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Quando, nel giugno del 2014, l’esercito iracheno, armato ed addestrato per dieci anni dagli Stati Uniti, ha abbandonato in massa le proprie posizioni in tutto il governatorato di Ninive, causando la caduta del capoluogo, Mosul, nonostante si trovasse in superiorità numerica di 15 a 1 nei confronti dei miliziani dello Stato Islamico, i principali analisti militari del mondo diedero per segnato il destino di Baghdad e, probabilmente, di tutto l’Iraq, poiché solo quattrocento chilometri separavano la velocissima fanteria jihadista, che già controllava Falluja e gran parte della provincia di Al-Anbar, situate a soli cinquanta minuti di auto dalla sede del governo, dalla capitale di quest’ultimo e sembrava che non esistesse alcuna forza armata idonea a respingerla. Eppure, nonostante ciò, mentre i peshmerga curdi opponevano un’accanita resistenza nel nord-est, le forze del Califfato, dopo alcuni giorni di avanzata fulminea, sono state costrette ad arrestarsi ad una manciata di chilometri dalla periferia di Baghdad, perdendo così un’occasione unica per portare a termine con successo la più grande blitzkrieg dai tempi dell’invasione nazista della Francia. Tale vittoria non è stata resa possibile dall’intervento tempestivo di eserciti di soccorso o di stuoli di bombardieri, ma solo grazie all’opera infaticabile di un solo uomo, il generale Qasem Soleimani. Trasferitosi in fretta e furia dalla Siria, ove ricopriva già da tempo il ruolo di coordinatore di tutte le forze pro-Assad, insieme a diversi elementi delle Unità Quds, l’esperto militare ha immediatamente preso il comando delle operazioni e, con il benestare del governo di Nouri Al-Maliki, ha allestito un’ultima linea difensiva raggruppando milizie sciite, armati locali e le poche unità dell’esercito regolare non ancora sbandate. Piccoli gruppi di combattenti motivati, sostenuti da alcune batterie di artiglieria e da una manciata di mezzi corazzati, hanno così scongiurato un disastro di immani proporzioni. Nelle settimane seguenti, l’intervento aereo occidentale e il parziale rinvigorimento delle forze governative hanno costretto i miliziani di Daesh a ritirarsi più a nord, ma perfino gli osservatori statunitensi più intransigenti hanno riconosciuto gli innegabili meriti di Soleimani perché ciò fosse possibile

12282767_10203666569704660_1802008049_nQuest’ultimo è nato a Kerman, nel cuore dell’Iran sciita, nel 1957, da una famiglia modesta; arruolatosi nelle Guardie della Rivoluzione (IRGC) all’indomani della rivoluzione di Khomeini, si è subito distinto sul campo nella repressione di una rivolta curda, per poi ritrovarsi, tra il 1980 e il 1988, in prima linea sul fronte meridionale della guerra con l’Iraq. Al termine del conflitto, è stato nominato comandante delle IRGC della sua provincia natale, situata al confine con l’Afghanistan, dove si è guadagnato una notevole reputazione nell’ambito della lotta al traffico di droga. Tra il 1997 e il 1998, gli è stato affidato il comando supremo delle Unità Quds, le forze speciali delle Guardie della Rivoluzione, incaricate prevalentemente di compiere operazioni all’estero e, in tale veste, ha ricoperto un ruolo di primo piano nel negoziare il cessate il fuoco del 2008 tra le forze della Coalizione e il cosiddetto Esercito del Mahdi di Muqtada Al-Sadr, ponendo fine ad anni di lotta senza quartiere nella parte sciita dell’Iraq. Ormai promosso a generale di brigata, Soleimani è stato inviato in Siria nell’agosto del 2012 in veste di coordinatore, inizialmente dell’intervento iraniano nel conflitto e, in seguito, di tutte le forze politico-militari schierate al fianco di Bashar Al-Assad. Da lui sono stati orchestrati successi governativi come l’assedio di Homs, la vittoriosa difesa di Hama e di Deir Ez-Zour, l’arginamento dell’avanzata ribelle nel sud del Paese e, soprattutto, la celebre “svolta di Qusayr” del 2013, quando le milizie Hezbollah libanesi sono scese in campo in soccorso del raìs di Damasco, di fatto causando la sconfitta degli insorti in tutta l’area al confine con il Libano, poi definitivamente sancita due anni dopo dalla tregua di Zabadani. Il generale, inoltre, è stato tra i principali organizzatori della Forza di Difesa Nazionale, una milizia civile che ha istituzionalizzato i comitati di difesa autonomi di moltissime municipalità della Siria, ed ha sviluppato una strategia bellica basata sul minuzioso coordinamento tra forze regolari e guerrigliere, con le prime incaricate di finire in campo aperto i nemici stanati dalle città dalle seconde. Come spiegato in apertura, dal giugno del 2014 ricopre lo stesso ruolo anche in Iraq, dove ha pianificato vittorie come l’Operazione Ashura e l’assedio di Tikrit, caso più unico che raro di cooperazione militare tra Stati Uniti e Iran.

