28 Marzo 2020

Vi sono sempre due impulsi nelle nuove generazioni. Alcuni sentono il bisogno di innovare, inventare, creare. Altri provano il desiderio di scoprire, conoscere, ricercare. V’è poi chi, come diceva Machiavelli, tenta di conciliare la lezione delle cose antique con l’esperienza delle moderne. E allora in mezzo a tanti nuovi e, spesso ahimè, troppo effimeri talenti, chi sposa questa terza via cerca di guardare al passato: non tanto per nostalgia, quanto per trovare qualità, per imparare. E non per imparare dalla qualità, ma per imparare la qualità. E vi sono degli artisti che, pur essendosi rivolti ad altre generazioni (e ancora rivolgendosi prevalentemente a queste), e quindi appartenendo al passato, per quanto tutt’ora presenti, sarebbe bene non ignorare. Anche per coloro che appartengono alle nuove generazioni.

Il 14 ottobre scorso è uscito il nuovo disco di Paolo Conte, Snob.


Forse molti, proprio perché della mia stessa generazione, proprio perché assetati di nuovo e noncuranti del vecchio, hanno già perso interesse per questa lettura, una lettura che dipinge un personaggio magari loro poco noto e, per il poco che ne potrebbero sapere, polveroso e noioso.

Se, però, i vostri occhi si sono portati fin qui e siete tra quelli che non conoscono o poco sanno di Paolo Conte, può essere che si sia riusciti a incuriosire. Qualcuno magari è già corso su Wikipedia a digitare “Paolo Conte”: là potrà trovare la storia e la cinquantennale carriera di uno dei più innovativi cantautori italiani, apprezzato dai più raffinati intenditori internazionali, soprattutto francesi, statunitensi, inglesi e tedeschi. E allora in questa sede potrà spettare, a chi scrive, buttare giù uno schizzo. Coloratissimo.

jazzPaolo Conte è, in effetti, forse il cantautore italiano più colorato. Grigio avvocato (per di più curatore fallimentare), di una cupa provincia piemontese, autore di testi e musiche che si pongono ai bui primordi della canzone italiana del dopoguerra, di formazione jazzista (un genere, il jazz, che ai profani appare scuro e pesante come i negri dei campi di cotone che l’hanno inventato), Paolo Conte esplode all’ascolto in un tripudio di coloratissimi disegni del vissuto, in un trionfo che si fa quasi visivo, fotografico, cinematografico. Sì, perché l’immagine che Paolo Conte traccia sulla tela non sta ferma, ma si muove frenetica fra musiche che si rincorrono diverse e sempre più plastiche ed una voce roca, matura, profonda. Tutto così tanto sgraziato e scomposto, disorganico, da divenire perfettamente armonioso, equilibrato, preciso. Metodico. La musica di Conte scompone, destruttura, smonta e poi rimonta, ricostruisce. È, in una parola, jazz. Jazz che si colora.38625e0b23212ac0b7cea0607a18bb3c Oh, la Topolino è amaranto, il pomeriggio azzurro, il cielo di smalto, la milonga verde, il tango blu, il lampo giallo, il tinello maron, le nuvole bionde, i gamberoni rossi, il giorno arancione, gli accappatoi sono azzurri, come i fiori. Ma c’è molto di più: orchestre che si muovono come palmizi davanti a un mare venerato, ballerini che sembrano coccodrilli, profumi di donna come quelli delle drogherie di una volta. E ancora, il tempo è fatto di attimi e settimane enigmistiche, Genova è macaia, scimmia di luce e di follia, foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia. Guardando a orecchio si vede Shanghai, in fondo ai viali di Vienna. E c’è posto pure per Bartali, Duke Ellington, Hemingway, Giovanni Gerbi e poi per un uomo-scimmia che cammina (o forse balla, chissà?), un piano a coda lunga in alto mare, un gelato al limon, una luna di marmellata, un sogno arabo. Dammi un sandwich e un po’ d’indecenza – si sussurra; beviti ‘sto cielo azzurro e alto – si scherza; vai al cine, vacci tu! – si grida: e questo mentre i francesi si incazzano e i giornali svolazzano, la campagna abbaia e stanno innaffiando le tue rose. Si va che è un IMG_1087incanto nel ’43, in macchina, ma la velocità è silenziosa, in bicicletta. Donne di sogno, banane, lamponi: la donna della tua vita, la donna d’inverno. Ma come piove, baby, sugli impermeabili (e non sull’anima), fuori piove un mondo freddo (it’s wonderful. Good luk my baby), abbiamo il sole in piazza rare volte, il resto è pioggia che ci bagna. Come non vedere della cinematografia in questo scrosciare d’acqua che illumina appena i profili dei protagonisti della canzone-pellicola, lasciati appena affiorare in chiaroscuri caravaggeschi. E allora si cerca l’estate tutto l’anno e, all’improvviso, eccola qua! C’è un bar, il Mocambo, il cui gestore convive con un’austriaca, ma la sera fra loro non c’è quasi dialogo. Lui parla male il tedesco. Scusa, pardon. La luce è piena di vertigine, sguardo di donna che ti fulmina. Le parole d’amore vengono scritte rigorosamente a macchina.

