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Michele Parisi - 22 Giugno 2014

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Il valore dei principi, ovvero differenze fondamentali fra i modelli statunitense e europeo

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Sempre più spesso e ormai senza più mio grande stupore, parlando con miei coetanei e con persone più mature, mi accorgo di come quasi tutti ritengano i principi una gran bella faccenda, sì, ma del tutto ininfluente. Ora, questa imperante disillusione intorno alla portata delle idee e alle sue ricadute pratiche sulle persone in carne e ossa, io personalmente non so come prenderla: se come cinica ma lucida convinzione o come scarsa coscienza delle cose, creatrice di distorti convincimenti.

Cercherò qui di dimostrare quale sia il reale effetto di un’idea, e come la sua forza propulsiva, prima di esaurirsi, possa condizionare la vita di molti addirittura per (poche, ma pur sempre) centinaia di anni.

Nel farlo tenterò di togliermi lo sfizio di demolire un navigatissimo luogo comune, quello della superiorità, che si svilupperebbe nella tecnologia, nella scienza, nella politica, in generale nella civiltà, degli Stati Uniti d’America. Non per un personale risentimento nei confronti di quello che, comunque, è pur sempre un grande Paese, ma semplicemente per un’esigenza di affermazione della verità delle cose.

lavoratori-pilastro1E la verità delle cose è che in “America” si sta veramente meglio che da noi. Un luogo comune più che vero, ma non assoluto. Intendo dire che negli USA ha forse migliori condizioni di vita non il quivis de populo, ma l’individuo benestante: costui ha svariate possibilità di realizzazione che nel vecchio continente sono forse più limitate, in primis in Italia e in tutti i Paesi che affacciano sul Mediterraneo; ma anche nel Nord Europa le potenzialità dell’impresa e di chi produce ricchezza sono meno spiccate. Non il cittadino però, si diceva. Negli Stati europei (non necessariamente quelli dell’Unione), inutile dirlo, non c’è mai stato il “sogno americano”. Che poi per la verità è un fenomeno degli anni ’30, ’40 e ’50 anche negli States, e che già negli anni ’60 andava esaurendosi. Ma in Paesi come il Regno Unito, la Germania, la Francia e la nostra Italia è il cittadino il protagonista della vita pubblica, e al cittadino si rivolgono istituti anche di diritto privato che consentono perfino ai più deboli di condurre un’esistenza dignitosa, parafrasando la nostra Costituzione. In particolar modo tre sono i pilastri su cui il nostro sistema di garanzie sociali è fondato e dai quali è caratterizzato, e come il nostro quello degli altri Stati d’Europa: il lavoro, la previdenza, la sanità.

Ora, questi pilastri non fondano il costituzionalismo statunitense. Ho detto costituzionalismo, e non Costituzione. Si capirà perché.

Ebbene, questa differenza di fondo fra modello europeo e modello statunitense, che come ben si dovrebbe capire comporta importanti ricadute su tutto il tessuto sociale e sulle quotidiane condizioni di vita di molti, deriva proprio dall’imporsi di diversi principi. Rectius, dalla diversa evoluzione di principi quantomeno consimili.

John_Locke_KnellerOra, quando si ragiona di contemporaneità e di Stato per come oggi lo intendiamo, il riferimento storico è al percorso evolutivo che, già alla fine del ‘600, stava maturando altre impostazioni statuali rispetto a quelle medievali, diretta conseguenza del modo di intendere l’organizzazione della vita pubblica secondo lo schema del principato (quello del 27 a.C. come poi corretto nelle forme del dominato). Così, le formulazioni di Bodin, Machiavelli e altri filosofi umanisti avevano aperto la strada alle concezioni di Hobbes e di Locke. Sappiamo tutti che, alla fine del ‘700, è chiaramente Locke a prevalere, già la gloriosa rivoluzione inglese del secolo precedente aveva soppiantato il modello di Stato assoluto. Proprio come reazione all’assolutismo si erano sviluppati i tre principi su cui andarono a fondarsi gli Stati nati delle rivoluzioni che posero fine alla storia moderna: la libertà, l’eguaglianza e la proprietà. Su queste basi nasce il costituzionalismo, i cui motivi fondamentali risiedono nella secolarizzazione e nella priorità del ius, il quale regola certamente i privati (di questo periodo le riorganizzazioni dei testi romanistici nei contemporanei codici civili) ma anche il pubblico, ponendo leggi di diritto positivo anche e soprattutto per disciplinare le istituzioni politiche: tutti sottostanno alla legge, anche il Parlamento e il Governo; perfino, ove vi sia, il Re.

