28 Ottobre 2020

Mi sembra, Socrate, e forse sarai anche tu del mio parere, che essere così sicuri su certe questioni, sia una cosa impossibile o, per lo meno, molto difficile, almeno in questa vita; d’altronde, io penso che il non esaminare da un punto di vista critico le cose che si son dette, il lasciar perdere il problema, prima di averlo indagato sotto ogni aspetto, sia proprio dell’uomo dappoco; quindi, in casi simili, non c’è altro da fare: o imparare da altri, come stanno le cose, o trovare da sé, oppure, se questo è impossibile, accettare l’opinione degli uomini, la migliore s’intende, e la meno confutabile e con essa, come su di una zattera, varcare a proprio rischio il gran mare dell’esistenza, a meno che uno non abbia la possibilità di far la traversata con più sicurezza e con minor rischio su una barca più solida, cioè con l’aiuto di una rivelazione divina.

Con queste parole nel XXXV dialogo del “Fedone” di Platone, Simmia di Tebe incalza Socrate sul discorso divino, e inconsapevolmente arriva a teorizzare per la prima volta il “Logos”, cioè la rivelazione divina che viene ripresa nell’introduzione del Vangelo di Giovanni (1, 1-14).


Nel cristianesimo il Dio creatore, cioè il Logos, si rivela nella storia tramite l’incarnazione in Gesù Cristo, da questo fatto nascono le vicende narrate nei Vangeli, vicende che hanno cambiato per sempre il corso della storia umana. Il punto centrale della storia del Vangelo è quello che avviene durante la Pasqua: la passione, la resurrezione, e quanto di seguito, una storia che spesso siamo abituati a vedere sotto un velo di ritualità fine a se stesso e discorsi di 2000 anni fa. Per me invece è l’esatto contrario: il Vangelo è vivo più che mai, e a questo proposito voglio proporvi quattro riflessioni, per credenti e non credenti, che ripercorrono il Triduo Pasquale, dal Giovedì Santo alla domenica di Pasqua, e che cercano di tradurre i significati di quegli episodi per spiegare la valenza che questi possono ancora avere nella nostra vita dopo 2000 anni.

 

Il giovedì: uscire dalla notte più buia

Di tutte le vicende del Vangelo ho sempre ritenuto quella del Giovedì Santo come una delle più umane. Dall’ultima cena al Getsemani, la storia che viene raccontata è quella di un uomo che nel far della notte, dopo una cena con i propri cari, si abbandona alla paura, alla tristezza, alla delusione per quello che succederà, per il tradimento, per la morte che subirà. A pensarci bene quanti Getsemani ci portiamo nella vita di tutti i giorni? Magari un lutto, una storia d’amore finita male, un tradimento, una circostanza che non ci è andata giù.

Ungaretti nella poesia “Mio fiume anche tu” racconta il suo dolore per la morte del figlio Antonietto in Brasile, e si rivolge anche lui al Padre invocato da Gesù, nella più dolorosa delle sue notti:

Cristo, pensoso palpito,

Astro incarnato nell’umane tenebre,

Fratello che t’immoli


Perennemente per riedificare

Umanamente l’uomo,

Santo, Santo che soffri,

Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,

Santo, Santo che soffri,

Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,

Santo, Santo che soffri

Per liberare dalla morte i morti

E sorreggere noi infelici vivi,

D’un pianto solo mio non piango più,

Ecco, Ti chiamo, Santo,

Santo, Santo che soffri.

Quando ci troviamo in momenti di smarrimento è facile abbandonarsi alla nostra fragilità, alla paura, riscoprendoci per quello che siamo: vulnerabili e spesso privi di risposte esaurienti. Questo fa rabbia, ci si interroga a fondo nel nostro Getsemani, e ci viene naturale abbandonarci alla tristezza profonda, in cerca di una carezza che ci venga a dire: “sei un essere speciale“. Una carezza di amore nella notte più buia, un alito di vento caldo che ci offra un riparo sicuro.

Vicino casa mia ci sono molti campi di ulivi, e quando la luna è piena, come ieri sera, c’è un’aria diversa: la luce che illumina la notte è la stessa che ha infuso coraggio nei viandanti che fin dai tempi più remoti hanno percorso le strade del mondo. È in quella notte, nel plenilunio della Pasqua ebraica, che Gesù, proprio come noi, si scopre debole, insicuro, forse impaurito, e si siede a pregare in cerca di quella carezza che gli infonda coraggio. Gesù è quello che oggi chiameremo un leader, ha guidato i suoi stando in mezzo a loro, lavando loro i piedi, servendoli. Eppure ciò non è bastato, la giustizia non ha fatto il suo corso, e Giuda, nella sua libertà ha scelto di tradirlo, senza che nessun Dio intervenga preventivamente.