PaoloConteKazoo.220Beh, insomma, una gran confusione che non potrebbe essere più ordinata. Nelle note che escono da pianoforte, sax, contrabbasso o dallo strano strumento a bocca chiamato kazoo, tutto ormai sventola e danza. È questa, credo, la più appropriata descrizione confusa di Paolo Conte, per mezzo delle sue stesse parole, spesso cantate da altri: Celentano, Jannacci, De Gregori, Dalla, Lauzi, Mannoia, Fossati e chi più ne ha più ne metta. Conte ha innovato radicalmente la musica d’autore italiana, corroborando la sua già straordinaria fibra, immettendovi la propria personale e balzana visione del mondo, musicale, testuale ed umana. Un artista così poliedrico e peculiare ha, oggi, ancora qualcosa da dire? È la domanda cui dobbiamo rispondere – e che ci è servita da pretesto per omaggiare questo grandissimo maestro della canzone d’autore italiana – alla luce dell’ascolto del suo nuovo disco, Snob.

SnobChe cosa dice Snob di Paolo Conte? Che cosa dice alla sua generazione? Che cosa alle nostre, più giovani?

Come ogni lavoro che proviene da chi ha ormai alcuni inverni alle spalle (e qualche riconoscimento consolidato), l’album ha tutto il diritto di essere un capriccio che l’autore si concede. È vero che chi ha ormai raggiunto un livello tale di popolarità e di fama, se non è un ottuso megalomane, cerca sempre, non dico di tradire o ignorare il pubblico, ma di non compiacerlo: e questo è positivo, perché significa che l’autore (capricciosamente, è vero) non asseconda chi lo osanna o, più modestamente, lo segue, ma lotta sempre per imporre la propria personalità, ciò che in definitiva risulta essere la cifra dell’artista. In parole povere, l’artista fa ciò che vuole, si diverte. Per questo è artista.


Se questo è vero, e abbiamo così risposto alla prima domanda, allora le ultime due diventano superflue. Proprio in virtù dell’originalità, Conte con questo suo nuovo disco (come, in passato, con i vecchi classici) non si rivolge tanto a una generazione, perché riesce a collocarsi fuori dal tempo. Non nel senso apologetico, per cui la musica di Conte sarebbe immortale, bensì fuori dal tempo perché la posizione da cui questo artista ci guarda e ci propone la sua musica è lontana da qualunque contingenza, risultando di conseguenza fruibile per chiunque, al di là dei dati anagrafici. Il che fa di questo tipo di musica una grande musica, proprio perché non destinata in partenza ad una specifica generazione: perché essa avrebbe l’ambizione di essere universale nel tempo. Certo, probabilmente per nostalgico spirito di rievocazione, può forse piacere più ai nostri cinquantenni o sessantenni; ma, se prestiamo l’orecchio alle tracce di Snob, sentiamo anche noi ventenni una oggettiva caratura artistica dei testi e della musica.

