15 Agosto 2020
Mefistofele 1
La scena della Salmodia finale, posta a conclusione del Prologo in Cielo

Mefistofele: un’opera tanto complessa da far tremare i teatri che la propongono in cartellone. È nel segno di questa titanica sfida che si conclude la Stagione Lirica 2015/2016 del Teatro Verdi di Pisa e si conclude con un trionfo. La nuova produzione del teatro pisano (assieme al Giglio di Lucca e al Sociale di Rovigo) è un autentico gioiello in cui sfarzosità e minuziosa cura per il dettaglio si compenetrano mirabilmente. Non è un segreto che per questo Mefistofele ci fossero grande attesa e apprensione; attesa perché l’allestimento del capolavoro di Arrigo Boito avviene sempre più di rado, complici la difficoltà della partitura e l’elevato costo dell’allestimento, apprensione perché chiunque ha studiato la partitura è perfettamente conscio di quanto sia impervia e che ci sono un miliardo di cose che possono andare storte: la scrittura vocale spesso ingrata, le irregolarità ritmiche, la richiesta di una costante e decisa presenza vocale, le velocità talvolta ineseguibili complicano di molto il lavoro degli interpreti, senza tener conto che l’orchestra di Boito – ricalcando quella di Wagner – non si limita ad accompagnare il canto ma è vero elemento attivo e dialettico nel corso del melodramma e che bisogna saper trovare un equilibrio che consenta di amalgamare orchestra, cantanti e la compagine corale soprattutto se quest’ultima, come nel caso di ieri sera, è di dimensioni ciclopiche. Penso di essere nel giusto se affermo che questo delicatissimo equilibrio è stato raggiunto solo grazie alla bravura del M° Francesco Pasqualetti, del regista Enrico Stinchelli, del regista assistente Lorenzo Maria Mucci, dell’Orchestra della Toscana e degli artisti tutti che si sono esibiti sulle tavole del Verdi perché la partitura è tanto impegnativa che un buon esito si può avere solo quando ogni elemento coinvolto nella rappresentazione è di eccellente levatura artistica.

Mefistofele 3
Da sinistra: Giacomo Prestia (Mefistofele) e Antonello Palombi (Faust) nello studio di Faust

Parlando di levatura artistica è d’obbligo iniziare dal protagonista, il basso Giacomo Prestia, al suo debutto nel ruolo di Mefistofele. Prestia si è accostato al personaggio con notevole sensibilità artistica penetrandone la fine ed enigmatica psicologia, portando in scena un demone astuto, beffardo, anche ironico se vogliamo. Questa intensa caratterizzazione è filtrata anche nella voce: la splendida vocalità del M° Prestia, dal timbro oscuro e corposo, si è ammantata di accenti melliflui e tentatori con un retrogusto ruvido, un po’ sauvage, grazie ai quali ogni nota penetra profondamente nello spettatore e rilascia vibrazioni possenti che alla fine della celeberrima Canzone del fischio hanno strappato al pubblico un applauso a scena aperta. Insomma, quanto di più mefistofelico si possa desiderare!


Altrettanto valido il coprotagonista Antonello Palombi: tenore dal timbro squisitamente limpido, Palombi ha saputo coniugare con rara efficacia canto e recitazione ottenendo un risultato coinvolgente e patetico (nel senso del pathos) come raramente ho visto in teatro. Il suo Faust è un uomo mutevole, in un primo tempo facile ad arrendersi con leggerezza al piacere e poi dilaniato dal rimorso che viene sanato solamente dall’azione salvifica dell’amore di Elena e dal sincero pentimento grazie al quale riuscirà a far schiudere la Volta Celeste. Diversi sono i momenti cui Palombi ha ottenuto risultati eccellenti nel corso dell’opera, ma credo che ognuno concorderà con me se indico come akme il momento della morte di Faust in cui l’alchimista afferra la Bibbia e prega: «Dio clemente, m’allontana/dal demonio mio beffardo,/non indurmi in tentazione!/[…] Santo attimo fuggente,/arrestati, sei bello!/ A me l’eternità!».

