Teatro Verdi di Pisa: ciclo Opera da Camera

Alessandro Colombini - 16 Giugno 2014

Il “Simon Boccanegra” di Verdi conquista Pisa

Alessandro Colombini - 16 Giugno 2014

Le storie di Febbre a ’90: Andrés Escobar Saldarriaga.

Alessandro Colombini - 16 Giugno 2014
Share

Adriano nella favela de Marè. Romario in quella di Jacarè, nella zona nord di Rio. Vagner Love, che è stato visto passeggiare con uomini armati se “La Roncinha”, probabilmente amici di infanzia. Poi l’attaccante della Juventus Carlitos Tevez che è originario di Fuerte Apache, “barrio” all’estrema periferia ovest di Buenos Aires.

Sono tantissimi i giocatori riusciti ad affarmarsi a livello internazionale anche con alle spalle un passato come quello di una favela o di un barrio contornato da violenza, criminalità e droga e dove bruciarsi è fin troppo facile.

La storia che racconterò oggi è ambientata in Colombia, precisamente nella città dove tra il 1980 e il 1990 fu tristemente famosa per gli alti tassi di violenza e il tasso di omicidi tra i più alti del mondo. Siamo a Medelìn.

Ed è la Colombia anni ’90 di Pablo Escobar.

Questa è la storia di due Escobar, e anche qui ritornerà la storia di Medelìn perché qua uno ci nasce e uno ci muore.

Chi ci muore è il narcotrafficante più famoso di tutti i tempi, Pablo Escobar.

E chi ci nasce è il protagonista della nostra storia, Andrés Escobar Saldarriaga.

Andrés nasce a Medelìn il 13/03/1967.

Lui gioca a calcio, e lo fa pure bene, nell’Atlético Nacional de Medelìn e la sua correttezza in campo gli valgono il soprannome di “El Caballero del Futbol”: partita dopo partita, il numero 2 dell’Atlético si conquista la fiducia e l’affetto dei tifosi, emergendo come un terzino forte fisicamente ed efficace nei contrasti, una vera garanzia per il portiere della nazionale colombiana René Higuita, un nome che non ha bisogno di presentazioni.

Andrès viene notato da Maturana, un selezionatore della Colombia che in patria è un’istituzione e in una delle sue prima partita in nazionale a Wembley contro l’Inghilterra il ragazzino di Medelìn segna pure.

Gli anni passano e Andrès si conferma un pilastro della difesa del Nacional (per lui una piccola parentesi europea ma tornerà subito in patria) e della nazionale colombiana, e fu così che arrivò il ’94.

In Colombia sono gli anni del narcotraffico che miete vittime e della droga che rovina vita, e quindi la gente si aggrappa all’unica speranza che rimane in queste situazioni: il calcio.

Nelle qualificazioni per i Campionati del Mondo USA ’94 la nazionale colombiana rifila una “manita” (5-0) all’argentina di Diego Maradona, che a fine partita parteciperà alla standing ovation per i Los Cafeteros.

Negli Stati Uniti però i colombiani ci vanno con un clima surreale: i due cartelli di droga più importanti del paese (quelli con a capo Pablo Escobar e i Los Pepes) avevano scommesso somme gigantesche su questo Mondiale: uno sulla vittoria finale dei colombiani, l’altro sulla sconfitta. E’ possibile immaginare quindi che il ritiro colombiano sia stato spesso interrotto da loschi individui che si introducendosi negli spogliatoi o nel campo da gioco minacciarono di morte i giocatori se non avessero o vinto o perso, a seconda del cartello di droga a cui apparteneva l’uomo.

Il girone accoppia Colombia, Romania, Svizzera e la nazione ospitate, gli Stati Uniti d’America.

Il girone sembrava più che abbordabile ma con una prestazione fantastica i romeni rifilano un 3-1 (doppietta del milanista Răducioiu e gol di Hagi per i romeni e Valencia dall’altra parte) ai colombiani.

Adesso la Colombia è costretta a vincere contro USA e Svizzera per passare il turno, ma è proprio qui che succede l’incipit di una delle pagine più nere del calcio di tutti i tempi.

andres_escobarUSA-Colombia. 

Al minuto ’35  John Harkes si allarga sulla fascia e butta in mezzo all’area un pallone spiovente.

Escobar si getta disperatamente in scivolata ma la sua azione ha l’esito opposto e spinge il pallone in porta.

Autogol, 1-0 USA. La partita terminerà 2-0 per gli yankees e nonostante la vittoria sulla Svizzera i Los Cafeteros torneranno a casa ultimi nel girone e con una delusione fortissima.

Andrès torna nella sua Medelìn e nonostante la fortissima delusione sportiva e umana decide che la vita deve andare avanti e che un autogol non può marchiarti per sempre.

Il 22 giugno porta la fidanzata in un risotorante di Medlìn e appena entrano un signore si avvicina ad Andrès facendoli capire che qua a nessuno importa del rigore, e che “El Caballero” nella sua Medelìn rimarrà per sempre nel cuore della gente. Ma non era vero che a nessuno importava.

Ad Humberto Munoz Castro importava, eccome se importava.

Castro faceva parte del cartello di droga dei Los Pepes che aveva scommesso sulla vittoria al mondiale del Cafeteros e mentre Escobar e la fidanzata escono dal locale Castro imbraccia una mitraglietta e sparando 12 colpi verso Andrès urla “Goaaaaaaal!”.

Andrès muore in ospedale e il suo assassino pagherà con 44 anni di carcere ma dal 2005 è un uomo libero.

Morire a 27 anni è assurdo. Morire a 27 anni per un autogol è inconcepibile.

Descanse en paz, Caballero.