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Alla ricerca di un modello espressivo

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Fondamentalmente ciò che manca alla nostra generazione è il modello espressivo.

Dicono, certo, che la nostra generazione non ha futuro, perché il futuro le sarebbe stato tolto: il che è assurdo. Disfattista e assurdo, perché inconcepibile. Non solo perché il futuro poi non è che tempo, tempo che sarà, e allora, fosse per questo, basterebbe aspettare. Soprattutto per il fatto che i momenti più critici nella storia delle società sono stati quelli che, alla lunga, hanno portato a radicali rinnovamenti, a trasformazioni spesso dolorose ma anche capaci di offrire ricche prospettive, in definitiva palingenetiche o comunque rivitalizzanti.

Ora, è pur vero che il tempo va anche riempito, bisogna cioè interpretarlo e plasmarlo, in modo che non sia mero scorrere o girare a vuoto, ma risulti come l’immagine di qualche cosa di vivo. Di certo il regime democratico costituzionale garantisce oggi variegate forme di realizzazione a coloro i quali si impegnino a fondo nelle proprie passioni o nei propri progetti, sempre che costoro accettino un sacrificio talvolta opprimente. Economicamente, socialmente, spesso addirittura (ahimè) culturalmente. Di modo che, al di là delle dosi di fortuna, variabili e mobili, un’intelligenza curiosa in grado di diramarsi in diversificate manifestazioni teoretiche o pratiche ha tutte le carte in regola per poter riuscire. Liberiamoci però dalla credenza, che in molti è quasi superstizione, dell’intelligenza o, se più piace, della capacità in genere: poiché essa non è poi gran cosa, in fondo. Una mente o un carattere brillante possono rappresentare aspetti innati di un essere umano, possono anche via via corroborarsi, se si lavora su una buona materia prima, ma non è possibile pensare di non dover applicarsi e spendere le più virtuose energie, spesso senza neppure esserne ripagati. Non che questo sia necessario, salvo risultare arrogantemente finalistici. Ma siamo umani.

Ecco, però un tempo era più facile essere appunto gratificati dalla propria intelligenza, perché il mondo girava più lentamente, era più paziente nel far formare ed esprimere gli ingegni. Purché si esprimessero: così innumerevoli e dotatissimi giovani riempivano i fogli di carta stampata, le bobine delle cineprese, i lati dei vinili etc. Erano bravi, per carità, ma l’intellettuale e l’artista sono altra cosa. L’intellettuale non trascrive, l’intellettuale rielabora, proprio per questo la sua creazione è fertile e produce fermento, indirizza e stimola, suscita in quel tappeto di perfetti primi della classe un qualche guizzo, un qualche estro che potrà fare di qualcuno un intellettuale. Un nuovo intellettuale.

Inutile nascondere che leggo e rileggo perfetti temi del liceo, di quelli che avevano sempre otto e mezzo dal professore che ai più bravi dava sei. Esposizioni (quasi) impeccabili, il più delle volte, ma appunto esposizioni; nessuna lucidità di analisi, mero riportare fatti. È forse un dono del nostro secolo, la semplificazione, però che noia, soprattutto che appiattimento su modelli predeterminati e asettici. Ed è questo che spaventa, che ingessa la circolazione di idee, che interrompe il circolo virtuoso della creazione. Creazione non semplicemente speculativa, ma soprattutto umana.

Credo che ciò avvenga per alcuni motivi.

Il primo risiede nel fatto che la nostra schizofrenica società è freneticamente precipitevole nell’inquadrare, accogliere, giudicare e consumare una persona. Nell’ordine. Badate che in tutto è così: nello sport, nella politica, nello spettacolo, perfino, mi duole dirlo, nell’arte e nelle lettere. Il consumo forse mi ossessiona, ma esso si è fatto così ossessionante che non è possibile non coglierlo nelle molteplici manifestazioni dell’uomo contemporaneo. Finché si trattava di beni di prima necessità era un conto. Certo, ciò ha rappresentato comunque un imbarbarimento della nostra civiltà, che è contadina e che riponeva nel cibo, nell’abito, nel quotidiano vissuto una sacralità quasi mistica. Ma da qualche decennio a questa parte ad essere passati per i veloci apparati digerenti delle masse sono gli individui. Il che è come minimo alienante, perdonatemi.