Questi principi risiedono solidi e plastici in quella forma sostanziale, diciamo così, che dal costituzionalismo di quegli anni si sviluppa: la Costituzione. Nel giro di trenta, quarant’anni se ne formano diverse: quelle che ci verfassung-560x315interessano sono la Costituzione degli Stati Uniti d’America e le varie Costituzioni francesi di dopo l’‘89. Certamente su ognuna di esse pesa un certo retaggio storico-culturale, proprio da un lato delle colonie inglesi, dall’altro del Regno di Francia (più tardi dei francesi). Se però a quelle Costituzioni sottraiamo tali variabili, notiamo come i principi ispiratori siano grossomodo i medesimi: si riconoscono diritti inviolabili o inalienabili, si pone la libertà di espressione religiosa, si pone più alto di tutti il diritto di proprietà, da legarsi alla libertà nelle sue molteplici manifestazioni. A questo punto non voglio soffermarmi molto sui singoli punti di contatto o di differenza fra le Carte americana e francesi, ma solo su alcuni aspetti della Costituzione degli Stati Uniti:

anzitutto essa è ancora oggi quella del 1787;

essa si compone di soli sette articoli, tutti inerenti le istituzioni politiche, i rapporti fra Stati e la revisione della Costituzione;

a fronte dei sette articoli, già nel 1791 fanno parte della Carta dieci emendamenti, che in sostanza individuano i diritti dei cittadini, soprattutto rispetto al Governo;

attualmente gli emendamenti sono ventisette, l’ultimo dei quali, introdotto nel 1992, ha subito una lunghissima trafila prima di essere approvato dal numero di Stati necessario: la proposta era del 1795.

Possiamo da questi pochi spunti trarre le prime conclusioni:

in primo luogo la Costituzione americana è ferma, nella parte sostanziale, alle elaborazioni liberali del XVIII secolo, quelle di filosofi come Locke, Montesquieu, fino a Kant, per intenderci: ciò significa che per gli statunitensi la libertà e la proprietà sono i due valori preminenti;

secondariamente, la storia di isolamento degli Stati Uniti (si ricordi la dottrina Monroe) rispetto all’Europa, ha determinato lo svilupparsi del capitalismo, il quale si origina da quei fenomeni sociali e di pensiero rapidamente esaminati e comuni con l’esperienza europea, ma senza “contaminazioni”, per così dire. Vediamo brevemente cosa significa tutto ciò: avendo le ex colonie posto una Costituzione così salda e rigida, ed essendo la classe dominante quella borghese, non è stato possibile alcun correttivo di tipo sociale alla Carta, ciò che ha vincolato tutto il tessuto sociale a un ordine costituito come abbiamo visto immutato da oltre duecento anni. Laddove in Europa leeuropa001 Costituzioni venivano abbattute e sostituite; guerre, rivoluzioni, moti di unità nazionale evolvevano il costituzionalismo adattandolo alle esigenze di società in movimento, società in cui la nobiltà era sempre presente; i borghesi, dal canto loro, avevano riconosciute le proprie libertà ma dovevano confrontarsi con altre classi sociali che richiedevano la possibilità di esprimersi e di essere riconosciute nei diritti loro propri. E ciò non perché ogni classe sociale ha diritti differenti dalle altre, ma perché i medesimi diritti debbono potersi adattare a tutte le classi sociali, riequilibrando posizioni di squilibrio. Teniamo ben fermo questo concetto e altri analoghi (principalmente l’eguaglianza) in modo quasi filologico, partendo dall’etimo aequum. Ci torneremo.

