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Intervista al Maestro Roberto Marini

L’ultimo concerto della seconda edizione del Festival Organistico Apuano, svoltosi ieri sera nella Cattedrale di San Pietro e San Francesco di Massa, è stato il giusto coronamento della rassegna. Dopo l’intervento di esecutori di fama internazionale – come gli organisti Franz Hauk (27 giugno) e Matteo Venturini (3 luglio) ed il Coro Domus Vox di Reykjavík (22 giugno) – il Festival si è concluso con un ospite d’eccezione: il Maestro Roberto Marini.
Il Maestro Marini è uno dei migliori organisti offerti dall’odierno panorama musicale, sia italiano, sia internazionale: allievo prediletto del grande Fernando Germani e detentore di una estrema padronanza tecnica (che, tra l’altro, gli è valsa il Primo premio di Virtuosité a Ginevra), si è distinto per l’esecuzione dell’opera completa per organo di Johann Sebastian Bach, Johannes Brahms, Robert Schumann (incisa per la casa discografica Brilliant) e soprattutto per l’esecuzione in sedici concerti dell’opera omnia organistica di Max Reger. In merito alla sua esecuzione delle opere di Reger, è stato invitato dall’Ambasciata Tedesca presso la Santa Sede, dalla Casa di Goethe e dal Max Reger Institut a rappresentare la cultura tedesca nell’unico concerto organistico (trai cento eventi organizzati in tutta Italia) tenutosi durante la Settimana di cultura tedesca in Italia.
Pertanto è logico immaginare quale fosse l’attesa per un ospite di tale spessore. Purtroppo la serata non è iniziata sotto i migliori auspicî, visto che la popolazione non è accorsa particolarmente numerosa, ma si sa: quando l’ignoranza regna sovrana solo questi possono essere gli esiti. La cosa è ancor più avvilente se si considera che il concerto (come tutti gli altri del Festival) era totalmente gratuito. Ad ogni modo, il concerto ha comunque avuto luogo ed è iniziato con l’impegnativo Preludio e Fuga sul nome di B-A-C-H di Franz Liszt (qui allego un estratto del brano contenuto nel DVD Franz Liszt, Julius Reubke: Great Organ Works che vale più di ogni parola). Se l’esecuzione del Preludio poteva dar adito ad alcune perplessità, ciò non si può dire per la  Toccata e Fuga BWV 913 di Johann Sebastian Bach (trascritta per organo da Max Reger): la folgorante Toccata è un duro banco di prova a causa dell’estrema varietà del materiale tematico, dell’irregolarità del ritmo e del generale carattere improvvisativo di questa forma, mentre la Fuga è un prodigio di simmetrie, di eleganza e invenzione, ma non per questo il compositore dimostra un formalismo “morbido” riguardo alle regole del contrappunto classico. Nell’esecuzione di questo gioiello bachiano, il Maestro Marini mostra la propria padronanza tecnica dello strumento, riuscendo a piegarlo alle proprie esigenze e ad eseguire apparentemente senza sforzo e con grazia un brano che a chiunque altro sarebbe costato non poca fatica. Dopo i tumultuosi brani iniziali, lo Studien n. 4 op. 56 di Robert Schumann costituisce un momento di intima riflessione: nonostante sia un brano estremamente tecnico (uno studio, appunto), il pubblico ha potuto apprezzare la cantabilità del brano, ora etereo ed olimpico, ora perturbato e commosso, per poi passare senza soluzione di continuità alla Fuga sul nome di B-A-C-H op. 60 di Schumann, ben diversa dalla “valanga di note” di Liszt. Con Schumann, più che col grande compositore ungherese, il Maestro ha mostrato la propria padronanza e conoscenza del repertorio romantico, esternando una non comune sensibilità e una stupefacente capacità di passare da attimi di olimpica serenità a momenti di angoscia e tenebra, muovendosi tra Elisi e Tartaro.

L’organo della Cattedrale di Massa “F. Jardine” del 1870

Ma è il finale il momento più atteso, perché prevede l’esecuzione della Fantasia e Fuga in re minore op. 135b di Max Reger, di cui Marini è eccezionale interprete e, come è facile immaginare, le aspettative non sono state assolutamente deluse: esecuzione di una spontaneità disarmante (nonostante l’estrema complessità del brano), ha dimostrato nuovamente – se ce ne fosse ancora bisogno – il valore di questo straordinario organista, le cui eccezionali capacità possono essere riassunte nelle parole di Fernando Germani: « […] posso senz’altro considerarlo uno dei più promettenti e validi organisti della nuova generazione. Voglio perciò sottolineare la professionalità e la valentia di questo mio carissimo allievo, certo che le sue qualità saranno prese in considerazione.»
Dopo l’esecuzione del brano di Reger, il Maestro si è congedato dal pubblico con un piccolo gioiello della scuola italiana, l’Estasi di Cesare Celsi, compositore e sacerdote.

luca fialdini: L’organo è uno strumento legato alla Chiesa, sia come collocazione fisica, sia come immaginario collettivo. Pensando anche all’ultimo brano che ha eseguito, è possibile dire che gli organisti sono più vicini a Dio?