La libertà è sempre il fondamento della coscienza, che sia libertà di amare o di tradire. Forse è questo che brucia di più nella notte, la libertà degli altri che contrasta con la nostra, l’irriconoscenza, la malignità, la malizia altrui, la volontà di ferire e l’indifferenza. Ciascuno ha la sua notte, ma la notte di Gesù descrive la notte di tutti.

Che strada ci offre la notte di preghiera di Gesù nel Getsemani? La via indicata in diversi passaggi letterari della storia cristiana: “Ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” scrive Sant’Agostino nelle Confessioni. L’amore non è un divano su cui riposarsi ma è un ‘motus’ di inquietudine, quell’ “amor che move il sole e l’altre stelle“, come conclude Dante Alighieri nella sua Divina Commedia.

L’amore è un viaggio di noi stessi nel continuo confronto con il mondo, cioè i nostri compagni, i “cum panis“, coloro con cui spezziamo il pane, come Gesù nell’ultima cena.

E se, come ricorda Gesù nel Getsemani, “sedetevi e pregate con me”, e ancora “lo spirito è pronto ma la carne è debole“, è questo il senso del nostro viaggio: preparare la nostra carne per servire al meglio i nostri compagni. Gli amici e le persone a noi vicine ci spronano a dare il meglio, a essere noi stessi, a seguire le nostre vocazioni, e in ultimo a definirci come persone. L’amicizia, proprio come l’amore, è bisogno dell’altro, è un proiettarsi reciprocamente per cercare di capire chi siamo, prenderci insieme cura l’uno dell’altro e costruire da quella notte “una casa sulla roccia“.

Ecco la forza del messaggio evangelico che sovverte l’ordine costituito: non ci sono più eroi mitologici, non ci sono più sovrani, c’è solo l’uomo che prende coscienza di sé e che si mette al servizio degli altri. “Non siete voi che mi togliete la vita, sono io che la dono” risponde Gesù a Ponzio Pilato. Non ci sono più eroi, ma uomini che scelgono di unirsi nel nome di una nuova strada di amore reciproco.

Quella del giovedì santo non è forse una storia attuale anche oggi nel mezzo della pandemia da Covid? Nella più dura delle notti con cui ci troviamo a fare i conti, chiusi nelle nostre case, quel movimento inquieto d’amore risplende più che mai sulle tavole dove spezziamo il pane con le nostre famiglie, ed è fonte di vita, fonte di speranza, di riflessione. È il divino che è in noi e con noi, fino alla fine dei tempi.

 

Il venerdì: una festa che non finisce

Il Venerdì Santo è il giorno più crudele dell’intera cristianità. Una madre che piange un figlio giustiziato pubblicamente, un uomo che spira tra indicibili sofferenze, e infine i suoi compagni di vita, persone che per seguirlo avevano lasciato la propria casa, il proprio lavoro e la propria famiglia, con la speranza di un mondo nuovo che è ormai distrutta. Il venerdì è il giorno della morte, dove la speranza cade ai piedi della croce, e con essa tutta la frustrazione del tempo passato, che sembra perso.

“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”

Quante volte ci sentiamo abbandonati, soprattutto di fronte alla sofferenza, alla morte, alle tante ingiustizie a cui non c’è una spiegazione facile, come per una malattia, o per una disgrazia. Lo diciamo quando la tristezza e il dolore si trasformano in rabbia, in paura, in una sete di risposte che non sappiamo dove trovare, e ci sentiamo soli, abbandonati e in collera con Dio. Ma questa frase, che nei vangeli di Marco e Matteo viene pronunciata da Gesù sulla croce, si è prestata nei secoli a molte riletture, correzioni e interpretazioni, tra queste, quella più affascinante è senz’altro la riformulazione della frase come:

“Dio mio, Dio mio, non abbandonarmi”.

Ecco che allora il senso della frase muta radicalmente, quella di Gesù non è rabbia per un padre che abbandona il figlio, ma una richiesta d’aiuto verso qualcuno che possa sorreggerlo, che lo compatisca e lo accompagni nel grande tuffo verso l’ignoto, la stupenda immagine della morte che troviamo nella decorazione di una celeberrima tomba di Paestum.

Poi Gesù dice “tutto è compiuto” e spirando “in un ultimo alito di spirito“, se ne va, abbandonando i suoi cari, stralciando ogni speranza che era in loro. Nessun Dio è sceso a liberarlo, il Signore tanto forte che “dei potenti farà bottino” come scriveva il profeta Isaia, non ha mosso un dito per salvarlo. La festa è finita per tutti, ed è tempo di tornare a casa.