Emmanuel_Joseph_Sieyès_-_cropPer adesso facciamo un passo indietro e analizziamo un pensiero dell’abate Sieyès: egli sosteneva che la Nazione fosse un’entità ben precisa, diversa dallo Stato, e limitata nel suo agire unicamente dal diritto naturale (si tenga presente che le influenze del giusnaturalismo e della filosofia pre-illuminista sono ancora forti a cavallo fra il ‘700 e l’‘800). Il potere costituente promana dalla Nazione, la quale può dare adito a un potere costituito, quello del Governo nello Stato costituzionale, vigente una Carta. Ma in qualunque momento essa potrà pronunciarsi nuovamente: non più muoversi nel potere costituito, ma riprendere da capo il potere costituente. La Francia lo farà spesso (1791, 1793, 1795, 1799, 1801, 1802, 1804, 1814, 1815, per citare solo gli esempi relativi al periodo dalla Rivoluzione al Congresso di Vienna, ma si pensi anche agli ultimi due casi, 1946 e 1958). Anche altrove ciò accadrà, soprattutto in considerazione del fatto che in molti Paesi ancora la nobiltà era la classe dominante (seppure con i correttivi dovuti al liberalismo, che introdusse il concetto di monarchia costituzionale); quindi anche il fenomeno delle Costituzioni octroyées entra in gioco.

Inutile parlare di che cosa avvenne a seguito della seconda rivoluzione industriale, dell’affermarsi di politiche socialiste quando non comuniste, delle lotte delle classi sociali più deboli, inseritesi nei fenomeni di tensioni politiche latenti che porteranno alle due guerre mondiali, l’ultima delle quali amplificata a dismisura dall’imporsi delle ideologie. Insomma: progressive conquiste sociali di vario genere andavano a imporre anche il loro modo di intendere il diritto e i diritti, il che andava bilanciato con i diritti di libertà e proprietà già acquisiti.

gustave_caillebotte_la_place_de_europe_temps_de_pluieIn tutto questo un concetto già considerato dal pensiero liberale e illuminista-borghese si nutre di nuove prospettive per assumere una dimensione del tutto sconosciuta: l’eguaglianza era fino alle rivoluzioni borghesi (cui gli Stati Uniti sono, lo si ricordi, fermi) intesa come la possibilità di concorrere in egual misura alla determinazione della vita pubblica o privata partendo da una data posizione. Chi, per nascita o per capacità, era in grado di assurgere a certi livelli poteva determinarsi nella vita sociale. Secondo questa prospettiva è come se i diritti, anziché essere parificati, fossero disposti a gradini. Nello Stato liberale-borghese si è eguali in quanto si è liberi, e si è liberi in quanto si è proprietari. Libertà, eguaglianza e proprietà non sono cioè parificate: per concorrere alla determinazione e all’organizzazione del vivere comune occorre avere i mezzi, i quali mezzi sono costituiti dalla proprietà. Il quale principio di proprietà, con l’avvento del capitalismo, evolve: nel concetto filosofico di proprietà viene ricompreso un concetto di diritto privato fino ad allora tenuto in poco conto, o comunque non preminente rispetto alla proprietà, quello di credito. La proprietà nel capitalismo non è più la base della ricchezza: lo era per l’aristocrazia, non lo è per i borghesi. Per loro i mezzi si hanno in quanto si produce ricchezza (e non la si detiene). E la ricchezza viene prodotta col capitale, vale a dire, il più delle volte, da rapporti di debito/credito. Quindi il concetto filosofico di proprietà si allarga fino a ricomprendere la proprietà come diritto assoluto e il credito come diritto relativo. Ebbene, chi è in grado di muovere capitali è eguale agli altri soggetti in grado di muovere capitali. Costoro sono, diciamo, più liberi di altri.

