7 Agosto 2020

La situazioneScacciato da Ramadi in Iraq, dove sembra aver definitivamente perso l’iniziativa, e costretto a lottare, sotto la pressione dei bombardamenti russi, per strappare ad Assad lo snodo stradale di Deir Ez-Zor e per difendersi dall’avanzata inesorabile dei curdi in Siria, l’autoproclamato Stato Islamico sta progressivamente spostando uomini e risorse in Libia, suo terzo teatro operativo dalla metà del 2014. Come è risaputo, nell’ex Paese di Gheddafi infuria da due anni una nuova guerra civile che vede contrapporsi due governi, altrettanti parlamenti, dozzine di tribù e un centinaio di milizie, tutti variamente finanziati e sostenuti da attori esterni quali l’Egitto, la Turchia e il Qatar.
Mentre Fayez Al-Serraj, primo ministro del tanto giovane quanto fragile governo di unità nazionale scaturito dagli accordi di Shkirat, si affanna notte e giorno, dalla sua stanza d’albergo di Tunisi, per ottenere il riconoscimento da parte delle fazioni contrapposte, i miliziani del Califfato, tra i quattromila e i cinquemila, guadagnano sempre più terreno, espandendosi in tre diverse direzioni d’avanzata, ognuna delle quali foriera di gravi pericoli per l’Occidente.
• Diverse centinaia di jihadisti dell’Isis assediano da settimane Ras Lanuf, situata ad est del loro capoluogo regionale, Sirte, nonché ricca di pozzi petroliferi, e sembrano puntare decisamente anche su El-Agheila, ancora più a oriente. Le milizie locali tengono loro testa, ma sono state costrette a cedere terreno e ad assistere impotenti all’incendio di alcuni impianti di trivellazione. L’esportazione del petrolio è il settore di punta dell’economia libica ed è fondamentale per l’approvvigionamento energetico di molti Stati europei, tra cui l’Italia, che, tramite l’Eni, è storicamente presente sul territorio. Nella zona orientale del Paese, inoltre, gli uomini del Daesh sono attivi sia a Bengasi che a Derna, città costiere delle quali controllano numerosi quartieri e che contendono alle truppe laiche fedeli alla fazione di Tobruk.Isis in Libia
• Colonne di pick-up armati del Daesh, le famigerate “tecniche” di somala memoria, sono state segnalate anche in marcia verso sud, in direzione di Sabha, un avamposto isolato in mezzo alle migliaia di chilometri del deserto libico. Quest’ultima località costituisce l’ultimo insediamento rilevante prima del confine con il Ciad e con il Niger, due Paesi, soprattutto il secondo, contraddistinti da una carenza di sviluppo umano e da un tasso di povertà elevatissimi, nonché popolati quasi totalmente da musulmani sunniti. Una presenza stabile dell’Isis in prossimità di questi Stati potrebbe portare a conseguenze gravissime: innanzitutto, migliaia di giovani provenienti da questi ultimi si getterebbero a braccia aperte tra le braccia del Califfato, spinti dalla prospettiva di una paga mensile superiore di almeno dieci volte a quella percepita con il proprio lavoro, ammesso che ne abbiano uno, per non parlare della facilità con cui la propaganda jihadista farebbe presa in un tale contesto di ignoranza e di mancanza di istruzione di base; inoltre, tanto il Niger quanto il Ciad sono impegnati a combattere, nelle rispettive regioni meridionali, una sanguinosa guerra contro Boko Haram, un’organizzazione terroristica che controlla già alcuni territori nel nord della Nigeria e che, nel marzo del 2015, ha dichiarato la sua adesione allo Stato Islamico. Se attaccati su due fronti, i debolissimi governi centrali di Niamey e di N’Djamena potrebbero collassare e a ben poco servirebbero le poche centinaia di soldati francesi presenti sul territorio. Nella migliore delle ipotesi, comunque, l’Isis potrebbe ingrossare massicciamente le proprie fila, diventando presto in grado di dispiegare in Libia un esercito troppo numeroso per essere fermato dal nuovo esecutivo.
• Infine, le mire del Daesh sono dirette anche verso l’ovest della Libia, settore in cui, ai primi di dicembre, ha preso il controllo di buona parte della città archeologica di Sabratha, situata a soli sessanta chilometri dal confine tunisino e ad una manciata da Tripoli. Tralasciando il fatto che in zona si trovi anche il più importante impianto dell’Eni nel Paese, quello di Mellitah, un eventuale sconfinamento jihadista in Tunisia presenterebbe gli stessi rischi sopra elencati in relazione al Ciad e al Niger, ma con un decisivo fattore aggravante, ovvero la storica presenza latente, nell’ex Paese di Ben Ali, di una componente fondamentalista islamica risolutamente refrattaria alla laicizzazione democratica del Paese che ha seguito la rivoluzione, di fatto l’unica pienamente realizzata tra le fallimentari primavere arabe. Nonostante la vittoria legittima di una coalizione moderata e secolarista alle ultime elezioni, non sono pochi gli estremisti pronti a giurare fedeltà ad Al-Baghdadi, come testimonia la presenza di circa cinquemila combattenti tunisini tra le fila dell’Isis tra Siria, Iraq e, appunto, Libia, ove ricoprono spesso incarichi di primo piano. L’esercito regolare governativo è relativamente forte, armato ed addestrato, ma, in caso di attacco, un’insurrezione interna sarebbe pressoché inevitabile. Se, dopo la Libia, anche la Tunisia dovesse sprofondare nel caos di una guerra civile, la sicurezza nazionale dell’Italia verrebbe posta in serio pericolo, considerando che l’isola di Pantelleria, il nostro confine più meridionale, disti soli settanta chilometri dalle coste tunisine.

Carro armato Isis

 

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