1 Dicembre 2020

Le emittenti televisive statunitensi, accompagnando il discorso di Donald Trump con il titolo “senza alcuna prova” hanno dato un’importante lezione di giornalismo e contraddittorio.

Lo scorso anno, durante un evento di Uni Info News sulla libertà di espressione e il ruolo di vecchi e nuovi media a cui presenziarono il costituzionalista Francesco Dal Canto e la giornalista di Mediaset Micaela Nasca, uno spettatore chiese alla giornalista Nasca quale dovesse essere il ruolo dell’informazione giornalistica in un mondo come quello di oggi già troppo saturo di informazioni. La sua risposta, che oggi potremo leggere come profetica, fu che il ruolo più importante del giornalista è quello del contraddittorio, articolando che di fronte all’esposizione di uno o più fatti, il giornalista non deve limitarsi alla mera esposizione, ma deve cercare, attraverso il contradditorio e l’analisi critica, di far luce sui fatti per darne un’interpretazione che miri alla sulla verità.

A distanza di quasi un anno da quell’evento, durante l’ultima diretta di Donald Trump dalla Casa Bianca il Presidente, ormai uscente, ha sostenuto di essere stato imbrogliato nello spoglio di alcuni stati in cui Joe Biden ha recuperato voti a suo discapito. In questa circostanza, per la prima volta in tutta la storia americana la CNN, ha deciso di accompagnare il suo discorso con un titolo molto netto: “Senza alcuna prova, Trump dice di essere stato imbrogliato”. Ma non solo, perché la CNN così come altre emittenti, tra cui Fox News, posseduta per altro dal magnate repubblicano e  trumpista Rupert Murdoch, e il social network Twitter, hanno deciso di segnalare con diverse modalità la verità dei fatti, ma anche di censurare parti del discorso dell’ex Presidente, in quanto denso di notizie false e “fuorvianti” riguardo alle elezioni. “Ci troviamo nella posizione di dover interrompere il presidente degli Stati Uniti“.


Il fatto che stupisce particolarmente è che questa situazione sia accaduta proprio negli USA dove le reti televisive sono tutte private, e dunque spesso guidate da logiche commerciali e anche interessi di parte degli investitori. Ma il punto centrale non è soltanto che la libera di diffusione di notizie false e senza prove su temi di tale portata possa destabilizzare la democrazia in modo pericoloso, ma soprattutto che quanto successo in USA, per tornare alle parole di Micaela Nasca, è quanto di più deontologicamente corretto ci sia per un giornalista, perché il lavoro del giornalista non è di fare da cassa di risonanza alle parole di un politico, bensì di interpretarle andando alla ricerca della verità, o quantomeno di un’interpretazione critica dei fatti.

Per questo possiamo dire, senza troppi giri di parole, che oggi gli Stati Uniti hanno dato una grande lezione di giornalismo a tutto il mondo, soprattutto a tutti i politici che da troppo tempo ormai pensano, con non poco sofismo, che sia lecito spacciare per verità qualsiasi speculazione non comprovata, sia essa intorno alla scienza, alla politica, o a fatti di cronaca. Di fronte a questo è lecito pensare che nel mondo dei social network e della iper-esposizione alle informazioni ci sia ancora bisogno, e forse oggi più che mai, di un giornalismo di buona qualità, che confuti, disveli e in un certo senso ci guidi verso un’interpretazione critica dei fatti.

Che poi a pensarci bene, sotto un piano commerciale, questa caratteristica potrebbe anche rappresentare una fonte di vantaggio competitivo per testate, siti ed emittenti più serie.

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