegno generale e degli 8 settori in cui è diviso l’interno dalla porta e dalle 7 nicchie, simbolismo che purtroppo non siamo in grado di decifrare. Per quanto riguarda le proporzioni che si fondano su una concezione dell’architettura come uso di multipli di un modulo, non può essere un caso che nell’alzato l’altezza della cupola sia uguale al lato del quadrato iscritto nello stesso cerchio. Un particolare per cui non si è trovata una spiegazione sufficiente è la scelta del 28 per i cassettoni di ogni anello.Consacrato come chiesa nel 610 (Santa Maria ad Martyres), è rimasto continuamente in funzione, e poiché non si prestava a modifiche strutturali come fu per le basiliche, è rimasto perfettamente com’era. L’interno della cupola ha perso la decorazione, che doveva essere di rosette di metallo incorniciate da stucco dorato, e il rivestimento in marmo dell’ordine superiore fu tolto da Benedetto XIV. Gli elementi in bronzo della copertura del pronao e, forse, anche le sculture del frontone nel 1625, sotto papa Urbano VIII furono fusi per creare il maestoso baldacchino di Bernini sull’altare papale in San Pietro. A partire dal Rinascimento nel Pantheon, come in tutte le chiese, furono realizzate sepolture, in particolare di artisti illustri. Ancor oggi vi si conservano, fra le altre, le tombe dei pittori Raffaello Sanzio ed Annibale Carracci, dell’architetto Baldassarre Peruzzi e del musicista Arcangelo Corelli. Vi si trovano poi le tombe dei re d’Italia: Vittorio Emanuele II, il figlio Umberto I e la sua consorte, la regina Margherita.

Interno

Interno

La Bellezza e la Perfezione, la Matematica e l’Armonia, l’Ingegneria e l’Architettura insomma, raggiungono il loro massimo grado, culminano nella perfezione di questa immensa sfera che rappresenta il Tutto. Trovarsi davanti il Pantheon così, all’improvviso, tra le vie di una città che vi è cresciuta intorno, ci ricorda sempre a che punto possiamo arrivare, qual è il limite a cui l’Uomo è arrivato e a cui anche noi possiamo aspirare.

Come spero di essere riuscita a spiegarvi, un monumento come questo è un’opera assolutamente geniale, unica nel suo genere e non solo per essere arrivata a noi come fu costruita il primo giorno (più o meno), ma proprio per la perfezione con cui è stata costruita e per la bellezza e maestosità che percepiamo fisicamente non appena superiamo il portale di ingresso, ci troviamo al centro della rotonda sotto al fascio di luce che entra dall’alto, e ci guardiamo intorno nella penombra. Non possiamo che ammutolire guardando il sole attraverso l’oculo. E’ una sensazione fantastica, sembra di trovarsi al centro dell’Universo, e pensare che persone di quasi 2000 anni fa probabilmente provavano la stessa sensazione nostra, è qualcosa di meraviglioso, che ci fa sentire parte di qualcosa che va al di là del nostro io e ci unisce al di là delle differenze. Forse lo scopo dell’Arte è anche questo. La sensazione di condividere la visione della Perfezione e della Bellezza con chissà quali uomini di chissà quali epoche e paesi, è uno dei motivi per cui, secondo me, possiamo dire quel famoso “ne vale la pena”. E poi, chissà se Adriano si sarà sentito come mi sento io ogni volta che entro nella Rotonda, chissà se avrà fatto il mio stesso percorso, chissà se si sarà fermato a guardare il sole in alto, posando la mano su questa colonna, chissà se il giorno del solstizio d’estate, entrando dal portale che viene colpito solo quel giorno dal fascio di luce, avrà pensato di essere diventato un dio. Credo che, dopo averci regalato una meraviglia come questa, lo sia a pieno diritto. Adriano si sentiva responsabile della Bellezza del mondo, ed è riuscito a trasformare l’Idea pura in materia, ci ha regalato il suo sogno. E l’Uomo deve aver fatto qualcosa di meraviglioso, per meritarsi la Bellezza pura.

Visione della cupola e dell'oculo dall'interno.

Visione della cupola e dell’oculo dall’interno.

Oddio, forse sono stata un po’ troppo prolissa e retorica, mi scuso con chi è arrivato fino in fondo e vi ringrazio infinitamente! Spero solo di essere riuscita a spiegarvi la meraviglia dell’architettura romana al suo culmine, e anche l’ammirazione che provo a poterla ammirare praticamente intatta ancora oggi.

 

Giulia Bertolini

Fonti: Ward-Perkins, Architettura Romana

Roma e l’Italia Radices Imperii