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Aspettando la prima della Scala: Madama Butterfly

Pagina del manoscritto autografo di Madama Butterfly

Assistere a una rappresentazione al Teatro alla Scala di Milano – che sia uno spettacolo vero e proprio o una prova – è sempre una viva emozione, ma quando si tratta della prima esecuzione con pubblico della versione originale di Madama Butterfly al Piermarini dal 1904 è un privilegio.
Il M° Riccardo Chailly, infatti, dopo la prova d’assieme di sabato 26 novembre ha annunciato che si trattava della prima volta in centododici anni che il capolavoro pucciniano veniva presentato al pubblico scaligero, mentre la prima rappresentazione ufficiale dalla première avverrà il giorno di Sant’Ambrogio, ossia all’apertura della Stagione della Scala il prossimo 7 dicembre.

Deontologia professionale e rispetto per i Maestri coinvolti nella rappresentazione impongono di non formulare giudizi sulla trascorsa esecuzione, difatti per quanto abbia apprezzato l’altissimo livello della performance si trattava di una prova d’assieme, pertanto – come ha sottolineato lo stesso M° Chailly – allestimento ancora in fieri e alcune scelte musicali non ancora definitive; non sarebbe corretto stilare una recensione di uno spettacolo che, al momento attuale, non rappresenta totalmente la volontà del Teatro alla Scala solo per trasmettere ad altri la propria opinione.
Lasciata a latere la questione prettamente musicale, risulta ben più interessante soffermarsi sul perché Chailly abbia deciso di riportare sulle tavole del Piermarini la versione di un’opera che a Milano tace da più di un secolo, ricostruita grazie al supporto di Casa Ricordi; la risposta la troviamo nelle disarmanti parole dello stesso Maestro: «Madama Butterly è un’opera straordinaria che non cessa mai di stupire e che ha in serbo ancora molte sorprese; si potrebbe pensare che ormai non abbia più nulla da offrire, ma come per tutte le opere di Giacomo Puccini, ogni volta che si inizia a studiarle se ne trae sempre qualcosa di nuovo: ad esempio, in questa prima versione in cui l’Atto II non è diviso ma fuso in un unico discorso musicale abbiamo un’anticipazione della successiva cultura mitteleuropea, da Richard Strauss in poi, in cui si assiste alla nascita di un “teatro interiore”, perché in scena accade ben poco ma quel che conta avviene nella psiche dei personaggi. Una tipologia di teatro che impone un atteggiamento introspettivo – ha proseguito il M° Chailly al termine della prova – che all’epoca ha costituito un vero e proprio shock per il pubblico italiano e che oggi costituisce un interessante spunto di riflessione».

Il M° Riccardo Chailly

La riflessione cui allude il Maestro è il radicale mutamento del teatro pucciniano negli anni che ruotano attorno alla Butterfly e alla Fanciulla del West. Solitamente si indica la Fanciulla come “opera della svolta”, ma dopo aver assistito alla prima versione della Butterfly appare più che evidente che sia questa l’opera in cui avviene la “svolta” e ciò ha senso se si considera l’opera che precede immediatamente questa e cioè Tosca. Dopo Tosca, Puccini decise di cambiare drasticamente il tipo di drammaturgia e i trattamento dei personaggi e il frutto di questa decisione è appunto la Butterfly, lo straordinario laboratorio operistico in cui Puccini esercitò il suo genio. In quest’ottica è facile notare che la Fanciulla non sia l’opera della svolta ma l’opera conseguente alla svolta.
Ma non è solo nella drammaturgia che Madama Butterfly costituisce un passo avanti rispetto alla precedente produzione pucciniana, difatti è anche presente un notevole sviluppo nel trattamento della materia musicale e nella ricerca armonica: ad esempio l’uso quasi ossessivo del tritono, che rimanda al terribile anatema dello zio bonzo, non trova la sua giustificazione nel desiderio di andare semplicemente controcorrente o di porsi come avversario alla musica accademica per semplice ideologia, ma nell’intento di voler esplorare nuovi orizzonti e strade mai battute prima di allora. Con una simile funzione dialettica, il diabolus in musica fa la sua comparsa anche nella Fanciulla del West, per sottolineare il sentimento di smarrimento e desolazione nell’ammirare le lande desertiche della California del 1850.

La facciata del Teatro alla Scala

«La scelta di rappresentare questa particolare versione di Madama Butterfly – ha spiegato Chailly – è dovuta al desiderio di voler approfondire ancor di più lo studio di Puccini; questo non significa che questa prima versione sia migliore della seconda, vuole semplicemente essere un’alternativa per tutti gli altri teatri alla versione tradizionale». Al termine del breve incontro con il pubblico, il Maestro ha chiarito che è proprio in questa direzione che si orienta il suo lavoro di questa stagione teatrale e delle prossime, volto proprio alla riscoperta degli originali pucciniani e alla loro ricostruzione filologica, a cominciare da Edgar Tosca («Se troveremo le voci giuste!» precisa il Maestro). Persino un’opera universalmente nota come Tosca riserva più di una sorpresa difatti il Maestro ha notato, confrontando il manoscritto con la versione a stampa, che nel finale originale esistono otto battute inedite.
Questa precisa linea adottata da Riccardo Chailly è molto incoraggiante perché è molto vicina a quella adottata in passato dal M° Riccardo Muti; Muti decise di dedicare il suo studio alla filologia verdiana, Chailly si è consacrato a Puccini ed entrambi affermano la stessa cosa: il Teatro alla Scala dev’essere il centro di diffusione in Italia e nel mondo di come deve comportarsi un teatro d’opera e di come ci si deve accostare all’esecuzione musicale. Con la direzione musicale di Daniel Barenboim questi aspetti si sono – ahimé – assai affievoliti, pertanto sono molto lieto di constatare che il M° Chailly si stia muovendo proprio in questa direzione. Che possa condurre il Teatro alla Scala a nuovo lustto!

Luca Fialdini

luca.fialdini@uninfonews.it

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