Secondariamente, proprio la nostra generazione, sedicente moderna e spigliata, adusa alle più recenti e innovative tecniche e tecnologie, mai come altre prima vive di passato. Non tanto nel passato, quanto appunto di passato. È una riflessione che meriterebbe un maggiore approfondimento, ma considerate solo questo: quale luogo è più proiettato nel passato della rete? Molto più che nel futuro (non fosse altro perché, proprio alla luce di queste poche considerazioni, certo che è fasullo il fatto che non abbiamo futuro, però emerge plasticamente il fatto che non si riesce ad avere un’idea, questo sì, di futuro). Ricerche genealogiche, informazioni storiche, acquisti su eBay di vecchie collezioni, una insensata ricerca di persone appartenenti al passato personale, vecchi compagni di classe o lontani parenti, pubblicazioni di foto d’infanzia, di bambini dai grembiuli bianchi e neri, download di musica, colta o leggera che sia, di decenni, per non dire secoli, fa. Ma è chiaro che ciò avvenga, specie nei più accorti fruitori del mezzo, dato che la produzione più qualitativamente alta è del passato, dal momento che si assumono veritieri i fatti che analizziamo.

Infatti, v’è poi da considerare che l’inadeguata classe intellettuale, erede delle generazioni che scomparivano negli anni ’80, tranne sporadiche eccezioni, peraltro anch’esse scomparse prematuramente, si è piegata volentieri a questi usi del nostalgico sguardo al passato e del consumo del presente, guidando la comunità – che comunque sempre si è fatta un po’ portare, proprio perché eterogeneo e indistinto gruppo – a scemare in qualità, spesso uniformandosi a modelli che avevano la nomea di esser più brillanti, veloci, sicuri.

Infine, e conseguentemente, non si riesce più a produrre un modello espressivo, il che non è elemento di mera forma. È un errore molto comune, in effetti, confondere il modello espressivo con le risultanze, con ciò che appare leggendo un’opera: essa ci appare subito riconoscibile, quindi inquadrabile e riconducibile a una certa corrente culturale, in virtù dei suoi segni, quasi fosse un gioco di crittografie. In verità è chiaro che le linee veloci e ripetute, tese a indicare movimento, vigore, slancio, ci fanno capire che il dipinto in questione è di Boccioni o di Balla. Ma non è tanto questo a dare la dimensione del futurismo, per dire. È una semplificazione, se vogliamo, non certo da tenere in poco conto, ma ciò è il mero manifestarsi di un qualcosa di più profondo e sostanziale, un pensiero, un modo di intendere la realtà, un qualcosa di vivo. Sarebbe altrimenti come dire che la nostra Costituzione è un pezzo di carta su cui sono scritti degli articoli. Insomma, cellulosa e inchiostro. Viva il materialismo, viva la filosofia pluralista! Le idee non sono fatte però di elementi chimici.

No, il modello espressivo produce, attraverso una certa forma, che ovviamente discende dall’idea e la manifesta, la riproduce attraverso i nostri strumenti comunicativi, ma produce, dicevo, uno sguardo vitale sulle cose del mondo, della politica, dell’etica, delle relazioni sociali e personali, della cultura.

Senza il modello espressivo siamo tutti stereotipi di qualche inculcata mentalità dominante, se va bene ci crediamo indipendenti, intellettualmente onesti, ma non facciamo che copiare, che trascrivere. Descritti certi fenomeni con i più meravigliosi orpelli della lingua o della tempera o della pellicola o della musica, alla fine non usiamo che metafore, laddove un mondo di figure retoriche rimane del tutto inesplorato.

