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Il reddito di cittadinanza, ovvero la creazione di un esercito di moderni servi della gleba

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Fin dalle superiori ho manifestato un certo attaccamento al merito come strumento di giudizio sociale: l’idea che un posto di lavoro, un ruolo sportivo o, ancora, un incarico politico dovesse essere basato sulla scelta del “migliore” ha profondamente influenzato la mia mentalità e mi ha guidato nella scelta dell’università.

Il privilegio, perché di privilegio si è trattato, di frequentare un’università privata, in una città diversa da quella in cui ero cresciuto, ha determinato un profondo cambiamento nella mia visione della società.

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Quelli che avevo sempre chiamato “meriti”, magari influenzati dalle letture classiche (chi non si ricorda le ultime parole di Alessandro Magno, volate con lui insieme alla vita? “Alessandro a chi lasci il tuo Impero?”, “Hoti to Kratisto”, “al migliore”), spesso erano nella realtà nomi diversi per mascherare privilegi o, molto più semplicemente, fortune.

Ho imparato, crescendo, come oggi, molto più di decenni fa, sia tornata a contare la famiglia di provenienza, determinante non tanto per avere accesso all’istruzione, quanto per capire e acquisire piena consapevolezza sui processi di produzione della ricchezza e sulle dinamiche sociali.

La società di oggi è alfabetizzata, ma possiamo definirla realmente consapevole su ciò che le succede? Su come si sviluppa la solidarietà, il famoso welfare? Sulla funzione, imprescindibile, che dovrebbe avere la proprietà, tale per cui questa “obbliga. Il suo uso deve servire al contempo al bene comune”?

Questa lunga premessa sta alla base della mia analisi sul reddito di cittadinanza, svolta prendendo in considerazione la sua variante più “socialmente estremista”: la concessione di un reddito indistinto a tutti i cittadini di uno Stato.

Inizialmente, anche in questo caso ero favorevole.

La misura garantirebbe, pensavo, una riqualificazione della categoria del cittadino, svuotata nei suoi tratti essenziali e, al contrario, determinante per rendere elemento costitutivo della società la solidarietà (a tal proposito si potrebbe aprire un dibattito lunghissimo ma basta una breve parentesi: la solidarietà nasce e si sviluppa, storicamente, in comunità omogenee, accomunate da tradizioni simili; negli Stati Uniti, dove viceversa l’unico costume sociale trasversale è la propensione all’individualismo, è da sempre decisamente avversata), permettendo, nel contempo, un intervento redistributivo piuttosto intenso e marcato.

Preso dalla volontà di approfondire la tematica, ho iniziato a informarmi, a leggere, a documentarmi.

E, nel giro di poco, ho mutato completamente idea.

Il reddito di cittadinanza “universale” (utilizzo qui questo termine per differenziarlo da altri strumenti proposti, come ad esempio quello formulato dai Cinque Stelle a livello nazionale, che, pur condividendo la medesima denominazione, assumono la fisionomia concreta di un reddito minimo garantito) è oggi applicato in pochissimi Stati al mondo, tra cui l’Alaska, circa 2.000 dollari l’anno, o la Finlandia, dove è testato su base sperimentale.

Proprio quest’ultimo caso ha catturato la mia attenzione, divenendo la principale ragione del mio cambiamento di paradigma.

In primo luogo, la Finlandia parte da un sistema sociale che, come tutti quelli tipici dei paesi Scandinavi, è molto forte e funzionale, mediante una formazione continua, a reimmettere il disoccupato nel mondo del lavoro, con un ruolo statale di supporto all’occupazione.

Il reddito di cittadinanza è, attualmente, sperimentato su un campione di 2.000 persone per volontà del Governo liberale e di centro-destra presieduto da Juha Sipilä. Vi chiederete, a questo punto, dove siano state recuperate le risorse per erogare un assegno mensile di 560 euro ad una platea di migliaia di persone.

E qui sta il punto.

