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Se questa è una donna – Il paradosso dell’“eccezione francese”

Fabrizia Capanna - 8 Marzo 2017
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Paradossalmente, nella patria di Simone de Beauvoir, di Simone Weil, di Monique Wittig, delle prime rivendicazioni femministe della storia, della prima Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina durante la Rivoluzione, della deuxième vague del 1970 (etc. etc.) esiste un ugualitarismo perfettamente inquadrato in un quadro di relazioni di genere che è totalmente scollegato dalla realtà del resto dei Paesi civilizzati.

Eccezione francese” la chiamano. “Specificità francese” “Singolarità francese”.

Quella che Mona Ozouf contrapponeva con orgoglio al “differenzialismo à l’américaine”, aggressivo, inutilmente arrabbiato, colpevole di operare una discriminazione positiva tra individui, che i franchi valori repubblicani non potevano che ricusare.

 

Credono i francesi di godere di un’immunità storica e sociale tale da nascondere dietro un’irreale armonia tra i sessi le ingiustizie e le prevaricazioni di cui la donna è vittima.

Non parlano di “genere” i francesi, non volentieri. Il “genere” è un’imposizione americana, non conquistata quanto strappata con violenza dalle donne in un contesto nel quale le donne francesi storicamente non si identificano. “Le genre”, a differenza del “sesso”, è più di una determinazione biologica, è un costrutto politico, rappresenta una relazione di potere scollegata dalle determinazioni naturali, che presuppone una segregazione sessuale, una assoluta separazione tra sesso e genere. E tra i generi stessi.

Il “sesso” è una categoria naturale”, il “genere” una costruzione sociale.

Disunità che i francesi non possono accettare. Non vi è alcun bisogno di lotta, non deve esservi alcuna “secessione femminile”, donne e uomini non sono categorie separate senza punti di contatto, ma due metà della sfera, come nel mito di Aristofane, che coesistono in questa palla di vetro ovattata fatta di armonia, amore, seduzione, dove non c’è bisogno di lottare, perché la donna non è vessata, ma venerata come una dea.

Venerata in quanto strumento di seduzione, essere cosciente, e non oggetto amens di desiderio, alla quale è permesso tener le redini, prendere il controllo, imporsi sull’uomo.

Tutto molto idilliaco, se paragonato ad altre situazioni apparentemente peggiori, ma non notate nulla di strano?

Tutto ciò, come sempre, le è permesso.

La necessità della lotta sta proprio qui: nell’illusione di libertà che la gabbia dorata in cui ci hanno chiuse ci appartenga. Ci fanno arredare la nostra gabbia, ce ne consegnano le chiavi, consapevoli del fatto che non ce ne andremmo mai.
Giocano sul senso di colpa, su un sentore ancestrale di femminilità e sottomissione, ed è per questo che ancora più grande della tradizione femminista, in Francia, è stata nei secoli scorsi quella anti-femminista, ancorata all’idea che più di ogni altra rappresenta la Nazione: l’unità dello Stato.

Abbiamo già parlato delle contraddizioni della Laica Repubblica Francese, riconfermiamo anche stavolta la distanza tra l’idea e la sostanza, l’égalité deviata e mai raggiunta sul piano sostanziale, la fraternité (pas de sororité) che rimprovera le femministe di essere anti-statali, anti-francesi, borghesi addirittura, in un secolo di lotte popolari. Di rendere impossibile, con la disobbedienza, la vita politica.

La disobbedienza lasciamola alle inglesi, alle americane, le francesi “preferiscono un’attitudine più conforme a quel che spetta ad una donna”. (Karen Offen, “Des modeles nationaux 1900-1945”)

Vedete dov’è il problema? In un Paese che si professa progressista, modernista, aperto, il suffragio femminile non è stato raggiunto che dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dopotutto, quel grazioso suppellettile che è la donna, che necessità avrebbe di votare? L’indipendenza addomesticabile che tanto fa impazzire d’amour fou l’uomo francese, non poteva essere illimitata. O il gioco non sarebbe più stato un gioco.