Chi di noi nel bel mezzo di una felicità non è colto a volte da un improvviso senso di smarrimento, quando si rende conto che potrebbe sfuggirgli di mano o che inevitabilmente finirà, e vorrebbe fermare il tempo? In che cosa sperare, quando la festa finisce e rimangono solo i segni dell’abbandono alla sera di quel giorno? A che cosa possiamo noi aggrapparci perché la festa continui sempre? E non è questo quello di cui parla di più il Vangelo: feste, banchetti, inviti a nozze?

Così scriveva Alessandro D’Avenia in un suo editoriale su Avvenire: in che cosa sperare quando finisce la festa? E qui forse ci è utile proprio il confronto di tre episodi evangelici diversi. Nell’ultima cena Gesù, alzando il calice del vino, dice ai suoi discepoli: “prendete e bevetene tutti, questo è il mio sangue offerto in sacrificio per voi”, Gesù nel condividere il vino per la cena con le persone a lui più care fa riferimento al sangue che verserà nella croce, ma quello che ha tra le mani è il vino, proprio come il vino che fa proseguire la festa alle nozze di Cana. Gesù è colui che, in una bellissima immagine metaforica trasforma l’acqua in vino, perché la festa prosegua. E riprendendo quel gesto nell’ultima cena, chiede ai suoi discepoli di continuare la festa in eterno, grazie all’eucarestia, alla condivisione, allo stare insieme gli uni gli altri amandosi.

Questo è il segreto per portare avanti la festa in eterno: l’abbracciare la propria croce fino alla morte, come esempio estremo di un nuovo modo di pensare, di amare il prossimo e di stare insieme come fratelli.

Alla luce di questo, quanto durante questa quarantena di marzo e di aprile abbiamo rivalutato le piccole cose di ogni giorno a cui prima non davamo grande importanza, e quanto sarà bello tornare ad abbracciarci e festeggiare insieme quando tutto sarà finito? “April is the cruellest month” scriveva Thomas Stearns Eliot, aggiungendo, nel secondo verso tradotto: “generando lillà dalla terra morta”. E forse è proprio questo il senso del Venerdì Santo: per rinascere tutti dobbiamo passare dalla nostra notte, ma la morte di Gesù ci indica la strada per la vita eterna, una nuova speranza, e la nostra festa, insieme, non finirà mai.

 

Il sabato, giorno di attesa

Il Sabato Santo si sviluppa nella cornice narrativa dello “Shabbat” ebraico. Il racconto evangelico si era interrotto al venerdì, quando Gesù è morto sulla croce, ed essendo “Parascève“, ovvero il giorno di preparazione al sabato, la festa del riposo, il corpo di Gesù viene preso, avvolto in un lenzuolo, unto con mirra e aloe, e infine è posto in un sepolcro vicino al luogo della crocifissione, con una grande pietra a chiuderne l’entrata. Del sabato nei Vangeli non è scritto molto, in Matteo viene raccontato che Pilato manda tre soldati di guardia davanti al sepolcro, per evitare che i seguaci “dell’impostore” possano trafugarne il corpo e dire che è risorto. Per il resto il sabato è silenzio, un silenzio trepidante, di attesa, un po’ come questa quarantena che stiamo vivendo.

I discepoli e i seguaci di Gesù se ne tornano a casa propria, ciascuno con la propria delusione, con la rabbia, e il pensiero rivolto ormai al peggio; lo esprime bene Giorgio Gaber in una sua canzone: “L’attesa è il risultato, il retroscena di questa nostra vita troppo piena. È un andar via di cose dove al loro posto c’è rimasto il vuoto. Un senso quieto e religioso in cui ti viene da pensare, e lo confesso ci ho pensato anch’io, al gusto della morte e dell’oblio.”

Ma nel sabato dell’attesa, proprio quando tutti ormai hanno perso la speranza, il ruolo principale ce l’hanno le due donne più vicine a Gesù: Maria Maddalena e Maria, coloro che non si rassegnano. Nel Vangelo c’è scritto che si alzarono nel cuore della notte della domenica, prima dell’alba, nel buio illuminato dalle lampade ad olio, immagine che fa percepire che quanto successo a Gesù abbia tolto loro anche il sonno, un po’ come una madre che si alza nel cuore della notte per allattare il proprio figlio che piange.

