5 Luglio 2020

Recensione di Locke

locke-locandinaLe auto nella nostra società hanno preso sempre più piede ed importanza con il passare del tempo, sebbene fino a poco meno di 60 anni fa pochi potessero permettersi un mezzo a quattro ruote a causa dell’elevato prezzo, oggi vivere senza un mezzo di trasposto come l’automobile sarebbe impensabile, ed anche per coloro che non se la sentono di mettere le mani su un volante, i quali vengono, ad ogni modo agevolati dai mezzi pubblici.


Vi chiederete: perché questa, magari anche relativamente retorica, riflessione sulle auto e sul mondo moderno? Semplice, perché il Cinema, fin dagli esordi, è sempre stato un riflesso distorto, dalla menta umana, della realtà che circondava l’uomo ed il grande paradosso, se volessimo cercare il pelo nell’uovo, è che la prima proiezione fatta dai fratelli Lumière era proprio di un treno in corsa su dei binari, come ci ricorda il maestro Martin Scorsese, in Hugo, un genio assoluto della settima arte che proprio in un comune taxi americano di New York è riuscito a dar vita ad una pellicola cult con protagonista Robert De Niro: Taxi Driver.

Per questo e molti altri motivi, le automobili sono costantemente prese in analisi da registi e sceneggiatori che ambientano, di tanto in tanto, particolari storie a bordo di quest’ultime. Come molte altre prima di lui, anche Locke offre, nella sua essenza più pura, un semplice viaggio in macchina di un’ora e mezza, con un solo protagonista inimmagine_locke_46509 carne ed ossa a bordo, interpretato da Tom Hardy, costretto a fare delle scelte al telefono con le persone a lui care, combattere contro i fantasmi del proprio passato che lo tormentano, prima che la sua vita venga distrutta da un vortice inarrestabile di errori e sviste.

La vicenda raccontata, scritta e girata da Steven Kinght, già producer de La Promessa dell’Assassino, è un on the road puro, che si mostra tale e letteralmente trascina il pubblico in un viaggio senza soste lungo una delle tante autostrade per Londra. La scelta, rischiosa, ma allo stesso tempo coraggiosa, di fare una pellicola in un unico abitacolo porta, alla fine, lo spettatore a vedere il mondo di Ivan Locke attraverso ben tre prospettive: quella oggettiva, quella del protagonista e quella di coloro che gli stanno attorno, a cominciare dalla donna che sette mesi prima ha messo incinta per errore, e che adesso inaspettatamente sta per partorire; dalla moglie, che saputo del tradimento del marito per telefono ha una crisi di nervi; quella dei sigli, in attesa che il padre torni a guardare la partita, ignari di tutto ciò, fino a quella del collega di lavoro, un ingegnere meno locke-tom-hardy-1esperto di quest’ultimo, che la mattina dopo dovrà prendere il posto di Ivan per la più grande colata di calcestruzzo mai realizzata in Europa per le fondamenta di un palazzo.

Ivan è in tutto e per tutto un perdente, che potrebbe ricordare quelli dei fratelli Coen inizialmente, ma una volta conosciuto meglio egli si rivela essere completamente diverso, meno sopra le righe ed ironico, poiché quel che affascina della sua figura non è la autocommiserazione o il senso di darsi per vinto, ma quella sfumatura di responsabilità e volontà di aggiustare le cose anche quando queste vanno tutte a rotoli, cercando di mettere insieme i pezzi di una vita andata distrutta in meno di due ore, ma che, forse, potrebbe ancora regalargli qualche speranza o soddisfazione. Perché è nella voce sempre pacata, quasi innaturalmente calma di Tom Hardy che Locke prende la forma di un film intrigante, un thriller psicologico atipico rispetto alla concorrenza, il quale grazie al suo protagonista appare tanto drammatico quanto verosimile, al contrario di molti altri lavori fin troppo artificiosi. Sebbene, ad ogni modo, la storia proposta non sia tra le più innovative, Tom-Hardy-Locke-Blu-rayl’impostazione, l’elegante regia, la prova di Hardy quale unico interprete, portano a congratularsi con il lavoro svolto da Knight.

L’introspezione psicologica è l’elemento meglio riuscito, annessa alla sincerità di una messa in scena che non prevede mai grandi momenti di inaspettata tensione, caratterizzata, proprio come Locke, da una calma apparente che sembra far portare realmente il pubblico nella triste vicenda di Ivan, conservandogli un posto nella sua Bmv, ascoltando le conversazione al telefono di un uomo, che per non commettere altri errori, e non comportarsi nel modo sbagliato, come il proprio padre, decide di agire nel modo migliore, da uomo maturo, anche a rischio di perdere la propria famiglia, il lavoro, la casa e le fondamenta, non quelle del palazzo che gli hanno commissionato di realizzare, ma quelle della propria esistenza. I silenzi che accompagnano il protagonista, la frustrazione nel saper di essere figlio di un uomo spregevole, il terrore di non avere più nulla in mano, sono continuamente accompagnati dai numerosi scorci notturni stradali, seguiti da dissolvenze che strizzano l’occhio a quelle di Duel di Spielberg in varie occasioni e portano noi tutti alla destinazione di Ivan Locke, il quale, dopo poco meno di due ore, raggiunge la desiderata e dannata meta, conscio di essere un uomo completamente diverso dall’inizio di quella fatidica giornata, una persona che ha lasciato alle spalle la propria vita, o con la quale può ancora aver a che fare con alcuni resti di essa (i figli, ad esempio), ma che al contempo, da quelle ceneri, possa sperare nella venuta di un nuovo inizio, metaforicamente accompagnato dai vagiti di un bambino, del proprio Locke-DIbambino.

Locke è un film solido, sicuro, che parla di noi tutti, non in modo iperbolico, ma reale, portato avanti da una grande prestazione di Tom Hardy, non più dietro ad una maschera come per The Dark Kinght Rises, ma sempre con quello sguardo fisso sulla telecamera e sulla strada, sempre pronto a dare vita alla propria disperazione e rabbia, rassegnazione e frustrazione, eppur comunque costantemente mai sopra le righe, un uomo che si approccia alla vita, probabilmente, nel modo più realistico possibile, ed il riflesso, nello specchietto, di Ivan Locke, gli occhi di quest’ultimo, sono lo specchio della sua anima, delle sue sofferenze, ma anche della sua tenacia e forza. Come Cosmopolis di Cronenberg, ed Holy Motors, anche stavolta siamo dinnanzi ad una lezione di grande cinema, una macchina ad ingranaggi che non commette errori, ove ogni pezzo è al suo posto. A Locke non si potrebbe chiedere di più.


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Locke, Tom Hardy,
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Claudio Fedele
Claudio Fedele

Nato il 6 Febbraio 1993, residente a Livorno. Appassionato di Libri, Videogiochi, Arte e Film. Sostenitore del progetto Uninfonews e gran seguace della corrente dedita al Bunburysmo. Amante della buona musica e finto conoscitore di dipinti Pre-Raffaelliti.
Grande fan di: Stephen King, J.R.R. Tolkien, Wu Ming, J.K. Rowling, Charles Dickens e Peter Jackson.

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