Ma non è invece questo “ritardo francese” una smentita palese dei valori della Repubblica? Come può questa differenziazione essere compatibile con l’universalità?

Elisabeth Badinter nella sua “Eccezione francese” parla di una relazione privilegiata tra i sessi in Francia, causa che spiega il perché sia del ritardo che della mollezza della lotta femminista.

Tra uomini e donne, in Francia, c’è più gentilezza, una grande solidarietà e più seduzione che negli altri Paesi europei. Niente inorridisce più un francese – sia egli un uomo o una donna – che la guerra tra i sessi.

In Francia i sessi non sono spaventati l’uno dall’altro, la competizione non è sentita come negli Stati Uniti, in Gran Bretagna o Germania, dove la protesta femminista è stata di fatto molto più violenta.

E la ragione di ciò sarebbe da cercare (pare) nel rapporto madre-figlio: per farla breve, l’uomo francese (un po’ all’Antoine Doinel) non cresce soffocato dall’amore della madre, non è castrato dall’imponenza della figura materna tanto da sviluppare negli anni un desiderio di rivalsa che sfogherà sulla propria donna. E così le bambine, non obbligate dalla storia al solo ruolo di madre, non rigettano con tanta violenza la prospettiva castrante anch’essa del proprio futuro.

Le femministe descritte dalla Ozouf e dalla Badinter negano il differenzialismo sessuale, e qui sta il paradosso: “uomo e donna hanno in comune più cose di quante non li differenzino”, ma le differenze che pur ci sono tra i sessi sono un confine necessario e invalicabile, un limite dal quale non essere limitate, un confine che separa le donne dagli uomini ma non impedisce di vivere in uguaglianza e parità.

Tutto ciò che va oltre la rassegnazione cosciente, tutto ciò che denuncia la costruzione artificiosa della differenziazione di genere, tutto ciò che tenta la demistificazione patriarcale non è femminismo.

È disobbedienza sociale.

Il riferimento a “categorie” o “gruppi” è ritenuto anti-francese e anti-repubblicano, contrario allo spirito dell’égalité.

Questo interpretando l’universalismo repubblicano a modo proprio, andando a giustificare un’unità delle differenze che fa della Francia un’“eccezione”, il suo marchio di fabbrica.

Il cittadino è la cellula base della struttura sociale.

Non l’uomo. Non la donna. Non il francese, o l’algerino. Il beur o il juif.

Tutti enfants de la Patrie, tutti citoyens.

Cazzate. L’illusorietà del modello assimilazionista francese è evidente ormai non solo nella divisione tra autoctoni /figli di immigrati, ma anche in un bacino sociale meglio ancora delimitato: l’uomo vs. la donna.

Eppure da tutto ciò, mentre il mondo guardava alla Francia della vie en rose, dall’inganno specioso si sono fatte strada le donne che hanno ottenuto di colpo tutti i più grandi traguardi degli ultimi mille anni. Negli anni della rivoluzione culturale mondiale, il Movimento di Liberazione Femminista negli anni ’70 esplode con un boato, e spazza via la visione della donna come era sempre stata.

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“La libertà è il crimine che contiene in sé tutti i crimini. È la nostra arma assoluta!”

Ma adesso, quarant’anni dopo, cosa è successo? Cosa si è perso di vista, come si è potuti tornare a tutto ciò? La donna continua ad essere consapevolmente reificata, comoda in questa illusione di potere graziosamente concesso dal patriarcato, ma che vive in ogni settore della società in un monopolio virile, che controlla il volere e le tendenze femminili.

Primo su tutti la moda. Stupisce che una casa come Yves Saint Laurent, con un CEO donna, la Bellettini, che negli anni della presa di coscienza destava scandalo per l’aver dato potere alla figura femminile, si sia abbassata fino a tal punto.