12305648_10203666569784662_788602133_nTuttavia, neanche i folgoranti successi bellici dello Stato Islamico sono stati possibili esclusivamente grazie alla connivenza, vera o presunta, di attori regionali sunniti. L’opinione pubblica internazionale è solita associare l’immagine “umana” di Daesh all’autoproclamato Califfo Abu-Bakr Al-Bahdadi o, al limite, al recentemente ucciso boia Mohamed Emwazi, noto anche con il soprannome “Jihadi John”, ma è sempre stata pressoché ignara del fatto che sia stato un altro uomo a condurne le milizie sul campo di battaglia, cioè Abu Omar Al-Shishani. Ceceno, nato in Georgia come Tarkhan Batirashvili nel 1986, a vent’anni si è arruolato nell’esercito georgiano e, nel 2008, ha preso parte alla guerra contro i russi per il controllo della città di Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud. Nel 2010, in procinto di essere promosso ufficiale, gli è stata diagnosticata una forma di tubercolosi e, una volta dimesso dopo diversi mesi di convalescenza, ha dovuto fare i conti con il rifiuto alla sua richiesta di essere riammesso nelle forze armate e con la morte della madre. E’ in questo periodo, secondo gli analisti, che ha avuto inizio il suo processo di radicalizzazione, culminato con una condanna a tre anni per possesso illegale di armi. Rilasciato dopo sedici mesi e dopo aver affermato che l’esperienza in carcere lo avesse trasformato, si è recato in Turchia, dove si è unito ad una formazione islamista cecena ostile al regime di Assad, e, da lì, in Siria. La sua militanza nella “Brigata Muhajireen” è durata, però, soltanto un anno, tanto che, già nel maggio del 2013, a sole ventisette primavere, Al-Baghdadi in persona lo ha nominato comandante in capo delle sue forze militari nel nord della Siria. Da quel momento in poi, una rapida ascesa con la reputazione di genio tattico, come hanno testimoniato le sfolgoranti vittorie nella regione di Deir Ez-Zour e in quella di Raqqa, seguite dall’improvvisa offensiva che ha portato alla conquista della città d’arte di Palmira. Alla testa delle sue milizie, Al-Shishani era riuscito anche a dividere in due la regione curda del Rojava, ma l’eroica resistenza delle unità YPG, supportata massicciamente dalle incursioni aeree statunitensi, lo ha costretto alla ritirata dopo aver lasciato sul terreno più di duemila uomini. Nonostante questa cocente sconfitta, possono essergli attribuiti anche successi in terra irachena come quello, clamoroso, di Mosul, o come la repentina conquista, concertata insieme al suo diretto superiore Suleiman Al-Naser, della regione di Al-Anbar, la quale ha costretto il governo iracheno e la coalizione occidentale a rimandare a data da destinarsi la pianificata controffensiva nel governatorato di Ninive. Sebbene sia stato dato per morto almeno in tre occasioni distinte, nessun annuncio in merito è mai stato confermato.

I colloqui diplomatici in corso a Vienna dalla fine di ottobre porteranno, auspicabilmente, al disegno postbellico di una Siria pacificata, ma, perché questo sia possibile, non si potrà prescindere da una sconfitta dello Stato Islamico sul campo di battaglia e, in questo senso, come tutti i grandi conflitti della Storia, anche quello siro-iracheno sarà contraddistinto inevitabilmente dal confronto tra due grandi strateghi, Qasem Soleimani e Abu Omar Al-Shishani, come è avvenuto, un tempo, tra Rommel e Montgomery, tra Giap e Westmoreland e tra Zhukov e Guderian.

 

Marco D’Alonzo