20 Gennaio 2020

Se guardiamo allo scenario politico europeo ci sono due concetti principali che ricorrono tra i politologi: polarizzazione e la destrutturazione. Si parla di polarizzazione delle opinioni all’interno di una società, quando il blocco mainstream di opinioni, ovvero il blocco centrale, perde peso nel pubblico a favore delle posizioni più estreme; si parla invece di destrutturazione in riferimento alla volatilità elettorale, cioè alla tendenza dell’elettorato a cambiare idea molto facilmente e spostarsi su posizioni politiche diverse. La volatilità è extra-blocco quando i “movimenti” degli elettori sono da un blocco politico all’altro (ad esempio da destra a sinistra), è invece intra-blocco quando questi “movimenti” sono all’interno dello stesso blocco politico (ad esempio da Lega a Fratelli d’Italia o da Leu al PD).

Comprendere questi due concetti è importante perché possono fornirci l’idea di ciò che sta avvenendo già da molti anni all’interno del panorama politico europeo. All’inizio degli anni 90’ con il crollo del Muro di Berlino, la fine della rivalità tra il Blocco Sovietico e il Blocco Atlantico, è iniziata una nuova epoca in cui le ideologie che hanno blindato il novecento in un conflitto tra due grandi blocchi sono lentamente scomparse. Gli anni ’80 sono stati gli anni d’oro del capitalismo, che hanno aperto la strada alla globalizzazione e hanno suscitato l’appetito di libertà (e liberalizzazioni) ai popoli filo-sovietici. Negli anni successivi il capitalismo è evoluto verso un sistema di mercato senza barriere, fatto di banche private, scambi commerciali aperti, libertà economiche per tutti e la grande promessa del benessere globale e della libera circolazione degli uomini come delle merci e dei capitali.


In questa evoluzione a base liberista hanno preso piede l’unione economica europea, l’unione bancaria, e di conseguenza l’unificazione delle politiche monetarie di tutta l’Eurozona. Nei primi anni duemila si è deciso di dire addio alla sovranità monetaria di ogni stato per costituire una grande moneta unica europea, di privatizzare le banche per farle competere in questo mercato globalizzato e non farle morire in mano pubblica, si è addirittura deciso di creare una Banca Centrale Europea, con uno statuto che la rendesse indipendente dalla politica e dotata di obiettivi precisi da conseguire, sempre per statuto, come l’inflazione al 2% su base annua. Da allora il mondo è cambiato profondamente, fino al 2008, l’anno della crisi finanziaria più forte degli ultimi tempi, e allora le cose sono cambiate ancora: l’Unione Europea si è dotata di un sistema molto robusto di vigilanza macro e micro-prudenziale, mirato alla prevenzione dei rischi finanziari, un sistema per evitare nuove crisi e per dare stabilità a tutta l’Eurozona.

Questa visione, per quanto tecnicamente ed economicamente condivisibile sotto molti punti di vista, non ha tenuto conto di un fatto: che un’Europa fondata sulla finanza e sulle scelte economiche da sola non può reggere. Non può reggere un’Europa in cui le condizioni di lavoro sono diverse da stato a stato, non può reggere un’Europa che non ha una politica sociale che aiuta le fasce più deboli, non può reggere un’Europa che non ha una politica estera unificata, non può reggere un’Europa che non si basa su un percorso culturale mirato a creare delle basi politiche comuni.

Mentre il mondo e l’Europa si sviluppavano seguendo questi dettami economici, gli effetti della nuova moneta unica si facevano sentire, così come gli effetti della nuova politica monetaria, così come gli effetti dell’impossibilità degli stati di arrivare in modo facile a un pareggio di bilancio. Se poi a questo si somma l’impossibilità di fare deficit per investire nel proprio futuro, è abbastanza naturale osservare che forse le regole economiche che volevano unire l’Europa e rafforzarla hanno iniziato a indebolirla politicamente.

Ma come è possibile? Si fanno delle regole economiche per rendere un continente più unito e queste poi hanno l’effetto contrario?

Su questo punto torniamo ai due concetti iniziali: polarizzazione e volatilità. Con gli anni 90’ ha avuto inizio anche il fenomeno del crollo delle ideologie, questo vuoto ideologico, inasprito dalle logiche del capitalismo e del consumismo, ha però creato una società meno giusta, una società individualista, mirata all’autoaffermazione di sé rispetto al gruppo, una società dove proliferano le battaglie per quelle che Sartori definisce diritti-spettanze, e che valuta come effetti del narcisismo consumista. Una società frenetica, dove non c’è spazio per l’impegno politico o per la spiritualità, che rubano tempo prezioso alla triade: lavoro-consumo-relax. Per carità, il consumismo di questi anni, ci ha reso liberi di consumare a portata di clic e ci ha semplificato la vita sotto molti aspetti, ma a che prezzo? Al prezzo di una società priva di forti riferimenti identitari e con blocchi partitici disgregati, che non tengono più la società allacciata attorno a precisi fondamenti ideologici. Poi sono arrivati i nuovi media: internet, i social network, la targetizzazione e la segmentazione dei messaggi, delle pubblicità, delle merci e infine anche delle idee, e tutto d’improvviso è diventato post. Post-ideologico, post-politico.

