5 Dicembre 2021

“Se davvero desideri giungere a quella sublime stazione,

sappi che dovrai uscire da te stesso e salire sul cavallo

dell’inesistenza. Indossa l’abito del nulla, riempi il calice

del vino dell’annientamento e bevilo di un fiato! Getta il

mantello di “ciò che fu” e ricopriti con quello di “ciò

che non fu”. (Farîd ad-din Attâr) 

 

IL PROGETTO

Onirico, visionario, immaginifico, questo e molto altro è lo spettacolo Naturae la valle dell’annientamento, presentato all’interno del Carcere di Volterra, dal 25 luglio al 1° agosto 2021 da La Compagnia della Fortezza con la direzione artistica di Armando Punzo e la cura e la direzione organizzativa di Cinzia de Felice.

“La saga, iniziata con il primo spettacolo su Shakespeare nel 2015 – racconta Punzo – doveva concludersi nel 2021 con l’ultimo atto di Naturae, ma la pandemia ha costretto la compagnia ad interrompere il lavoro agli inizi di marzo e a riprenderlo a fine maggio. Il tempo rimasto era troppo breve per realizzare il finale come lo si era immaginato da anni. Perciò questo spettacolo non sarà un approdo ma la soglia necessaria da attraversare prima di raggiungere l’ottava valle nel prossimo anno”.


“Questo focus progettuale estivo – spiega Cinzia de Felice – nasce alla fine di un lungo e complesso periodo segnato dalla pandemia, che ha messo a dura prova tutto il mondo della cultura e del teatro, ma che abbiamo affrontato con l’energia e l’entusiasmo di sempre come una ulteriore sfida da affrontare e un nuovo limite da superare”.

Questo spettacolo, come altri di Punzo, nasce suggestioni letterarie, filosofiche e storiche. Il suo spettacolo, composto da immagini simboliche e parole sussurrate che fluttuano nell’aria, non ha un centro ma si svolge per tutta la lunghezza dello spazio ai piedi delle austere mura medicee, dove gli attori detenuti e quattro attori della compagnia danno vita a uno straordinario viaggio.

Ph Stefano Vaja

La valle dell’annientamento

Se la realtà non è altro che una delle infinite possibilità di manifestarsi allora questa di Naturae ne racchiude molte. Il mondo come noi lo viviamo quotidianamente viene qui totalmente ribaltato. Ogni tradizione, usanza, storia, religione si fondono e si ridefiniscono dando vita a un nuovo cosmo.

Dal principio tutto si annulla come una tabula rasa o un foglio bianco sul quale poter riscrivere un nuovo percorso alla ricerca del proprio io: solo così può avere inizio il viaggio verso la libertà dell’essere.

Suggestioni dal mondo degli antichi, personaggi storici e mitologici quali Achille, il Minotauro di Creta, il labirinto di Cnosso, ma anche la Biblioteca di Alessandria, vengono qui evocati e trovano una loro nuova dimensione. Lo spazio diventa così meta di numerose presenze eteree che, in una lenta processione, attraversano la scena che li racchiude per poi perdersi nuovamente nello spazio tanto effimero quanto materico.

Ph Stefano Vaja

Il mistero del mondo

Il protagonista di questo viaggio è ancora Lui, (Punzo) quell’io universale nel quale ognuno di noi può riconoscersi. Egli attraversa questo nuovo mondo, interagisce con esso fino a plasmarlo come quando versa una densa vernice sopra un attore ricoperto da una patina bianca, metafora di un battesimo cristiano che si tinge di rosso. Insieme poi eseguono una danza, eco lontano di un tango argentino, attraverso il quale disegnano al suolo nuove strade possibili da percorrere.


Lentamente, in un tempo indefinito, tutto si anima e assume nuove forme come “un quadro che non è ancora stato dipinto”. Si manifesta così un luogo in cui libri, sfere evocatrici di mondi, alberi e persone si compenetrano e si liberano in una nuova dimensione creativa. Come accade nelle tele surrealiste di Magritte, la realtà viene trasformata e vengono rappresentati soggetti apparentemente realistici ma che stupiscono per dettagli misteriosi a evocare “il mistero del mondo”. Così un uomo con il volto coperto interamente da fili rossi attraversa la scena mentre un altro, con il viso avvolto da un foulard, si fa trasportare come fosse di vedetta sull’albero maestro di una nave.

Ph Stefano Vaja

Molti sono i personaggi in scena: l’umile servitore gobbo con un candelabro in mano, uomini vestiti di nero con una torcia che illuminano la strada da percorrere o con in mano degli specchi nei quali riflettersi. Le uniche due figure femminili in abiti rossi, avanzano tra due danzatori che, con piccole griglie e in abiti sufi, sono intenti in una danza quasi ritualistica, fluida e liberatoria.

A occupare gran parte della scena sono alcuni uomini a dorso nudo che muovono delle grandi griglie come fossero quadrettature di un foglio sopra il quale riscrivere la storia. Altri le trascinano mentre vengono riempite e svuotate di oggetti, corpi, fino a quando ne resta solo una in scena. Con un elegante movimento sospeso e oscillatorio simile a un classico walzer, l’ultima griglia viene animata da un attore, che si confronta specularmente con Lui, in un continuo scambio di energie e di impulsi come fosse il suo alter ego.

Un nuovo io è pronto ad attraversare la nuova valle ed emanciparsi dal sé più profondo.

Ph Stefano Vaja

Uno spettacolo unico, suggestivo e ricco di immagini simboliche che ognuno di noi interpreta con il proprio vissuto e la propria sensibilità. La rappresentazione non pone la prigionia come metafora del luogo in cui si svolge, ma al contrario, il carcere diventa una metafora della prigione dell’io, quella comfort zone dalla quale liberarsi attraverso il viaggio nella valle dell’annientamento.

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Marta Sbranti

Marta Sbranti, classe 1989. Dopo il Diploma presso l'Istituto d'Arte Franco Russoli di Pisa mi sono laureata in Scienze dei Beni Culturali curricula storico-artistico. Ho conseguito la Laurea Magistrale in Storia delle Arti Visive, dello Spettacolo e dei Nuovi Media, presso l'Università di Pisa. La mia tesi di laurea "Musei e Danza" unisce le mie due grandi passioni la danza e l'arte, che coltivo fin da piccola.
"Toccare, commuovere, ispirare: è questo il vero dono della danza".
(Aubrey Lynch)

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