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Michele Parisi - 25 Giugno 2014

Recensione di Suspensum

Michele Parisi - 25 Giugno 2014

Quando la canzone incontrò la poesia – la collaborazione tra Lucio Dalla e Roberto Roversi

Michele Parisi - 25 Giugno 2014
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La canzone d’autore italiana è da sempre una delle più qualitativamente fertili del pianeta: essa mescola elementi del folklore (di cui sono ricche le esperienze mediterranee e latino-americane) con la tradizione degli chansonniers d’Oltralpe e della grande musica d’autore statunitense e canadese (in particolare Dylan e Cohen), senza tradire i propri spunti nazionali e apportando caratteristiche variegate ai testi e alle musiche partendo dalle singole personalità dei vari cantautori. Né si pensi che il fenomeno della canzone d’autore sia circoscritto ai decenni ’70-’80, giacché già negli anni ’50 l’Italia conosceva formidabili autori e interpreti, che ben presto supereranno la c.d. canzonetta; e la tradizione prosegue ancora adesso, con nomi di grandissimo prestigio fra i più giovani, su tutti Vinicio Capossela.

C’è però un periodo, alquanto significativo, in cui la nostra canzone d’autore comincia ad assumere tratti più definiti, caratterizzandosi come puramente e semplicemente italiana, concedendo spazio appunto alle personalità dei singoli cantautori e forgiando vere e proprie scuole di indirizzo culturale e, spesso, poetico. Sono gli anni a cavallo fra il ’69 e il ’75, in cui si compie una svolta fondamentale, attraverso la quale i grandi nomi del cantautorato cominciano ad entrare nella loro fase matura, ponendo le basi per le vette più alte della musica leggera mondiale.

In quegli anni uno degli episodi più importanti è senza dubbio rappresentato dalla collaborazione fra Lucio Dalla e Roberto Roversi.

Lucio-DallaDalla, estroso e precoce virtuoso del clarinetto, già giovanissimo collabora con il celebre jazzista Chet Baker, viene scoperto da Gino Paoli ed inizia a lavorare con grandi parolieri come Sergio Bardotti e Paola Pallottino: sui loro testi scrive le musiche di autentici pezzi di vita e di folklore, tra cui le famose Piazza Grande e 4 marzo 1943. Rompendo tutti i canoni del cantante dell’Italietta di allora, Lucio Dalla è spesso oggetto di critiche per i brani troppo impegnati o irriverenti (per tale ragione, peraltro, sovente censurati), che sarebbero stati lontani dai gusti del pubblico. Questo folletto di una Bologna rossa e intellettuale decide di non vendersi ai facili appetiti, che poi si scoprirà essere propri solo di una parte, neppure poi così considerevole, del pubblico. Sono gli anni in cui solamente De André e la scuola genovese e, in qualche modo, Battisti navigano già su altre rotte, certamente in questo favoriti dal successo; altri, come Guccini, pagano con gravi insoddisfazioni la loro coerenza (quest’ultimo arriverà ad essere apprezzato solo con Radici, del ’72). Ebbene, se la nostra canzone d’autore colta e raffinata ha conosciuto esponenti come De Gregori, Fossati, Gaetano, Battiato, Conte, lo dobbiamo soprattutto alla sperimentazione e all’intransigenza di nomi come Gaber, Jannacci … e appunto Dalla.

robertoroversiStufo delle critiche per la complessità delle sue canzoni, il Ragno (così viene chiamato) decide per la complicazione assoluta. Si affida, per i testi, nientemeno che a vere e proprie poesie di uno degli intellettuali più completi d’Italia: Roberto Roversi. Bolognese comunista ed ex partigiano, Roversi è oggi ricordato in ambito letterario per i magistrali articoli di giornale e per la raccolta di poesie Dopo Campoformio, assoluta perla del secondo dopoguerra italiano, venendo annoverato nelle antologie assieme a Penna, Bertolucci, Caproni, Luzi etc. Collabora con Pasolini e Leonetti, con cui fonda la rivista Officina; è poi direttore di Lotta Continua. La sua straordinaria lucidità e l’invidiabile integrità morale lo hanno portato ad allontanarsi dalle case editrici e dalla (s)vendita della propria intelligenza, preferendo rifugiarsi nella sua libreria, che gestì assieme alla moglie quasi fino alla morte, che lo ha colto nel 2012, alle soglie dei novant’anni.