Crollano le strutture burocratiche dei partiti e perdono il contatto con la società, nonché il potere di mediazione con tra cittadini e istituzioni, cambiano anche le forme di impegno politico in cui viene premiata l’apartiticità quasi come se fosse un valore. Il risultato è inevitabilmente una grande confusione di ideali, di idee, di culture, di punti di vista. Una confusione che vaga libera senza bussola, e viene trainata a sé dal “miglior offerente”, cioè da chi sa sfruttare il potere dei mezzi moderni di comunicazione e del marketing per convincere di più. Nascono i nuovi “imbonitori del popolo”, quelli che non dicono che la realtà è complessa, che le cose vanno studiate, che tutti non siamo in grado di capire ogni cosa e di decidere su ogni problema politico o economico. Sono i grandi comunicatori, quelli che sfruttano la debole identità della nostra società per prendere consenso e far credere a tutti che qualcuno ha una risposta semplice ai problemi complessi del nostro mondo. Magari fosse così semplice, ma questo è il mondo, e restando oggettivi e con gli occhi bene aperti dobbiamo guardare alla realtà.  E la realtà è che mentre le sinistre (dalle più radicali alle più moderate) perdono, le destre stanno ottenendo consensi sempre maggiori. Lo fanno delegittimando l’euro e l’Europa, lo fanno in tanti modi, ma essenzialmente fanno leva su un solo ma preciso aspetto: vogliono ridarci indietro la nostra sovranità contro l’Europa unita, contro la globalizzazione.


Le destre ci promettono un mondo di frontiere controllate, un mondo dove siamo tutti più benestanti con la nostra vecchia moneta, dove uscendo dall’Europa torniamo forti, liberi e sicuri. È un mondo, quello del sovranismo, che è polarizzato verso un ideale chiaro: quello di un sogno verso una società sicura e prosperosa, come era un tempo, ma ognuno per sé. La destra parla a tutti: operai, sfruttati, benestanti, anziani, giovani, ex comunisti, fascisti, a tutti. La gente ha capito il messaggio ed è per questo che li vota.

È facile oggi sognare che la storia segua il verso indicato da Boris Johnson e che sarà facile per tutti i paesi uscire dall’Europa, così com’è facile dire che l’euro e l’Europa ci hanno resi tutti più poveri, nessuno che si ricordi però com’era l’Europa quando ogni stato aveva la sua moneta e c’erano l’inflazione altissima e la stagnazione, di quando il sistema finanziario era estremamente più fragile, e ancora di più com’era l’Europa quando ogni paese remava per sé e le guerre erano frequenti e devastanti.

Ma di fronte al sogno del sovranismo, dall’altra parte cosa trasmette invece la sinistra?

L’incertezza di Corbyn sull’Unione Europea, la politica indecisa del governo Giallo-Rosso, la leadership di Zingaretti in odor di PDS. Le Sardine contro Salvini, o magari Renzi-Macron come leader di un’alleanza europeista che è lontana anni luce dai bisogni sociali? La verità è che la sinistra purtroppo è così frammentata e confusa che non riesce a trasmettere niente.

Dopo il voto in Gran Bretagna è evidente che il dibattito pubblico si stia spostando verso il quesito: “Europa sì o Europa no”, a cui il sovranismo risponde con un’idea precisa di società, che si sta orientando sempre di più verso un allontanamento dall’europeismo, e invece la sinistra cosa può dire? Potrebbe seguire la destra su quel campo ma rischierebbe di rimanere eterna seconda e contro i propri valori.

E allora, forse la sinistra potrebbe ripartire proprio dal sogno di un grande partito di sinistra europeo, che voglia un’Europa che si fondi su basi nuove, di un’Europa che unisca le battaglie sociali di tutti con nuove politiche di bilancio. Una sinistra che elabori un’idea filosofica, culturale e sociale di cose vuol dire essere europei oggi. Ci vuole, in definitiva, una sinistra che nonostante la complessità del nostro tempo scenda dal piedistallo e si inizi a sporcare le mani con un nuovo sogno. Una sinistra che prometta “il pane” a tutti, a tutta Europa,  for the many, not the few. Troviamolo un sogno nuovo di un’Europa di sinistra verso cui polarizzarci, facciamolo, e forse non lasceremo che l’Europa si disgreghi in mano ai sovranisti.

 

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