NEW-ORLEANS-JAZZ-JAM-RESIZE2Si pensi alla canzone che, nei giorni scorsi, ha anticipato l’uscita del disco, Tropical. Essa ha in sé tutti i germi dell’universalità, poiché parla di un mondo forse per sempre concluso, che prende le mosse da un impreciso paesaggio neworleanser, mai poi si perde in una dimensione ambigua, un po’ caraibica forse, ma anche molto europea (nordica, pallida Europa ma anche quell’Europa un poco più giù), addirittura italiana, andando a collocarsi ora negli anni ’20, ora negli anni ’50, ora nel presente. Confidenzial. Fregatura total. Così, mentre all’estate gira intorno un pensiero autunnal, il testo spagnoleggiante affoga in un vorticoso finale swing.

Buenos-AiresPiù cadenzata e meno originale è l’altra anticipazione del disco, Maracas: un compiacimento dello stile latino e caraibico (là, nelle Americhe, vuoi o non vuoi, hanno sorrisi più larghi di noi). Molto Sudamerica è del resto presente in Snob, ma questo profilo appare il più debole del disco: basti pensare allo stanco ripetersi di un topos fin troppo frequentato, come quello dell’Argentina. Non che ci sia niente di male nei topoi, ma ciò a patto che ogni autore li rivisiti col proprio stile (non solo formale, ma, più a fondo, sostanziale): questo non traspare certo da Argentina. Buenos Aires come luogo evocato – e solo per questo suggestivo – e le storie di immigrazione hanno costituito così tanta letteratura nella canzone d’autore italiana (si pensi ad Argentina di Guccini o a Italiani d’Argentina e L’angelo e la pazienza di Fossati) che, insomma, da Conte ci si aspettava di più, anche nella riproposizione. Non che la canzone, scritta quasi in forma di tango, musicalmente sia da buttare, ma certo non brilla nella rievocazione delle vastità americane: è tutto grande in Argentina, ma questo si sa; vero che a volte il testo si riprende (un mare enorme americano, e vabbè, ma che sciacqua un sogno vecchio ormai: molto sofisticato).

FandangoDi questo e altri brani si dipinge il volto ispanico dell’album, che traspare in alcune tracce, spesso confuso e affogato in sonorità caraibiche e sudamericane. Ma un esempio puramente e semplicemente iberico v’è, ed è costituito da Fandango, formalmente un fandango a tutti gli effetti: è questa una danza spagnola molto antica, che godette di enorme fortuna in tutto il mondo nel XVIII secolo. Ebbene, la forma della canzone ricalca perfettamente quella del classico ritmo andaluso, iniziando addirittura con la tipica sequenza armonica discendente (la minore, sol maggiore, fa maggiore, mi maggiore).

Manuale di conversazione ha un’introduzione sublime, da coloratissima mazurka, affidata a clarinetto basso, pianoforte e contrabbasso, cui va poi ad aggiungersi la fisarmonica: una musica avvolgente e pacata che sfocia, dopo quasi due minuti, in un cantato ancora in perfetto stile Conte, che però si perde un po’ troppo, di nuovo, in voci ispaniche un po’ abusate. Peccato.

masai girls - di angela fisher e carol beckwith copiaMeglio quando si attraversa l’Atlantico e ci si sposta nel continente nero: Si sposa l’Africa è forse una delle vette dell’album. Non si perdono del tutto i legami con le Americhe (l’ossessivo ripetersi di Kunta Kinte), anche se i controcanti sono tipicamente dell’Africa buia. Il brano si apre con una fisarmonica sbarazzina e prosegue con simulati suoni di tromba (poi riproposti in Tropical), con Conte che si cimenta in uno scat quasi alla Dalla: tra questi intervalli musicali a metà fra il cantato e il suonato, affiora corposo il testo forse più graffiante dell’album. Esso ci spiazza, facendoci rimbalzare come una pallina da tennis di qua e di là, durante quello che pare un banchetto nuziale tribale (la sposa è giovane e dolce coi suoi gioielli di legno blu), cui accorrono stregoni e anziani da vari villaggi (gli antichi arrivano a riva tra capre e nuvole). Il drive micidiale della sposa fa cominciare una insensata partita sul campo da tennis dalla terra dell’Africa rossa, mentre lui si difende e guarda in su e gli dei aerei sfrecciano.