Come riportato da alcuni articoli, il reddito di cittadinanza finlandese si finanzia mediante la distruzione del welfare “attivo” scandinavo, in uno scambio che si può sintetizzare in questo modo: io Stato ti fornisco una somma senza alcuna formazione, con la quale tu riesci (a fatica) a coprire le spese essenziali e il tuo minimo vitale e, nel contempo, riduco il Welfare, tenendo i conti in ordine.

Da qui, sorgono alcune considerazioni.

1) In un mondo così dominato dalla tecnologia e dalle qualifiche per la ricerca del lavoro, questo accordo diventa, a pieno titolo, perverso.
Lo Stato, lungi dall’assumere una dimensione etica (alla base, lo ribadisco, della solidarietà come elemento sociale), si impegna ad essere perfettamente neutrale, fornendo il minimo per vivere agli abitanti indigenti, senza preoccuparsi di mettere appunto alcuno strumento per farli uscire dalla propria situazione di povertà.
Il sistema di welfare scandinavo, per quanto sicuramente oneroso per i contribuenti, aveva ed ha, dove ancora applicato, lo scopo, al contrario, di rendere autosufficienti le fasce sociali più disagiate e questo, a pensarci bene, è la vera e unica funzione storica della sinistra sociale, che si è formata e sviluppata proprio per fornire rappresentanza a chi non l’aveva mai avuta.

La “lotta di classe”, al di là delle accezioni più tipicamente conflittuali, si è sempre estrinsecata in una lotta per l’accesso al mondo della cultura, in modo tale che i segmenti più deboli del corpo sociale acquisissero consapevolezza sulla società e sui processi di produzione della ricchezza, per riorientarli su base redistributiva (Gramsci parlava a suo tempo e non a caso di “egemonia culturale”) .

Questo è potuto avvenire grazie alla diffusione del lavoro e dei servizi ma, con il reddito di cittadinanza, si creano le condizioni per amputare la rinascita di questi presupposti.

E qui arriviamo al secondo punto.

2) Se, come detto, il lavoro è sempre più legato al possesso di qualifiche e lo Stato si impegna sempre più a rimuovere i relativi strumenti di diffusione, in cambio di un reddito minimo, logicamente si garantisce l’accesso ai ruoli chiave della politica, dell’economia e delle istituzioni a chi nasce in contesti privilegiati, non meritocratici.

Il merito, semmai, si realizza in chiave sociale consentendo a tutti di partire dallo stesso punto di partenza e questo avviene permettendo a tutti di acquisire “piena consapevolezza” sul mondo; al contrario, un reddito di cittadinanza diventerebbe per le fasce sociali più disagiate una perfetta controspinta per non studiare, per non mettere in fila qualifiche professionali, per accontentarsi e a disinteressarsi della vita pubblica, elementi che porterebbero la gestione dello Stato e dell’economia in mano a privilegiati e fortunati.

Non solo, l’elargizione di una somma priva di condizioni genererebbe, di fatto, una massa di moderni “servi della gleba”, totalmente incapaci di essere autosufficienti e completamente dipendenti da un sussidio statale.

Paradossalmente, l’impostazione liberale, fondata sul merito individuale, se portata all’eccesso, come nel caso del reddito di cittadinanza, finisce per legittimare proprio i peggiori soprusi al concetto di merito.

L’Ottocento, però, insegna che la progressiva alienazione delle masse dalla gestione della cosa pubblica si è sempre risolta in tragedia attraverso l’ascesa dei totalitarismi, nati in perfetta reazione alla neutralità economica.

Per questa ragione, di fronte alla crescente penuria di occupazione, la sinistra dovrebbe rispolverare un altro strumento, nei decenni precedenti dimenticato ma che, oggi, potrebbe riacquisire centralità: il lavoro pubblico.

Lo Stato può e deve, per mezzo di attività economiche proprie, tornare a dare lavoro, per rinsaldare il patto sociale forgiato dopo le due guerre mondiali sulla solidarietà e sul lavoro.

Ma questa è un’altra storia.

Giulio Profeta

profeta.giulio@gmail.com

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