12 Luglio 2020

 

 

12380061_10203751692032665_438446521_nDopo aver rovesciato con le armi il regime di Saddam Hussein ed aver instaurato al suo posto uno Stato federale filo-sciita, l’amministrazione Bush prima e quella Obama poi hanno puntato decisamente sulla ricostituzione delle Forze Armate Irachene, investendo miliardi di dollari in programmi di addestramento, di armamento e di aggiornamento.

Nonostante dieci anni di tutto questo, tuttavia, trentamila soldati hanno abbandonato in massa le loro postazioni intorno a Mosul, nel giugno del 2014, di fronte all’avanzata di una forza militare dell’Isis quindici volte inferiore di numero e del tutto sprovvista di mezzi blindati. A salvare il Paese dall’annessione hanno pensato, nelle settimane successive, le milizie peshmerga curde e l’intervento del generale iraniano Soleimani.


Come è stata possibile una simile debacle, definita “senza precedenti” tanto da fonti del Pentagono quanto dagli analisti di tutto il mondo? Il peccato originale è da ricercare, innanzitutto e soprattutto, nella scellerata decisione dell’amministrazione Bush di smantellare, alla fine delle ostilità del 2003, tutto l’apparato militare di Saddam, nel timore che qualche ufficiale fedele al raìs e al partito Baath potesse ordire un colpo di Stato contro il neonato ordinamento democratico dell’Iraq. Ciò ha determinato l’allontanamento dal settore di migliaia di validi soldati e di comandanti veterani, temprati dalle esperienze del conflitto contro l’Iran negli anni ’80 e della Guerra del Golfo, e la loro sostituzione con ragazzi di leva che non avevano mai impugnato una pistola in tutta la loro vita. Una buona parte degli “epurati”, invece, ha entusiasticamente aderito alla guerriglia antiamericana che ha insanguinato il Paese per oltre dieci anni, salvo poi fare altrettanto con il sedicente Stato Islamico; il loro leader, Izzat Ibrahim Al-Douri, siede alla destra del Califfo Al-Baghdadi, nonostante le voci insistenti, poi smentite, che lo hanno dato per morto.

Eppure, sulla carta, il rapporto di forze sul fronte iracheno dovrebbe essere impari. A meno di sessantamila tra miliziani di Daesh ed alleati si contrappongono circa trecentomila soldati governativi, equipaggiati non più soltanto con pur valide armi di fabbricazione sovietica, retaggio del passato regime, bensì anche con sistemi Nato all’avanguardia quali le carabine M4 e i fucili d’assalto M16A4, per non parlare di quasi quattrocento carri armati tra M1A1 Abrams americani, i più potenti del mondo, e T-72 e T-55 russi, affiancati da duemila e più blindati di varia fattura. Questo evidente squilibrio, tuttavia, non è bastato ad evitare all’esercito di Baghdad ulteriori disfatte come quella di Ramadi, a maggio, mentre grandi successi come la riconquista di Tikrit sono stati ottenuti quasi esclusivamente dalle milizie sciite fedeli al governo.

Sono queste ultime, de facto, radunate sotto la comune bandiera delle Forze di Mobilitazione Popolare e coordinate dal generale Soleimani, a condurre la guerra sul campo contro l’Isis. All’indomani della conquista di Mosul, mentre migliaia di affiliati marciavano per le strade di Baghdad e di Bassora, alcuni loro portavoce ed esponenti del governo dichiararono che potessero contare su due milioni di combattenti; questo numero, evidentemente ingigantito per motivi di propaganda, è in realtà da ridimensionare a quello, ugualmente valido ed indicativo, compreso tra le centomila e le duecentomila unità. I miliziani sciiti, che nel corso dell’occupazione americana hanno dato filo da torcere ai marines in molte battaglie, sono stati capaci di infliggere cocenti sconfitte allo Stato Islamico, spinti anche da una motivazione assoluta, sconosciuta ai soldati dell’esercito, derivante dall’odio settario intercorrente tra loro, sciiti ed egemonizzati dall’Iran, e gli uomini del Califfo, sunniti salafiti. Tra i comandanti degni di nota, da ricordare Muqtada Al-Sadr, esponente di una storica famiglia di Najaf, incubo per anni dei soldati italiani di stanza a Nassiriya e di quelli britannici dislocati a Bassora, nel sud del Paese.

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Seppur meno “entusiasti” della compagine sopra descritta, ad opporsi all’Isis ci sono anche i miliziani di quello che il generale americano David Petraeus definì “Il Consiglio del Risveglio”, un’alleanza di combattenti tribali sunniti che, tra il 2005 e il 2010, ha contribuito, coadiuvando le forze americane, a stabilizzare l’Iraq. Si tratta di un numero compreso tra i quindicimila e i trentamila guerriglieri, tanto validi quanto male armati, i quali hanno espresso non poche perplessità sul combattere al fianco di un governo che ha fatto tutto il possibile per discriminare la minoranza sunnita del Paese di cui fanno parte. Sono stati loro a denunciare, nell’ambito della vittoriosa riconquista di Tikrit, episodi di violenza perpetrati dai combattenti delle Forze di Mobilitazione Popolare nei confronti dei propri correligionari che risiedevano nella città natale di Saddam.

Premesso che dei peshmerga curdi parleremo in altra sede, questo raffazzonato coacervo di entità dalla molteplice e disomogenea estrazione politico-religiosa è riuscito, nell’ultimo anno e mezzo, ad arginare l’avanzata dello Stato Islamico nel Paese dei due fiumi, mettendo in pratica tattiche militari pressoché inedite e peculiari che hanno relegato le forze regolari a compiti di mero supporto, con le formazioni paramilitari, invece, assegnate alla prima linea. Ciò è accaduto, ad esempio, nel più volte citato assedio di Tikrit, ove le truppe governative si sono limitate a circondare l’abitato, mentre la battaglia vera e propria è stata combattuta dalle compagini sciite e del Consiglio del Risveglio; oppure nella cittadina di Sinjar, il mese scorso, liberata da un contingente misto curdo, composto da peshmerga, da YPG siriani e da turchi del PKK, e yezida, assistito dall’esercito iracheno esclusivamente per l’evacuazione medica tramite elicotteri dei feriti.

 

Marco D’Alonzo


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