Ci si aspettavano grandi cose dall’intero disco, dopo un simile antipasto, ma probabilmente, come emerge da alcuni brani già esaminati, lo chef si scompone un po’ fra una portata e l’altra, forse troppo generoso di sale e spezie varie: è questo, però, un elemento da ricondurre a quel capriccio, del tutto legittimo, del cantautore consumato, il quale, insomma, ha tutto il diritto di giocare con la sua musica e di suonarla come vuole, esasperando pure certi aspetti. E se a volte il pubblico storce il naso, beh, tanto peggio per il pubblico! Da ascoltatore me ne dispiaccio un po’, ma l’ammirazione per l’artista non può che rafforzarsi.

Paolo-Conte-foto1.612Bella, e qui c’è poco da dire, Snob: un piano elegante apre uno schizzo quasi autobiografico, calcando la mano sui difetti (o le peculiarità) del cantautore delle origini. Un “provinciale” che arrota e strapazza tutte le evve: poi però si schiude il racconto, che si consuma in verità in pochissimi versi finali, e che ci trasporta in un’intima cena, a base di caviale, con una misteriosa donna. Un gioiellino di poco più di due minuti, incastonato nel disco e che al disco dà il titolo: quasi autobiografico, si diceva, perché, confessa Conte in un’intervista, lui è dandy, non snob. Bontà sua.

Altra piccola perla è Gente (csidn), inserita in una musica pizzicata, quasi sospirata. Interessante, specie nel ritornello, usato a mo’ di piccolo crescendo per spezzare un po’ il ritmo del pezzo: gente che stava innamorandosi di noi. E qui traspare il Conte classico.

Una faccia importante del disco è infatti quella i cui brani sembrano uscire dal repertorio del Conte anni ’70-’80: sono Donna dal profumo di caffè, Fandango, Incontro, Tutti a casa, L’uomo specchio, sinuosissimo accavallarsi di tromba, piano e percussioni. V’è poi Signorina Saponetta. Sensazionali,  in quest’ultima, il ticchettio di macchina da scrivere e l’uso del kazoo, che ci riporta davvero indietro nel tempo, al Conte de Gli impermeabili. Da segnalare anche Ballerina, molto originale, specie nel finale.

Sono tracce ispirate, degne di nota: certo, i grandi capolavori di Gelato al limon, Paris Milonga e Paolo Conte sono forse altra cosa, però traspare da questi brani un autore ancora combattivo e originale. Non uguale a se stesso, ma coerente con se stesso. E divertito.

paolo conteUn disco quindi che intreccia episodi esotici e sgangherati con schizzi più classici e jazzati e che fa emergere plasticamente la personalità e il personaggio dell’autore nella c.d. title track. Un disco, in definitiva, che magari non sarà annoverato fra i classici di Conte, ma che nondimeno ci dice che ancora c’è spazio per l’arte nella musica leggera in Italia, benché i tempi siano non troppo buoni per gli artisti. Come osserva, probabilmente a ragione, lo stesso Conte, un tempo c’era più impegno da parte dei protagonisti della canzone d’autore, si respirava un’aria, appunto, artistica, che oggi forse non c’è più: i cantanti attuali fanno tutto in fretta e furia, “improvvisano”, principalmente per il mercato. Almeno in Italia. È un segno dei tempi che viviamo, confusi e confondenti. Chissà che questo disco non serva a molti da ispirazione; chissà che l’intera opera di Paolo Conte e dei grandi cantautori del passato non serva ai nuovi protagonisti del mondo artistico per renderli più preparati, più “solidi culturalmente”. Del resto, ancora oggi, c’è una vita nelle strade, nonostante il tempo che fa, c’è un respiro che le illude, come un mondo che va. Tutti a casa, tutti a casa, con la nebbia e l’inverno che c’è.

***

Ho scritto questo articolo avvalendomi della collaborazione di Luca Fialdini, il quale ha curato alcune notazioni musicali. Senza questo apporto, la presente esposizione sarebbe stata carente e zoppa in taluni punti. Ringrazio quindi la sua disponibilità, riconoscendogli una buona dose di pazienza nel contributo che ha dato alla stesura di parte del testo.

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