Ni putes, ni sumises” sembra il caso di dire, guardando questa foto. “Né puttane, né sottomesse”

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E forse proprio la mistificazione di un contesto rassicurante di rapporto tra i sessi ha fatto abbassare il livello di allerta. L’orgogliosa illusione di una singolarità francese ha fatto abbassare la guardia, e l’ostentata ricerca, flemmatica ma insistente, angosciosa, della femminilità ha portato la femminilità stessa ad essere sacrificata in favore dell’appagamento maschile.

La donna supina, magra e debole, sottomessa, col volto nascosto e rassegnato, in una pubblicità rivolta alle donne, cosa rappresenta? Non è uno stimolo sessuale per l’uomo, no di certo. È una proiezione rivolta alle donne, e alle donne solo.

Uno stimolo che chiarisca bene cosa essere, per chi, e perché.

Questo non è altro che un violentissimo backlash, il più violento della storia oserei dire da quando è giunta in Europa l’egemonia cattolica.

Il “contraccolpo” datoci dalla società dei media che tenta di azzerare i guadagni degli anni della lotta.

Che ci fa credere che più libertà otteniamo, che più uguaglianza riusciamo a far riconoscere, meno saremo felici.

Che impone davanti ai nostri occhi false immagini di parità di genere, di parità salariale, di rispetto per la condizione femminile, di una “égalité-déjà-là”, già ottenuta, che non esiste.

Che dà la colpa della nostra infelicità alle nostre tendenze narcisistiche, quelle di chi troppo vuole e alla fine non ottiene nulla. Quelle di chi viene trattato come un mulo, con il bastone e la carota, a cui si concede un contentino e si toglie un diritto.

La donna che lavora non può avere una famiglia. La donna che lavora che ha una famiglia, trascura i figli. Gli uomini sono spaventati dalle donne intelligenti, con una carriera, meglio rimanere a casa e lasciare che si occupi delle faccende importanti chi è biologicamente versato a farlo!

Per anni i media ci hanno imposto modelli, modelli di ogni tipo. Ci hanno imposto di riconoscere come dogmi decisioni altrui su cosa fosse “femminile”, su cosa fosse “morale”, su cosa fare per essere “felici”, su come essere per piacere ad un uomo.

Ci hanno detto che eravamo troppo grasse, troppo vecchie, che non avevamo le labbra abbastanza gonfie, o le ciglia abbastanza lunghe.

Che il nostro sedere non era abbastanza sodo, e il nostro seno abbastanza grosso.

Hanno creato nella nostra mente insicurezze che ci hanno reso schiave, ancora una volta, del volere altrui.

Quale forma di controllo e dominazione può essere più subdola di questa?

Il progresso dei diritti delle donne nella nostra cultura, a differenza di altri tipi di ‘progresso’, è sempre stato stranamente reversibile.

Ann Douglas

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In quella immagine degradante – più per l’uomo, che per noi – è riassunta tutta la realtà e la crudezza della situazione attuale. Un ritorno al Medioevo, ad un’epoca ancora più buia, poiché il maschilismo di oggi è negato e mascherato.

Ma mettere la testa sotto la sabbia non è più possibile.

Ignorare che in Francia l’87% delle vittime di stupro non denuncia, che le disparità salariali raggiungono anche il 25% di scarto tra uomo e donna, che la legge sulla parità sul posto di lavoro non è mai stata applicata, che il diritto all’aborto (e in tutto ciò non ci allontaniamo troppo nemmeno da casa nostra) è costantemente messo in dubbio, e violato, che la parità non è che un’illusione che ci è stata inculcata, ignorare il soffitto di vetro (così lo chiamano, “plafond de verre”), sul quale bussiamo tutte a pieni palmi, ignorate da chi è dall’altra parte, non sarà più permesso.

La lotta di classe si sposta dalla dimensione verticale su quella orizzontale: la lotta delle donne è quella di chi vuole dimostrare di essere ancora lontani dall’affermazione di se stessi come individui completi.

Io stessa non sono mai stata in grado di capire esattamente ciò che il femminismo sia: so solo che la gente mi chiama femminista ogni volta che esprimo sentimenti che mi differenziano da uno zerbino.

Rebecca West