In questo contesto è facile deviare: è facile cioè stancarsi ben presto della banale cronaca dei fatti per scadere nel ripetitivo, nel qualitativamente scarso, fino nel volgare per il gusto di arrivare presto a quella gloria cui accennavo, prima di essere digeriti e espulsi dagli instancabili intestini del pubblico. Cronaca dei fatti, ripeto, curata, ben riprodotta, ma carente di analisi, di un tratto personale. Perché in fondo il modello espressivo è soprattutto personalità. Vero che spesso varie personalità si trovano riunite attorno a un comune sentire, ma ognuno mantiene il proprio indiscusso sguardo del mondo. Si pensi, stavolta, all’impressionismo: chi può negare che sia stato un unico movimento artistico? Ma Monet era forse paragonabile a Degas? Sembrano due stili distantissimi. Eppure Monet non era più impressionista di Degas, né viceversa.

Forse, tornando a noi, il Novecento ne ha conosciuti troppi di modelli espressivi, e troppo articolati, così che alla fine ne è risultato come uno stordimento generale da cui siamo usciti orfani di una modalità di manifestazione del pensiero essenziale per la circolazione di idee. Oggi regna il più totale individualismo: intendiamoci, non che non vi fosse spazio per l’individualismo nell’ambito dei vari manifesti o movimenti in passato, lo si è detto. Ma il riconoscersi, per tornare all’incipit del testo, in un tempo per il fatto che esso viene segnato da un gruppo che si esprime secondo un metro, magari pure da combattere, ma almeno sentito come comune, ecco questo la nostra generazione lo ha perso. Ha perso l’idea di condivisione dello scambio culturale: diminuiti ne sono risultati tutti gli ambiti del sapere e dell’agire umano. Slegati e alla ricerca di un qualcosa di indefinitamente colto, ognuno agisce appunto per sé o per una personale – nel senso (ri)stretto del termine – visione del mondo. Senza essere confortati e nutriti da altra intelligenza che la propria, alla fine a questo siamo destinati: ad essere tanti piccoli scolaretti dalle belle pagelle, che lasceranno un segno confuso delle proprie doti espressive.

L’arretramento sarà su tutti i fronti, il livellamento e l’allineamento delle posizioni ci renderà tutti caricature gli uni degli altri.

***

Settembre 2014

Sviluppando ulteriormente il ragionamento in senso propositivo, alla ricerca cioè di una via d’uscita da tale vicolo cieco socio-culturale, ho condotto un’ulteriore analisi sul tema del modello espressivo: i lettori la potranno trovare qui.

Per meglio comprendere il ragionamento complessivo, inoltre, è forse bene riportare nel testo di questo articolo un’osservazione, elaborata da Tommaso Viscusi in commento allo stesso, cui segue una mia risposta, per così dire, chiarificatrice. Di seguito:

Interessante articolo. Ma se da un lato punti a criticare l’individuo per la sua mancata specificità, la sua particolarità assente nel contesto del mondo contemporaneo dominato dalla massa e dall’opinione comune, dall’altro analizzi il senso di appartenenza ad una comunità, l’estro dell’intellettuale che per quanto spiri a superare se stesso e il suo tempo, viene accostato o si integra in un preciso movimento culturale. L’individuo può davvero quindi, secondo il tuo pensiero, rimanere originale in questa epoca? La cultura d’altra parte si apprende dalle esperienze di altri uomini del passato; ci influenza, volontariamente o involontariamente, ci ispira e fa scaturire quel preciso talento che ci può rendere diversi dagli altri. Forse in un’epoca come questa, dove solo alcune capacità, notoriamente poco intellettuali, vengono privilegiate e ricercate, l’uomo è portato a perdersi e a non capire chi davvero è e sa fare. Non siamo infine così numerosi su questa terra da occupare ogni professione, ogni spazio, ogni angolo dove la nostra creatività possa manifestarsi? Oppure esistono questi spazi, ma pretendiamo sempre che la maggioranza dell’umanità ci noti, veda quello che stiamo facendo e lo riconosca come valido? Sicuramente c’è un alto livello di “distrazione” di alienazione come dici tu. Ma ognuno di noi, nel nostro piccolo, potrebbe realizzarsi. Forse basterebbe ad accontentarci, se togliamo il lato economico, l’auto stima e il benessere proprio. Quando altri fattori non permettono che questo accada, beh, allora è necessario lottare, è vero. Di solito, ahimé, è solo in questi casi che riscopriamo la comunità. Quando si soffre in comune