Mefistofele 8
Valeria Sepe (Margherita) nell’Atto III

Come Prestia, anche per  Valeria Sepe è stato un debutto, più precisamente nelle vesti di Margherita. Ruolo difficilissimo, richiede una grande partecipazione emotiva oltre ad uno studio approfondito del personaggio. La Sepe, che ho già avuto modo di ascoltare come Amelia nel Simon Boccanegra di Verdi lo scorso ottobre, è stata in grado di reggere la parte alla perfezione, con una maturità ed una professionalità che mi hanno stupefatto. L’angelica grazia della sua voce si stagliava luminosa sull’orchestra e sulle vocalità degli altri cantanti, anche nella meravigliosa aria L’altra notte in fondo al mar. In quel frangente mi è sembrato di cogliere forse una qualche rigidità nella prima parte, sicuramente dovuta al timore reverenziale verso quest’aria difficoltosa e dalla tessitura a volte ingrata; ad ogni modo ogni imperfezione si è subito dissolta nella seconda parte (In funereo sopore) che, così come tutto l’Atto III, è stato tanto mirabile nell’esecuzione quanto toccante per il pubblico. Può sembrare un paradosso ma trovo che il momento più difficile dell’Atto sia una battuta che non viene cantata ma recitata: poco prima di morire Margherita, parlando, dice: «Enrico… mi fai ribrezzo!». Questo è stato anche il momento in cui la Sepe ha dato il meglio di sé: ogni sillaba stillava disprezzo, quasi sputata sul palco. Ho avuto i brividi.

Sandra Buongrazio, mezzosoprano, ha invece interpretato Marta. Un ruolo “piccolo”, ma solo per quanto riguarda la presenza in scena! Il personaggio di Marta necessita di una cura particolare e di una voce ferma e iridescente, come è quella della Buongrazio che, con professionalità, ha sostenuto la parte senza il benché minimo cedimento ed è riuscita a connotare il proprio personaggio con un carattere leggero, quasi lezioso, senza che mai il canto fosse relegato in secondo piano. È proprio a Sandra Buongrazio ed ai tre cantati sopracitati che rivolgo un personale complimento per il finale della scena del Giardino che si conclude con un quartetto dall’agghiacciante difficoltà (Addio! Fuggo! Resta!): è costruito musicalmente come un gioco a incastro e se uno qualsiasi di loro quattro avesse commesso anche la più piccola imperfezione si sarebbe accartocciato su sé stesso. Quel che sono riusciti a fare è assolutamente notevole.

Elisabetta Farris, invece, ha interpretato Elena (nella recita di domenica sarà sostituita da Alice Molinari). Soprano di sicuro valore, è stata fondamentale nel rendere convincente l’innamoramento di Faust, mostrando un’ars canora misurata e coscienziosa, anche se un po’ a discapito della chiarezza del testo in qualche breve passaggio. Avrei preferito che il personaggio di Elena venisse interpretato da Valeria Sepe per una questione di maggior omogeneità del libretto e del messaggio di fondo, tuttavia dopo aver assistito alla performance della Farris sono più che lieto che la parte sia stata affidata a lei.
Validissimi il tenore Sergio Dos Santos (Wagner/Neréo) ed il mezzosoprano Moon Jin Kim (Pantalis). Certo, si tratta di ruoli da comprimari, ma se gli interpreti non sostengono la mirabile illusione creata da Boito lo spettacolo stesso si immiserisce, pertanto non è un mistero il perché la produzione si sia rivolta a due cantanti della loro levatura per questi ruoli. Si prenda il personaggio di Pantalis: all’inizio del Sabba classico si esibisce in un duettino con Elena, dalla musicalità preziosa e raffinata. Può un sopranino qualsiasi reggere un simile peso? A voi la risposta.

Mefistofele 7
La celebre Ballata del mondo nel corso del Sabba

A chiudere questa parata di cantanti, non può mancare un doveroso omaggio al coro, ottenuto dalla fusione del Coro Lirico Toscano, del Coro Laboratorio Lirico San NicolaCoro dell’Università di Pisa Pueri Cantores di San Nicola e Santa Lucia ed ai Maestri Marco Bargagna, Stefano Barandoni ed Emma Zanesi. Al coro sono affidate parti di primissimo piano, come l’intero Prologo in Cielo o il finale dell’Epilogo, o di diabolica difficoltà, come il Sabba dell’Atto II. È sul Sabba che voglio soffermarmi in modo particolare, perché si tratta di un ampio momento in cui Boito fa un ricorso massiccio all’intervento del coro e gli assegna brani che solo cori di livello possono eseguire “incolumi”. È il caso della temibile Ridda e Fuga infernale: brano tecnicamente impegnativo ma di grandissimo effetto teatrale, la compagine corale è stata in grado di raggiungere vette di tensione e perfezione artistica ragguardevoli, complice anche lo splendido allestimento. Il coro è protagonista anche del glorioso finale dell’Epilogo, che ieri sera ha raggiunto un’intensità tale che, se avessi il dono delle lacrime, ne avrei versate molte. Un complimento a parte lo meritano i Pueri Cantores che, nonostante la giovanissima età, si sono esibiti con la stessa sicurezza e professionalità dei loro colleghi più grandi.