Lucio Dalla si affida dunque alla graffiante penna di Roversi, e da questa brillante collaborazione nascono tre dischi che avrebbero cambiato i destini del cantautorato italiano. Poco conosciuti e di difficile ascolto (come poco conosciuto e di difficile lettura è del resto Roversi), a comporre il trittico sono Il giorno aveva cinque teste, del 1973, Anidride solforosa, del 1975, e Automobili, del 1976.

1973 - Lucio Dalla - Il Giorno Aveva Cinque TesteIl primo album conosce una gestazione lunga: Roversi scrive dieci testi per Dalla, quest’ultimo non sa da dove cominciare per comporre le musiche. Dopo essersi ritirato qualche tempo per riflettere, Dalla sperimenta spingendosi fino a territori del tutto inesplorati: in un volume uscito recentemente viene riportata un’intervista al cantautore, in cui il medesimo rivela che a sbloccarlo siano stati i versi nevica sulla mia mano. Si tratta di una delle tracce su cui rimane maggiormente il dubbio circa lo spunto: La canzone di Orlando è forse ispirata al celebre paladino, già protagonista delle opere di Boiardo e Ariosto, oppure, come suggerirebbe il riferimento all’oca selvatica (anser anser che va), all’Orlando di Virginia Woolf. Una delle poche tracce non politiche del disco, posta in chiusura dello stesso, che racconta, in poco più di un minuto e con poesia raffinata, una storia di rimpianto o malinconico ricordo latamente sentimentale, di cui sembra partecipare la stessa natura.

Ma l’album, come si accennava, è noto soprattutto per i motivi politici. Roversi tratta l’emigrazione e il lavoro (L’auto targata TO, L’operaio Gerolamo): la società, per come muta negli anni ’70, è delineata in modo talvolta quasi struggente, ferita da drammi civili in cui però emerge fondamentalmente l’uomo. La sua centralità è indubbia in brani come Passato, presente in cui si definisce una delle caratteristiche musicali dell’intero trittico, quella del cambio repentino di ritmo e melodia, a rimarcare la differenza di prospettiva assunta dall’io narrante (nel caso di Passato, presente) e in generale a sottolineare plasticamente i diversi stati d’animo nel trasmettere un certo tipo di messaggio, quando di sberleffo, quando di denuncia, quando di mesta rassegnazione o riflessione languida. Anche brani meno impegnati riescono a raggiungere profondità notevoli, come la favola del coyote e della stella (Il coyote), metafora dell’approccio alla vita.

Nel ’75 Anidride solforosa consolida la formula: ai limiti della sperimentazione è la traccia La borsa valori, in cui Dalla canta aiutato dal suo celebre scat nientemeno che una lista di titoli azionari; Carmen Colon se la prende con il giornalismo d’assalto, quello che non si ferma dinanzi al dolore e alla miseria, ma propone immagini del disastro umano col gusto della lacrima in primo piano, citando Gaber. Ma il disco raggiunge certamente le sue vette altrove.

1975 - Lucio Dalla - Anidride SolforosaAnidride solforosa spiazza l’ascoltatore passando da un ritratto di una giovane donna, all’apparenza un po’ ridicola, alla definizione di quello che è il suo reale e dolce sguardo sulle cose del mondo: non mancano gli spunti politico-sociali, ma da questo brano emerge chiaramente che le vicende della vita dell’uomo non costituiscono una mera trovata per rappresentarli. La storia della ragazza non è dunque semplice pretesto per denunciare l’inquinamento e le costruzioni selvagge a scapito del patrimonio forestale di cui si macchia l’Amministrazione, pure tema centrale del brano. Invece, proprio perché (soprattutto a Dalla) ciò che interessa è l’uomo nella sua esistenza, le sue emozioni, la denuncia politico-sociale è sempre vista da una prospettiva umana, per quelle che sono le ricadute degli sbagli e dell’arroganza del potere sugli aspetti quotidiani dell’individuo, anche sui suoi stessi sentimenti.

Con Le parole incrociate questa prospettiva si fa più incalzante: come in uno schema enigmistico Roversi inserisce alcuni tragici eventi della nostra storia post-unitaria, perpetrati dal Regno d’Italia a danno della popolazione e che portarono poi l’anarchico Bresci all’attentato di Umberto I. L’uomo non è di pietra, l’uomo non è un limone, e se non è di pietra neppure è carne da cannone. L’arroganza del potere è qui la protagonista non solo di un resoconto storico, ma anche di un’analisi sociale e, ancora una volta, umana.

Ulisse coperto di sale ha un sapore joyciano: protagonista è qui un non meglio identificato uomo contemporaneo, come Odisseo alle prese col distacco da un personale passato.

