Il Livorno non va oltre il 2 a 2. Pagelle e commento di Livorno-Vicenza

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Mi ero ripromesso di non scrivere. E non per ragioni di contingenza, ma dico proprio di non scrivere. Non gettare una parola in questo pozzo infinito, in questo abisso di superstizioni che ci stiamo costruendo intorno a suon di parole. I nuovi muri, i cosiddetti nuovi muri di questa umanità entrata a fatica nel XXI secolo dagli spiragli del precedente. Pensate che disgrazia, una massa, o forse più masse di gente che non sono uomini, o di uomini senza umanità. In effetti, non ne trovo poi molta.

E, infatti, non scrivo.

Voglio lasciare tutto questo da parte, tutta questa materia che si muove imbizzarrita, stordita, devastata e devastante, tanto da non capire chi devasta e chi è devastato, tanto da non capire quali sono gli strumenti della violenza. Se tradizionali, da ammazzatoio, o neototalitari, economici o di pensiero; se fisici, brutalmente fisici, fino all’azzeramento della carne, o morali, brutalmente morali, fino a ficcare nelle ossa il terrore, l’ossessione, la paura, e dipoi la rabbia, la rabbiosità e la discriminazione, l’insulto intellettuale.

Niente. Cancelliamo. Oh, lo so, scordare significa dare la possibilità che accada di nuovo, e è forse perché si scorda troppo facilmente che troppo spesso si replica. Ma adesso voglio solo scordare questa disperazione che ci annichilisce proprio laddove era, o sarebbe rimasta, un briciolo di quella umanità passata dalle strettoie della nostra storia più contemporanea, quella che, si sa, perché si vive non si chiama storia.

Non scrivo perché ho già scritto. E ho già scritto sull’importanza del dubbio. E spero basti.

Invece scrivo di questo: che decido di scrivere per condannare il fatto che scriva e che qualcuno, a pochissimo intervallo di tempo dal momento in cui batto queste parole, legga. E poi più. E poi ingurgitate nel dimenticatoio, come forse meritano, le parole. Quello che non merita però è che non riescano a tangere. Non tangono un minimo. E, dicevo, rimprovero me stesso che scrivo ora, ma mi è necessario farlo per comunicare almeno questo. Che non basta, non dico scriverne, ma addirittura condannare ciò che si scrive, o si pensa, o col pensiero ciò che si vede, e cioè questo concatenarsi impazzito, scomposto e articolatissimo di fatti che portano ad altri fatti, e via via a un nuovo pozzo infinito (stavolta di fatti), in cui tali fatti cadono coprendo altri, ricoperti poi da altri. E a questo incessante vomitarsi addosso fatti da parte del mondo non c’è fine, o non esiste che un blando ostacolo di umanità, che però mi sembra così fragile, proprio più fragile che mai.

La cosiddetta violenza che è madre di violenza. E di questa violenza figlia, che poi sarà ancora madre, ne abbiamo forse fatto una cultura. Ormai sdoganata, appunto, culturalmente, direi quasi a giustificazione etica di una cultura, intesa adesso come costume. Be’… che io non sia d’accordo è palese, ma allora?

Vedete, alla confusione, alla pericolosità della non linearità ormai ci siamo avvezzi, ecco, direi proprio così, avvezzi. Ma tutto ciò continua a stonare quando ci facciamo caso, e allora… ah, allora sì che riprendiamo coscienza, recuperiamo una qualche razionalità e diciamo: non torna niente! non significa niente! o perfino: è tutto sbagliato!

Sì, è tutto sbagliato. Ma nell’accorgerci dell’errore poi noi perseveriamo.

Quanto invece sarebbe bello sedersi a guardare le montagne, come suggeriva Terzani, che pure impercettibilmente evolvono, sono impermanenti, e non farci schiacciare dalla bruttura, dalla vergogna, anche dalla più giustificata rabbia. Perché poi si fanno rappresaglia. E questa figlia ridiventa madre e via, ancora via, all’infinito via.

Potremmo anche tentare un approccio più razionale, e dire che è tutto più complesso, che però questa complessità non la indaghiamo, e allora, be’ allora servirebbero nuovi teorici per capire dove vanno a parare questa nostra società, questa nostra cultura, questo nostro mondo. E se ce ne siano degli altri di mondi, di culture, di società. E, una volta individuato tutto ciò, proporre un nuovo e conseguente modello di azione, per capire cosa dobbiamo in concreto fare per superare le nostre contraddizioni, per abbattere i nostri nemici, per sconfiggere la paura, il terrore e il crimine, il crimine tragico e arcaico. Va bene, forse questo sarebbe troppo, troppo grande, ma per tamponarlo, magari? Potremmo, ma credo che in fondo sia inutile. Si è perso troppo, troppo si è sacrificato in umanità.

Mi ritornano alla mente le parole di molti uomini: colmi di sofferenza, in grave e perenne difficoltà, che nonostante ciò anelavano perché, in sostanza, amavano. Ed ecco perché mi rimprovero di scrivere. Perché bisognerebbe essere più autentici e costanti, viverlo questo amore. Certo, non è perché si scrive oggi che lo si vive meno, sempre che lo si viva davvero. Ma, insomma, oggi è facile essere interessati, essere esperti, essere vicini, essere arrabbiati, essere partecipi, essere convinti, essere sconvolti, essere coinvolti… ma poi? La giostra riprende a girare. Sì.

Però, ecco, dicevo, mi vengono alla mente le parole di tanti. Ne scelgo alcune che credo sia indicato condividere, perché prima ancora di intraprendere qualunque nuovo percorso, sarebbe bene ritrovare un’essenza di fondo. Potevo farlo in un altro momento, quando tutto fosse più sopito, per vedere chi fosse ancora vigile, allora. Ma, alla fine, credo sia anche giusto così:

“Canzone, io t’ammonisco

che tua ragion cortesemente dica,

perché fra gente altera ir ti convene,

et le voglie son piene

già de l’usanza pessima et antica,

del ver sempre nemica.

Proverai tua ventura

fra’ magnanimi pochi a chi ’l ben piace.

Di’ lor: – Chi m’assicura?

I’ vo gridando: Pace, pace, pace. –”

Ecco, questo, i’ vo gridando: pace, pace, pace.

Niente di concreto, vedete, niente di spiegato o di ragionato. Solo pace per combattere questa disperazione.