L’eguaglianza come maturata nel corso dei secoli XIX e XX è invece diversa: a tutti i cittadini (chiarire qui il concetto di cittadino sarebbe troppo lungo) sono concessi dallo Stato tutti gli strumenti necessari per poter mettersi in gioco. Le condizioni di squilibrio vengono cioè equilibrate il più possibile, per permettere a chiunque di essere libero e “proprietario” in egual misura rispetto agli altri. Partendo da situazioni di parità, poi, chiunque può concorrere a determinare la vita pubblica e privata del Paese. Se si vuole si può dire così: l’eguaglianza maturata in Europa negli ultimi due secoli non significa che tutti gli uomini sono uguali (un concetto che tocca la condizione di umanità e quindi sarebbe alienante e opprimente rispetto all’individualità) ma vuol dire equiparazione di eguaglianza, proprietà e libertà. La nostra eguaglianza è tale perché agisce in primo luogo sul bilanciamento dei diritti fondamentali del pensiero liberale: non più posti in progressione, ma rigidamente equiordinati.

È appena il caso di precisare un elemento centrale: queste due differenti modalità di intendere l’eguaglianza si riferiscono a quella che giuridicamente è denominata eguaglianza sostanziale, la quale si contrappone alla c.d. eguaglianza formale e la integra. La seconda costituisce l’attuazione del principio per cui tutti gli uomini sono eguali dinanzi alla legge: ciò significa che se a commettere un reato è il Re, costui sarà punito come qualunque altro uomo, se per stipulare un certo atto è necessario il pagamento di un’imposta, ad essa sarà tenuto qualunque cittadino, la legge cioè verrà applicata a tutti secondo lo stesso criterio, in ragione della sua astrattezza e generalità. L’eguaglianza sostanziale è invece quel meccanismo che consente, parafrasando la Costituzione italiana, di rimuovere gli ostacoli economico-sociali che limitino eguaglianza e libertà e impediscano il pieno sviluppo della personalità umana. L’eguaglianza formale è quella acquisita nella triade lockiana, dunque presente anche negli States: quella sostanziale è l’eguaglianza di cui stiamo ragionando, quella che consente la parificazione di proprietà, libertà ed eguaglianza (formale).

Riprendendo il nostro discorso, tutto ciò è ben presente, lo si accennava, nella nostra Carta (art. 3 Cost.), ma anche in quelle di altri Stati europei, perfino nella Costituzione non scritta del Regno Unito. La Gran Bretagna ha conosciuto per prima le Trade Unions, il Welfare State etc. Insomma, questi fenomeni, uniti alle guerre per l’indipendenza, alla Comune di Parigi, agli sforzi delle sinistre nel ‘900 e ad n altre evoluzioni e lotte, hanno plasmato Costituzioni improntate all’eguaglianza sociale, laddove, negli USA, si è rimasti ai principi liberali di proprietà, libertà ed eguaglianza. martin-luther-king-jr_1169066Se vogliamo la condizione degli statunitensi è “meno evoluta”, nonostante importanti traguardi raggiunti (l’abolizione della schiavitù, il New Deal, la lotta per l’emancipazione della comunità afroamericana, delle donne etc.): ma tutto ciò rimane inquadrato in un sistema costituito, saldo su posizioni che rimangono settecentesche. Il che ci fa comprendere che quanto sopra vi venga edificato dalla legge potrebbe, con una successiva legge, essere annullato. La nostra Costituzione, come altre in Europa, è invece una Costituzione lunga, comprendente cioè una parte composta di diritti e doveri dei cittadini siccome risultanti da due secoli di mutamenti sociali ed elaborazioni filosofiche, non ultime le idealiste, marxiste, esistenzialiste, per non parlare degli approdi in ambito costituzionale con Hans Kelsen. Sia come sia, che ad essere seguito sia stato il modello degli stravolgimenti sociali (come accaduto in Italia, Francia, Spagna, Germania) o quello più “nordico” dell’it’s better evolution than revolution (UK, Svezia, Danimarca etc.), il costituzionalismo europeo ha prodotto una maggiore aderenza alle esigenze del cittadino in quanto tale, senza sperequazioni dovute alla “proprietà”, in generale alla ricchezza.