Il brano più dolce e riflessivo è però Tu parlavi una lingua meravigliosa: il ritratto un po’ cupo di una stazione è il segno di una netta separazione fra una realtà talvolta squallida e l’interiorità dell’individuo. È dall’interiorità che Roversi ci parla delle emozioni, stavolta fatte di un amore lontano nel tempo e perduto, tra il surreale e lo psicoanalitico (vorrei chiamarla, dirle: le volpi con le code incendiate non parlano ma gridano pazze fra gli alberi per il dolore). In definitiva, Anidride solforosa è forse l’album più lirico del trittico.

Pubblicato questo disco, Dalla si butta anima e corpo in uno spettacolo che verrà anche trasmesso dalla RAI, con le dovute censure, e che vedrà la partecipazione di importanti figure del cinema, del teatro e della musica come Roberto Benigni, Dario Fo e Paolo Conte. Il futuro dell’automobile – questo il titolo – è pensato da Roversi come un progetto (Nuvolarie non necessariamente come un disco) in cui la sperimentazione si fa più che mai puro esercizio intellettuale. Ciò che interessa è l’evoluzione umana rispetto all’evoluzione della tecnologia, qui esemplificata dai motori. Lo sguardo è inizialmente e di necessità volto al passato, ai primi del Novecento, e arriva via via a gettarsi sulla contemporaneità, con l’automobile che tocca variegati aspetti dell’attività umana. La traccia più celebre del disco è certo Nuvolari, ritratto in chiave eroica di uno dei miti delle corse automobilistiche: Nuvolari, basso di statura, al di sotto del normale, si spinge oltre i suoi limiti meramente fisici per realizzarsi nella sua umanità, diviene imbattibile, diviene simbolo di virtù appunto tutte umane: Nuvolari con l’Alfa rossa fa quello che vuole, dentro al fuoco  di cento saette. Si nota ancora in questo brano quel dualismo giocato sugli improvvisi cambi di ritmo e musica.

Tuttavia il ritratto dell’automobile porta anche a importanti riflessioni sul presente e sul futuro: le scelte di indirizzo d’impresa e le ricadute sui lavoratori sono il tema portante di Intervista con l’avvocato, in cui Dalla si finge inviato del Manchester Guardian e si sente rispondere da una voce in scat incomprensibile, che vorrebbe rappresentare per l’appunto l’avvocato Agnelli. Il giornalista lo lusingherà: bene, bene avvocato, il suo inglese è perfetto.

1976 - Lucio Dalla - AutomobiliIl cuore del disco è rappresentato dalla canzone Il motore del 2000, in cui gli interrogativi sul futuro si fanno insistenti e disillusi: chi progetta le automobili è sempre alla ricerca del perfezionamento delle loro componenti meccaniche e si proietta nel futuro, al punto che, già negli anni ’70, è possibile immaginare il motore del 2000, un motore silenzioso, che non inquina, perfetto. Questa attenzione alla tecnica ci farà perdere di vista lo sviluppo delle nuove generazioni? Anche oggi uno spunto per importanti riflessioni: Roversi si chiede che cosa allora ne sapessero del ragazzo del 2000. Da una parte è bene non programmare e quindi non imporre indirizzi predeterminati a chi abiterà in futuro il nostro pianeta, ma dall’altra l’uomo concentra forse troppe delle sue attenzioni sulla tecnica e sullo sviluppo tecnologico, perdendo di vista l’educazione e la formazione dei giovani e dei nuovi nati. Di modo che costoro potrebbero essere carenti degli strumenti necessari per orientarsi nel mondo di domani. Ma forse è bene non andare troppo a fondo in questo esercizio di programmazione: l’uomo, anche quello di domani, non è frutto di calcoli, non è come un motore bello e lucente, e in sostanza è il medesimo da millenni, con le sue passioni, i suoi dolori, in genere la sua vita. Attenzione però, sembra suggerirci il testo, a non sostituire l’imprevedibilità e l’originalità dell’uomo con il mito dell’esattezza degli oggetti meccanici.

Sul finale (Due ragazzi) è infatti ancora l’uomo a imporsi, stavolta nella persona di due giovani che si incontrano per parlarsi del loro amore e delle loro difficoltà dentro un’auto scalcinata, al margine di un campo. Inizialmente frenetica, la musica si fa poi di una tenerezza rara, mentre il testo anticipa in modo certamente più ragionato e soppesato ciò che caratterizzerà in via molto più emotiva e coinvolgente uno dei grandi successi della maturità di Dalla, Futura. Le ansie, le paure, le insicurezze di due giovani amanti smontano la struttura della macchina, scarnificando tutto quanto di artificiale vi è nella vita dell’uomo, scavando a fondo fino a toccare tematiche quasi esistenzialistiche: non è un caso che i due si ritrovino in un rottame, in un’autodemolizione.