Come ho appena accennato, l’allestimento ha avuto un ruolo fondamentale nella buona riuscita dello spettacolo. Enrico Stinchelli e Biagio Fersini hanno creato scene essenziali ma ricche di fascino, atte a stimolare l’immaginazione dello spettatore e ad attirarlo all’interno dell’azione scenica, complici anche il disegno luci di Michele Della Mea ed il sapiente uso di video proiezioni a cura dei Mad About Video di Malta in diverse scene le immagini oltre ad essere proiettate sul fondale, venivano proiettate anche su uno schermo semitrasparente posto a metà del palcoscenico e questo sortiva un affascinante effetto simile al 3D cinematografico. Non si tratta di proiezioni fine a sé stesse, ma accuratamente studiate in modo da coinvolgere solo alcuni punti specifici della scena (determinati personaggi, la base del palco, le quinte) o da distorcere la percezione dello spettatore: in questo modo, ad esempio, all’inizio della seconda parte dell’Atto II la scala posta in fondo al palco sembra quasi un sentiero nel bosco che da dietro, più lontano, conduce al palco. Queste stupefacenti illusioni, unite alle splendide scene (una su tutte il Sabba, con la diabolica corona che cala dall’alto) proiettano lo spettatore in uno spazio oltre quello del reale e del concreto, in una dimensione astrale. Grandissima emozione all’ingresso delle Falangi celesti, dove e sul fondale vengono proiettate formazioni di stelle e galassie, un’atmosfera quasi da 2001: Odissea nello spazio, in cui si ha la celestiale visione dell’Universo che esplode in teatro.


Ultimi, ma non ultimi, il M° Francesco Pasqualetti e l’Orchestra della Toscana che hanno amalgamato la follia di Boito con sonorità ora eteree ed impalpabili, ora tanto aggressive e concrete che si crederebbe di poter toccare i suoni. L’orchestra è stata per tutta la rappresentazione un riferimento sicuro ed incrollabile per gli artisti sul palco e allo stesso tempo si è saputa imporre come protagonista grazie al sinfonismo insito nella partitura, riuscendo ad interpretarlo con la professionalità e l’impareggiabile bravura per le quali l’Orchestra della Toscana è ormai celebre e si può ritenere a buon diritto una garanzia.
Il M° Pasqualetti, anche lui debuttante con questo titolo, ha guidato ogni singolo momento del dipanarsi del melodramma con gesto chiaro e sicuro, tenendo in pugno ogni cosa, dall’orchestra, al coro, ai cantanti. Ha addirittura diretto i tuoni che accompagnano le apparizioni delle Falangi celesti, tanto che posso ben dire che la sua bacchetta ieri sera comandato anche gli elementi! Il finissimo gusto del Maestro ha “tirato fuori” il meglio da questa titanica rappresentazione, curando sonorità ed interpretazioni con la sicurezza e competenza del vero professionista quale egli è.

Un finale di stagione straordinario, tanto colossale quanto emotivamente importante, che sottolinea una volta di più la validità del Teatro Verdi di Pisa e delle sue produzioni, tanto per capacità quanto per oculatezza nella scelta degli artisti da coinvolgere e la sensibilità nel proporre al proprio pubblico spettacoli e artisti di livello che, oltre a confermare quanto è già stato detto più volte, è anche di ottimo auspicio per la prossima Stagione. Dopo una conclusione del genere, non ci si può attendere che il meglio!

Photocredit: Massimo d’Amato, Imaginarium Creative Studio

Luca Fialdini
luca.fialdini@uninfonews.it

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Luca Fialdini

Luca Fialdini, classe '93: studente di Giurisprudenza all'Università di Pisa e di pianoforte e composizione alla SCM di Massa e sì, se ve lo state chiedendo, sono una di quelle noiose persone che prende il the alle cinque del pomeriggio. Per "Uni Info News" mi occupo principalmente di critica musicale.

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