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Super Tuesday #2 – Ascesa e declino dei grandi e potenti

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Urne aperte in Florida, Illinois, Missouri, North Carolina, Ohio.
Premessa necessaria è ricordare i candidati: Marco Rubio, Ted Cruz, Donald Trump e John Kasich per il partito dell’elefantino e Hillary Clinton e Bernie Sanders per l’asinellocsm_2_Super_Tuesday_Web_Header_e4128988a1

Questo nuovo “Super Tuesday” delle primarie per la Casa Bianca, ha visto imporsi i due candidati considerati favoriti, sia per il partito repubblicano che per quello democratico, Donald Trump e Hillary Clinton.

Donald Trump avanza inarrestabile dopo una settimana che avrebbe potuto metterlo mediaticamente in ginocchio, tra le violenze ai comizi e gli attacchi da parte dei suoi avversari, repubblicani e non.
Sanders dice di lui: “Donald Trump non diventerà presidente, perché nessun americano accetterà mai che vengano insultati i messicani, i musulmani o le donne.”

La Clinton fa appello alla futilità degli argomenti su cui si impernia la campagna elettorale del miliardario: “L’America ha bisogno di un presidente che la difenda, non che la imbarazzi di fronte al mondo intero.”

Però Trump vince.
Vince in Illinois, vince in North Carolina.
Vince nella Florida di Marco Rubio che, dopo poche ore, annuncia il suo ritiro dalla corsa per la Casa Bianca. La vittoria più importante, perché per le elezioni dello stato della Florida vige la regola “winner takes all” e Trump ottiene la totalità dei 99 candidati.
Questa formula, però, vige anche in Ohio, dove ad imporsi per il partito repubblicano è John Kasich, governatore di quello stato, che priva Trump di 66 candidati preziosi, che rendono più difficoltoso il raggiungimento dei 1237 delegati necessari alla vittoria.
Kasich, così, rimane l’unico repubblicano moderato in lizza per la Casa Bianca e l’establishment del partito mostra senza remore di sostenere la sua (e solo la sua) candidatura, dopo la debacle di Marco Rubio.
Ricordiamo, infatti, che l’altro candidato repubblicano è Ted Cruz, latore, con un vocabolario meno aggressivo, di istanze per certi versi più estreme di quelle di Donald Trump.

Le primarie, ovunque e negli Stati Uniti sopratutto, sono estremamente significative in merito agli orientamenti della popolazione: una campagna elettorale a basso tasso di tolleranza come quella di Trump avrebbe poco a che vedere con uno stato multietnico come la Florida, con una influente comunità latinoamericana, però lo hanno votato lo stesso, probabilmente per la sua straordinaria capacità (che contraddistingue oggi molti politici, americani e non) di fare appello al malcontento popolare con temi scottanti e di dominio comune, per i quali deliberare in merito non richiede grandi capacità di ragionamento o solide basi argomentative. Riguardo questo argomento, tuttavia, mi riservo di parlare in seguito.

Vediamo adesso il campo opposto.
Hillary Clinton vince negli stati del Sud, Florida e North Carolina, vince in Illinois, ma vince anche in Ohio, uno Stato industriale dove il discorso del socialista Sanders avrebbe potuto (e dovuto) fare non poca presa.
Perché, dunque, questo risultato? È il male minore, il voto utile, la maggioranza si compatta intorno ad un candidato moderato, in grado quindi di attirare voti moderati, anche repubblicani. Si evita così uno scontro tra gli estremi Sanders-Trump che, basandosi sui sondaggi iniziati in Iowa il mese scorso, avrebbe visto prevalere nettamente Donald Trump

Discorso a parte merita lo stato del Missouri, in cui figura un testa a testa da entrambe le parti: per tutta la durata dello spoglio Ted Cruz e Donald Trump, da una parte, e Hillary Clinton e Bernie Sanders dall’altra si sono fronteggiati con uno scarto massimo del 0,3%, vedendo infine prevalere Trump e Clinton.
Per lo stato del Missouri la formula elettorale scelta per l’ottenimento dei delegati per il partito Repubblicano è quella ibrida, aspetto che rende lo spoglio meno atteso e, per certi versi, combattuto, che in altri stati ove viga la formula precedentemente citata “winner takes all”.
Per il partito Democratico è adottata la formula proporzionale, in Missouri come nella stragrande maggioranza degli stati.

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Da qui alla fine del mese si voterà anche in Arizona, Utah e poi, solo per i Democratici, in Alaska, Hawaii e Washington.
Le primarie si concluderanno a metà giugno e le Convention di luglio eleggeranno i candidati che avranno ottenuto la maggioranza assoluta dei delegati. Se non uscirà una maggioranza assoluta alle primarie – impossibile tra i Democratici ma non tra i Repubblicani – si avrà la cd. “brokered convention” – mai verificatasi dagli anni ’70 – durante la quale i delegati potranno scegliere liberamente chi votare, anche chi non si fosse candidato alle primarie.

Per concludere, possiamo asserire che questa sessione di primarie sia stata orientata esattamente come ce l’aspettavamo.
L’unico interrogativo in gioco è dato dall’eventualità della sopracitata brokered convention repubblicana, prospettiva che si fa decisamente più concreta alla luce della vittoria di Kasich in Ohio.

È lecito sperare che si verifichi un’ipotesi del genere?