Ciò non significa che negli Stati Uniti ci sia più discriminazione che altrove (i fenomeni, per fortuna o sfortuna, non sempre sono collegati), poiché anche l’ultimo cittadino per reddito, se ha capacità, può realizzare il sogno americano. Ma a muovere i primi passi deve pensarci da solo: lo Stato non lo aiuterà in alcun modo. Le capacità, cioè, si misurano a partire da un capitale: spesso esso deriva al soggetto da fortunati natali, ma anche quando ciò non avviene, quando ci si trova davanti il self made man, anche costui può imporsi, e con enorme successo. Ma appunto il man è self made. Niente di costituzionalmente garantito.

Insomma, si fa presto a dire che ognuno ha diritto alla felicità se anche chi avrebbe capacità, a parità di condizioni, non ha la fortuna di avere i mezzi per spenderle.

Qual è dunque la dimostrazione pratica delle ricadute di questi principi sulla vita di uomini e donne? Proprio i pilastri cui accennavamo in apertura: il lavoro (la nostra Repubblica vi è addirittura fondata, art. 1 Cost.), la previdenza, la sanità.

Tutto ciò era sconosciuto nella Costituzione degli USA del 1787, come in quella francese del 1791. Però, come visto, la Francia ha oggi una Costituzione risultante da evoluzioni politico-sociali: e così l’Italia, la Spagna, la Germania, l’Austria …

1115085-sindacatiE allora prendiamo l’esempio più vicino a noi: oggi il cittadino italiano ha amplissime garanzie in tema lavorativo (la l. 300/1970 su tutte, ma pensiamo alle importanti libertà sindacali garantite nella Carta, all’incidenza dei contratti collettivi nazionali nella vita d’impresa e nei rapporti col Governo, alle tutele in ambito di maternità, trattamento di fine rapporto, licenziamento, pensioni): la previdenza sia pubblica che privata (si pensi all’INAIL) nonccorte-costituzionalecorte-costituzionalehé in generale la tutela e la sicurezza sul lavoro (non si dimentichi che la nostra Repubblica è sul lavoro fondata, quindi tutti questi fenomeni al lavoro si riconnettono): la sanità, cui chiunque ha garantito l’accesso, naturalmente secondo varie forme e a seconda delle esigenze (ovvio che non saranno applicati gli stessi criteri in materia di chirurgia estetica e nel caso di gravissimo incidente automobilistico).

Orbene tutti questi diritti non sono presenti in questi termini negli Stati Uniti; il caso più eclatante è la sanità, cui si può avere accesso solo a enormi costi a seconda delle malattie o delle infermità, in ragione di assicurazioni gestite secondo modelli privatistici e particolarmente gravose. La più grande battaglia di Obama, vinta solo in parte e con esiti discutibili e sviluppi incerti, si giocava proprio su questo terreno.

Ma anche il lavoro, specie quello cui è costretto il cittadino più debole, gode sicuramente di minori tutele.