Il lavoro Il futuro dell’automobile è preciso, puntuale, lucido, ricco di denunce sociali, e proprio per questo non piace alla censura: una traccia centrale, I muri del ’21, è espunta di netto, e la stessa sorte toccherà ad altri tre brani. Dalla è coerente, è un artista che non si vende, ma è anche giovane, ha molto da dire, ha voglia di esprimersi, dunque non ce la fa ad abbandonare il progetto, come vorrebbe Roversi, che ha sempre preferito rinunciare ad affermarsi e venire dimenticato piuttosto che scendere a compromessi per quanto concerneva la piena libertà del proprio messaggio. Dunque Dalla accetta la censura della RCA, e l’ambizioso progetto già portato in molte piazze d’Italia e in televisione si ridimensiona molto: ne deriva il disco Automobili, composto di soli sei brani, rimaneggiati e tagliati. Roversi, a malincuore, non può tirarsi indietro, ma decide, per protesta, di depositare i testi con lo pseudonimo di Norisso: dopo l’uscita dell’LP, romperà il sodalizio artistico con Dalla, rimanendovi in buoni rapporti, ma senza risparmiargli critiche talvolta severe. Solo anni dopo giungerà a riconoscere che la strada intrapresa da Dalla era necessariamente diversa e che il successo che meritava, e che pure egli non cercava ad ogni costo, era l’unica possibilità che il cantautore avesse per esprimersi.

Dalla non tarderà a farlo, e la formativa esperienza con Roversi lo renderà un sicurissimo versificatore: a partire dal successivo album Come è profondo il mare, Lucio Dalla scriverà infatti testi e musiche dei suoi lavori, divenendo quel grandissimo protagonista della musica d’autore che conosciamo.

luciodallacoverEmozione e profondità dei testi, alla ricerca dell’uomo e della vita, fluidità ed estro delle musiche ed eccentrica presenza scenica ne faranno uno dei massimi esponenti del cantautorato italiano, l’unico cui Fabrizio De André abbia riconosciuto l’originale e magistrale talento nell’equilibrio fra qualità della musica e del testo (un equilibrio che Faber negò perfino rispetto alla propria produzione, dal momento che per le musiche si affidava spesso ad altri). Soprattutto, di Dalla viene ricordata l’assenza di “specializzazione” che lo portava a sperimentare sempre nuove espressioni, nuove musicalità, nuove combinazioni: anche la sua ultima fase, da molti ritenuta ingiustamente commerciale e qualitativamente inferiore a quella matura, cela in realtà questa tensione al nuovo, al diverso e alla qualità.

coverPer quanto riguarda Roversi, egli continuò a studiare e a condurre una vita intellettuale nella sua Bologna, con un riserbo che lo celerà agli occhi del grande pubblico fino alla sua scomparsa: nel corso della vita scrisse ancora testi per canzone (il più celebre è forse Chiedi chi erano i Beatles, per gli Stadio), talvolta anche per Dalla, i rapporti con il quale torneranno progressivamente a ricucirsi. Negli anni ’90 Roversi mette in scena uno spettacolo teatrale ispirato alla figura di Re Enzo di Sardegna, figlio illegittimo di Federico II. Le musiche saranno affidate proprio a Dalla, che si produrrà anche nell’interpretazione di alcuni brani, da poco rilasciati ufficialmente assieme ad alcune versioni dal vivo dello spettacolo Il futuro dell’automobile, quelle poi censurate dall’RCA.

Una vicenda unica, insomma, quella che ha visto l’incontro fra un eclettico musicista di formazione jazz e dalle raffinate e promettenti prospettive ed uno dei massimi poeti del secondo Novecento italiano: una vicenda che, in ultima analisi, assieme al teatro-canzone di Gaber e ad altre particolarissime esperienze nella musica leggera del Belpaese, ha aperto la strada a una fertilissima produzione artistica successiva, ponendo le basi per una svolta nel mondo della canzone d’autore. Dimenticarla o ridimensionarne la portata sarebbe un errore; l’ascolto e la conoscenza delle opere che se ne originarono non dovrebbero mancare nei più raffinati fruitori del genere cantautorale.