Roberto Marini: Essere organista è qualcosa che ha molto a che fare con la spiritualità: bisogna avere una fede forte: non solo per i concerti, ma anche per la funzione di organista liturgico, per offrire un servizio consono alla celebrazione liturgica (conoscere bene il periodo dell’anno liturgico in cui ci si trova, canti adeguati, così come l’accompagnamento, una giusta dose di improvvisazione). È molto importante vivere questa spiritualità, ed il fatto che l’organista suona spesso in chiesa aiuta certamente ad avere questa sensibilità.

l. f.: Lei ha studiato con il grande organista Germani che, possiamo dire, ha riformato la tecnica organistica moderna. Nonostante in Italia ci sia una grande tradizione di organisti (soprattutto a livello concertistico), il numero di concertisti di una certa fama resta abbastanza esiguo, se si pensa ai virtuosi degli altri strumenti. Come è possibile?

Il Maestro Roberto Marini

R. M.: L’organo è uno strumento particolare e richiede una passione particolare, ma richiede anche la capacità di vivere dei momenti spirituali, quali sono i concerti d’organo. Avere questo animo predisposto è molto importante. Però è anche uno strumento poco conosciuto proprio dal punto di vista concertistico perché lo si conosce come strumento liturgico, ma in realtà è lo strumento a tastiera più antico che esista ed ha una letteratura sterminata. Difatti l’organo non è nato come strumento “sacro”, ma è stato successivamente inglobato dalla Chiesa. Abbiamo musica scritta per questo strumento già nel ‘300, quindi possiamo dire che è uno strumento che racconta tutta la storia della musica occidentale, dal Medioevo ai giorni nostri.

l. f.: Difatti Mozart era solito dire che l’organo è “il Re degli strumenti”.

R. M.: Sicuramente: con la sua varietà, con la sua potenza, può andare dal pianissimo al fortissimo, si comporta come una vera e propria orchestra con la particolarità che è suonato da una sola persona, mentre per un’orchestra sinfonica occorrono moltissimi strumentisti.

l. f.: Si può dire che oggi esiste una scuola organistica italiana?

R. M.: Dopo la figura del grande Fernando Germani le cose sono cambiate, non tanto dopo la sua morte quanto dopo la sua uscita di scena come esecutore: ci si è rivolti maggiormente ad un repertorio di musica antica, complice il restauro di strumenti storici italiani, che per la propria tipologia non hanno un repertorio all’altezza di quello tedesco, ad esempio non c’è l’uso della pedaliera, quindi la scuola italiana si è un po’ limitata. Con la scuola e la figura di Germani si è toccata tutta la letteratura organista: è stato un pioniere per l’esecuzione della musica di Max Reger, non solo in Italia ma anche all’estero, quindi questa scuola era molto conosciuta anche a livello internazionale grazie al suo maestro. Poi ci si è incentrati di più sul repertorio barocco-antico e forse questo ha finito per limitare all’estero la figura degli organisti italiani, perché ci reputano spesso non idonei ad eseguire un certo tipo di repertorio, ma adatti ad un repertorio antico italiano, buono solo per i “nostri” organi, mentre in realtà abbiamo una scuola validissima, composta anche da molti giovani che hanno grandi capacità esecutive con cui possono decisamente stare alla pari degli organisti esteri.

l. f.: Se dovesse dare un consiglio ai giovani organisti italiani, cosa direbbe?

R. M.: Siate aperti a tutti i tipi di stile e di repertorio, non fossilizzatevi solo su alcune tipologie, sviluppate la tecnica pianistica e la tecnica del pedale, perché questo consente una completa apertura verso tutti i generi di repertorio. Molto studio, molta applicazione ma anche molto entusiasmo: oggi i tempi sono diversi da quelli di Germani, ma avere questo entusiasmo per i giovani è fondamentale e devo dire che ce ne sono parecchi. A loro spetta il compito di portare avanti la tradizione organistica italiana.

Luca Fialdini
luca.fialdini@uninfonews.it

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