È passato lo “Shabbat”, il giorno del riposo, e mentre tutti gli uomini hanno perso la speranza, le due donne più vicine a Gesù escono per prendersi cura del corpo del loro amato, di presenza, anche se da sole sanno che non potranno spostare la pietra del sepolcro. Quel che conta per loro è stare il più vicino possibile al loro amato. È il pathos che le spinge a prendersi cura del loro caro, un amore e una cura per i defunti che ci appartiene fin dai tempi più remoti, e che ci rende vivi, come scrive Giuseppe Ungaretti in “Veglia”, al cospetto di un compagno morto in trincea durante la prima guerra mondiale:

“Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani / penetrata / nel mio silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore // Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita.

Il valore della veglia, e dell’attesa lo conoscono bene tutte quelle coppie che attendono un figlio, ma ancor di più dell’uomo lo capisce la donna che quella nuova vita la custodisce dentro di sé, per questo non potevano che essere due donne ad arrivare per prime al sepolcro, perché il significato più profondo della Pasqua è una vita che fiorisce dalla morte, e ridona speranza all’essere umano, rendendolo ancora più attaccato alla vita.

 

La Pasqua: una camminata sul far della sera

Il Vangelo di Luca si conclude la domenica di Pasqua, mentre Pietro e le donne scoprono il sepolcro vuoto con i teli abbandonati, due discepoli camminano diretti da Gerusalemme verso Emmaus. Sono stati giorni difficili per loro, avevano lasciato ogni cosa per seguire Gesù, e fino all’ultimo momento avevano creduto alle sue promesse, si erano illusi, ma ormai la morte ha spazzato via ogni incertezza: è stata tutta una grande menzogna, e adesso il loro cuore è arido e triste. Mentre passeggiano si avvicina loro un forestiero che non conoscono, quell’uomo è un osservatore attento, e capisce che qualcosa non va, fa loro domande, li interroga sull’origine del loro malessere, e i due discepoli gli raccontano della loro delusione.

I tre camminano fino a sera, conversano sul significato di quei giorni, e il forestiero spiega loro tutte le scritture, mentre i discepoli ascoltano affascinati le sue parole. Poi si fa sera, arriva il tramonto, e i due discepoli chiedono al forestiero di rimanere con loro a cena, una volta seduti a tavola il forestiero spezza il pane insieme a loro, di nuovo, ed è in quel preciso momento che i due discepoli lo riconoscono, ma a quel punto, nel culmine del momento più significativo della storia, Gesù scompare di nuovo, e li abbandona, lasciandoli in mano un pezzo di pane. I due discepoli allora si guardano commossi, e si rivolgono l’un l’altro queste parole: “non ci ardeva forse il cuore mentre lo ascoltavamo parlare?”.

Questo racconto con cui si conclude il Vangelo di Luca, indica una strada precisa, che dà il via a tutta la successiva storia della cristianità, perché tutte le strade sono la strada per Emmaus, e Cristo cammina ogni giorno insieme a noi, lo fa con il volto di un amico, dell’amato, di una persona che ci avvicina, ma non si rivela mai, lascia a noi la libertà di riconoscerlo e di seguirlo. Ma è quell’ardere del cuore che ci rivela la sua presenza in mezzo a noi, e ci indica che tutto quello in cui abbiamo sperato è vero, e che in tutte le nostre tristezze, in tutti i momenti di smarrimento, noi non siamo mai soli.

La storia dei discepoli sulla via di Emmaus è la storia dell’uomo in cammino e in ricerca costante. È una storia di libertà, in cui Dio si rivela a noi lungo la strada dell’umanità, perché lui è proprio come un amico che cammina con noi, ci affianca, ascolta le nostre confessioni, e condivide con noi anche le sue, non ci giudica e non pretende niente in cambio, ma ci fa una semplice domanda: “perché sei triste?”. Il suo amore è disinteressato e libero, ma il suo sguardo è affascinante, fa ardere il cuore e rasserena la nostra inquietudine.

La resurrezione festeggiata nella Pasqua non è una lezione di dottrina o un concetto inarrivabile, ma una camminata sul far della sera tra amici, e Dio ci dice che quell’amico possiamo essere noi per gli altri, e l’altro ancora a sua volta, finché come scrive San Paolo: “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Su questa via è possibile fallire, sbagliare, e anche che ognuno prenda la propria strada. Non spetta a noi scegliere per gli altri, perché ciascuno è libero, e non tutto dipende da noi, ma non dobbiamo rattristarci e perdere la speranza, perché è tutto troppo bello e grande per restare tristi fino alla fine dei tempi, la festa a cui Dio ci ha chiamati è una festa per tutti, senza distinzione alcuna, una festa che ci farà ardere il cuore in eterno.

Buona Pasqua a tutti!

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