16 Luglio 2024

 

12336186_10203702368999620_1947051258_nLa famiglia Al-Assad, nelle persone di Hafez prima e del suo secondogenito Bashar poi, governa ininterrottamente la Siria dal 1971, con tutti i propri membri leader o esponenti di spicco del partito laico e secolarista Baath. Essa appartiene alla comunità alawita, una cospicua minoranza sciita che risiede nell’area costiera del Paese da secoli, mentre oltre il 60% della popolazione siriana professa la religione musulmana sunnita. Una volta salito al potere e ben conoscendo il millenario astio che divideva le due grandi fazioni dell’Islam, Hafez intuì che, affinché il dominio del suo clan sulla Siria potesse consolidarsi e rafforzarsi, fosse necessario affidare tutti i gangli del potere dello Stato non solo agli alawiti, obtorto collo fedeli a lui e ai suoi congiunti, ma anche ad esponenti delle molte altre minoranze etnico-religiose presenti sul territorio, dai cristiani ortodossi ai drusi; inoltre, pur non riconoscendo alcuna forma di pluralismo o di democrazia, si astenne dal mettere in atto persecuzioni o discriminazioni ai danni dei curdi, stanziati nel nord del Paese,  a differenza di Saddam Hussein, anch’egli baathista, in Iraq.

La conseguente fedeltà delle minoranze ad Assad durante l’attuale guerra civile, ad eccezione dei curdi, tendenzialmente neutrali, si è ripercossa, pertanto, sulla composizione delle forze armate governative. Queste ultime, ripetutamente sconfitte in quasi trent’anni di conflitti contro Israele, contavano all’inizio dell’escalation circa centosettantottomila uomini ed erano state date per spacciate da pressoché tutti i più autorevoli analisti occidentali, poi smentiti dalla loro accanita resistenza opposta in tutto il Paese all’avanzata dei ribelli e dalla capacità che hanno dimostrato di mantenere per quattro anni un controllo relativamente saldo su molte delle principali enclave della Siria. Sostenuto dagli oltre quattrocentocinquanta MiG e Sukhoi dell’aeronautica militare, molti dei quali risalenti agli anni ’60 e responsabili di bombardamenti indiscriminati sui centri abitati, nonché dalle grandi quantità di rifornimenti e di armi che affluiscono ogni giorno dalla Russia nei porti di Tartus e di Latakia, l’esercito regolare ha saputo far fronte alle migliaia di diserzioni delle prime settimane di scontri, riuscendo a ottenere anche notevoli successi sul campo, tra cui la riconquista di Homs nel maggio del 2014 e la perdurante difesa di Deir Ez-Zour, circondata da due anni dai miliziani dell’Isis; i suoi soldati, lontani dagli standard di addestramento occidentali, sono equipaggiati perlopiù con armi di fabbricazione sovietica, spesso antiquate, e possono contare sul supporto tattico di più di quattromila carri armati T-55, T-62 e T-72, oltre che di svariate migliaia di mezzi blindati, anch’essi importati dall’ex URSS, sebbene il numero effettivo di queste macchine sia sensibilmente diminuito dopo anni di lotta senza quartiere. Dall’inizio della guerra ad oggi, l’Esercito Arabo Siriano ha subito fortissime perdite che ne hanno quasi dimezzato la forza numerica, ma le sue unità più potenti, meglio armate e maggiormente fedeli ad Assad sono ancora pressoché integre, ovvero la Guardia Repubblicana, formata da quasi venticinquemila soldati alawiti e guidata sul campo dal druso Issam Zahreddine, i reparti speciali della Forza Tigre e la Quarta Divisione Corazzata del fratello del presidente, Maher, cui sono stati destinati i nuovi T-90 appena arrivati dalla Russia. Queste ultime due formazioni, dopo aver liberato la base aerea di Kweires, sottoposta per due anni ad un assedio, stanno ora avanzando rispettivamente a sud-est e a sud-ovest della città di Aleppo, contesa da trentasei mesi tra lealisti, ribelli islamisti dell’”Esercito della Conquista” e Stato Islamico.


12355237_10203702369399630_1326584701_nA fianco delle forze armate regolari, poi, si trova la Forza di Difesa Nazionale, una milizia civile fondata nel novembre del 2012. Fin dai primi mesi del conflitto, timorose di essere occupate da compagini ribelli islamiste, le comunità di moltissime municipalità della Siria fedeli al regime hanno dato vita ad autonomi comitati difensivi formati da cittadini armati. Intuendo le potenzialità operative di questi ultimi, il generale iraniano Qasem Soleimani ha deciso, di concerto con le autorità politiche e militari siriane, di istituzionalizzarli, dotandoli anche di una sede ufficiale per il reclutamento a Damasco, e di farli equipaggiare e stipendiare dallo Stato, in modo da coordinarli nelle operazioni di guerra insieme alle altre truppe lealiste. Seppur inizialmente accolti con scetticismo e dotati delle armi più obsolete disponibili in arsenale, i quasi centomila combattenti della Forza di Difesa Nazionale affiancano da tre anni, come fanteria e come complemento, i soldati regolari in tutti i loro campi di battaglia, da Daraa ad Aleppo, distinguendosi sempre per il valore e per la determinazione con cui affrontano i nemici, tanto nelle campagne quanto nella guerriglia urbana. All’interno di questa formazione sono confluiti, pare, anche i cosiddetti Shabiha, clan di criminali comuni alawiti legati alla famiglia Assad da vincoli familiari e di affari.

Parteggiano per il raìs, inoltre, numerose milizie di matrice eterogenea, alcune delle quali contraddistinte da un’impostazione prevalentemente religiosa, mentre altre sono essenzialmente laiche. Tra le prime ricordiamo le compagini assiro-cristiane, druse e sciite provenienti da tutto il mondo arabo, su tutte l’Hezbollah libanese e la Brigata Al-Abbas, per non parlare delle diverse centinaia di combattenti afghani; tra le seconde, invece, si distinguono le Brigate Baath, formate da esponenti anche sunniti dell’omonimo partito, la Guardia Nazionalista Araba, il Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, i comunisti di Resistenza Siriana e il Partito Socialista Nazionale Siriano.

Da ricordare, infine, il supporto diretto e indiretto proveniente dalle forze speciali iraniane delle Unità Quds e da diverse migliaia di combattenti delle Guardie della Rivoluzione, così come il massiccio appoggio, prima logistico e poi militare, della Russia.

Dopo circa un anno di difficoltà e di sconfitte, le forze governative, con l’ausilio della campagna russa di bombardamenti iniziata alla fine di settembre, stanno attualmente contrattaccando a nord di Homs,  nel settore nord-occidentale del Paese e ad Aleppo, situata poco più a est, con l’obiettivo di stringere in una tenaglia la città di idlib, roccaforte del Fronte Al-Nusra e dell’Esercito della Conquista, e di aprire un terzo fronte contro lo Stato Islamico oltre a quello settentrionale, tenuto dai curdi, e a quello centro-occidentale, attestato intorno a Palmira. Nel sud, invece, dove si registra la maggiore presenza di ribelli moderati, le truppe di Assad non si muovono, in attesa, forse, di una risposta chiara dai colloqui di pace di Vienna, dove sarà verosimilmente negoziato un cessate il fuoco tra regime ed Esercito Siriano Libero.

 

Marco D’Alonzo

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