  • Sono contento del fatto che tu l’abbia apprezzato. Bene, dunque, anzitutto volevo specificare che è vero che dall’articolo emerge un dualismo fra l’incapacità dell’individuo di imporsi e il senso di appartenenza alla comunità, ma in modo rovesciato rispetto a come l’hai posto nel tuo rilievo. Intendo dire che l’individuo ha certamente una sua particolarità, ma è come surclassato dalla collettività; però, attenzione, non perché la collettività lo fagociti, ma perché egli stesso, abbandonandosi alla via più facile per il successo, diciamo, le si offre, ben consapevole che le masse lo consumeranno. D’altra parte questo accade soprattutto per il fatto che le masse non sono più guidate e educate, vale a dire che la moltitudine degli uomini non ha più punti di riferimento in grado di far maturare la loro coscienza. Il che riproduce un circolo vizioso: non esistendo più movimenti culturali di un certo spessore e con un certo pensiero, anche chi potrebbe potenzialmente farne parte è come orfano, quindi da un lato ha meno stimoli, dunque per quanto capace non è artista o intellettuale; dall’altro non fa che affidare la sua diminuita intelligenza alla massa, la quale, non essendo educata da alcun modello specifico, va allo sbando nella logica in cui la nostra contemporaneità è calata (vale a dire il capitalismo consumistico): in questo circolo vizioso, appunto, invece che farsi attrarre dagli intellettuali, la massa attrae, maneggia e poi abbandona il soggetto capace. Ora, la colpa non è certamente della nostra generazione se siamo giunti a questo punto, ma il fatto è che essa, impantanata com’è in questo stato di cose, è incapace di reagire, costruendo nuovi modelli. Abbiamo così solo due tipologie di persone: quelle che si arrendono alla massa e la vanno a ingrossare nella sua ignoranza e quelli che si elevano, comunque non a tal punto da costituire movimenti culturali e assumere la guida della società (non in senso politico, beninteso). Insomma, tanti scolaretti, primi della classe, bravi e capaci ma assolutamente improduttivi, non creativi. Quindi non è che l’individuo non possa rimanere originale o realizzarsi, ma, per quanto riguarda il realizzarsi, lo può fare solo contando sul proprio individualismo, come non nutrito da un costume nobile; per il fatto di rimanere originale lo può ben fare, ma con molta fatica e rimanendo isolato. E non è questione di pretendere che qualcuno ci noti, lo scrivo pure (“Non che questo sia necessario, salvo risultare arrogantemente finalistici”), ma è questione di plasmare il nostro tempo secondo nuovi indirizzi culturali che si ripercuotano su tutte le situazioni umane (dalla politica in giù). Quindi certo che, come dici, “ognuno di noi, nel nostro piccolo, potrebbe realizzarsi” però lo può fare orfano di una comunità cosciente in cui possa riconoscersi. Purtroppo, come ben scrivi, in un contesto simile è solo quando ci sentiamo sopraffatti che si lotta e si riscopre l’idea di comunità (ma qui siamo già più nel particolare, perché questo fenomeno è eminentemente politico): però, se noti, è ancora un processo profondamente egoistico. Non è che ci riconosciamo nella comunità perché, come diceva Kant, “trattiamo l’umanità come fine e mai come mezzo”, ma andiamo a ricercarla quando si è sopraffatti da frustrazioni civili e sociali. Ecco, questo a parer mio è il degradante stato di cose in cui siamo appunto impantanati, conseguentemente essendo arrivati a “trattare l’umanità come mezzo e non come fine”.