Naturalmente non si deve credere che tutti i problemi dell’Italia siano risolti o che tutte le criticità statunitensi si facciano sentire: molto dipende da come il modello viene poi attuato. Si sa che nel Belpaese molte cose non funzionano, si creano storture: ma qui sta il punto. Le storture derivano dall’attuazione o comunque da una regolamentazione secondo la fonte primaria. Se essa cambia, si evolve o migliora, il diritto è più sicuramente attuabile. Ma il diritto rimane. Negli Stati Uniti niente garantisce invece il cittadino: magari ove il diritto esiste è più positivamente fruibile, ma il diritto è posto da una legge (o, più probabilmente, trattandosi di un Paese di common law, da una sentenza, da un precedente giurisprudenziale vincolante): la legge si può migliorare, evolvere, ma anche abrogare (così come i precedenti possono essere superati). E in quest’ultimo caso nessuna tutela residuerà.

A questi pilastri è poi possibile affiancare l’istruzione, l’educazione dei minori, la libertà di manifestazione del
pensiero, tutti ambiti in cui comunque le differenze fra europei e statunitensi non sono rilevanti, poiché, come più su accennato, le differenze si basano sul reddito, volendo semplificare, quindi è chiaro che ad essere più sacrificati saranno i diritti “che costano”; naturalmente non per tutti, non per i più facoltosi, ma per chi non ha sicurezze economiche. Però, anche nell’ambito di altri diritti, si rifletta su questo aspetto, se vogliamo paradossale, ma utile a capire il nocciolo della questione: nella Costituzione degli Stati Uniti si sancisce la libertà di culto, come da noi. Ma la libertà, per come è scritta nella loro Costituzione è nella religione. Tecnicamente la Costituzione statunitense regola tutte le libertà tranne quella di non-manifestazione: non si tutela l’ateismo, cioè. consultaNaturalmente oggigiorno è assolutamente pacifico che ogni statunitense ha il diritto di professare qualunque credo e certamente quello di non professarne alcuno, ma la pacificità deriva dal costume, dal sic stantibus rebus, dagli usi, dalle convenzioni, forse addirittura da alcune leggi statali o federali. Ma si ponga per assurdo il caso di una rotta conservatrice e integralista, un cambiamento di comune sentire, una modifica legislativa: costituzionalmente e formalmente l’ateo potrebbe essere perseguitato. Ipotesi, ripeto, assurda, lontanissima dalla realtà, ma teoricamente possibile. In Italia questo non potrebbe mai accadere: anche se, per dirne una, la Lega Nord andasse al Governo imponendo il Cattolicesimo e i culti celtici, legiferando in merito, la Corte Costituzionale dichiarerebbe l’incostituzionalità delle fonti, e comunque il comune sentire non potrebbe mai contraddire la grundnorm.

In definitiva, da quanto sopra riportato, dovrebbero essere maturate due osservazioni.

a) Che il sistema di tutele statunitense ha una norma fondamentale settecentesca: ove preveda certi diritti, questi sono misurati sulla prospettiva borghese-capitalista, id est il danaro; ove non li preveda, anche se a prevederli sia attualmente una legge o una riforma sistematica, queste potrebbero essere vanificate da successivi interventi.

b) Che questi risultati sono prodotti dall’imporsi e dal permanere di principi, di idee, di concezioni di Stato e di Governo: e che dunque essi giocano un ruolo fondamentale e primario nello sviluppo della personalità di ogni individuo, nella sua vita intesa sia come esistenza, sia come quotidianità.

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L’approdo cui siamo giunti potrà permettere, in futuro, di sollevare ulteriori problematiche connesse agli approcci e alle modalità di approccio della nostra società globale rispetto a questa situazione di fatto, derivata dai diversi costituzionalismi, in ragione del fatto che spesso, non facendosi chiarezza su questi aspetti, si tende a “mescolare le carte”, rincorrendo e trapiantando modelli giuridici e filosofici che potrebbero portare a rigetti o confusioni nei nostri ordinamenti, ovvero, nella migliore delle ipotesi, non costituirebbero che involuzioni rispetto alla nostra personale storia politico-sociale.      corte-costituzionale