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Coronavirus, bisogna preoccuparsi o no?

Coronavirus
La distribuzione dei contagi in Italia, alle ore 15 del 25 febbraio

Nel paese dei guelfi e dei ghibellini, rossi e neri, juventini e interisti, anche il Coronavirus divide il paese in due fazioni. Quanto preoccuparsi?

Il bollettino nazionale del Coronavirus segna, in questo momento, 288 contagi ufficiali, 7 vittime (tutti anziani e già debilitati da malattie pregresse), ed un paese che chiede coerenza, informazione e unità. Ma nel frattempo si divide in due fazioni.

Antiallarmisti contro allarmati

I primi sono molto più rumorosi, postano su Fb col tono di quelli che “la sanno più lunga” e che “non si fanno spaventare dai media”. Coincidono spesso con quelli che additano tutti gli altri di essere analfabeti funzionali, chiedendo un test per poter votare. Solitamente più vicini alla sinistra e più giovani, quindi meno preoccupati perché, senza dirlo a voce alta, pensano “che me ne frega tanto il virus ammazza vecchi e malati”.

Poi ci sono gli altri, silenziosi, generalmente più anziani e spesso di destra. Non lo urlano ma vorrebbero che il resto del mondo fosse isolato, tranne loro, che devono essere liberi di muoversi e lavorare.

Emblematico l’assurdo per cui qualcuno chiede la chiusura dei confini con l’Europa, quando siamo noi il paese di gran lunga più infetto. Semmai dovrebbero essere gli altri ad isolarci. E stanno iniziando a farlo.

Per non parlare dell’ossessione verso gli africani. Il virus in Africa non c’è ancora arrivato e noi siamo già il terzo paese al mondo per contagi. Bah.

Media, istituzioni: che confusione!

Predicano “calma, sangue freddo, no al panico”. Poi però riportano notizia di ogni singolo contagio, con toni e titoli allarmistici perché, si sa, vendono di più.

Uno screen di uno dei tanti post allarmistici della testata “TPI”

Riporto un caso, a titolo di esempio, quello del quotidiano online “TPI”: la pagina Fb è inondata di articoli con titoli da far drizzare i capelli, quelli che iniziano con bollino rosso, +++ e maiuscolo. Poi però ti leggi l’articolo di Telese, sempre su TPI, che parla paura come vero nemico pubblico…

Il punto è che pure media e istituzioni si stanno comportando in maniera schizofrenica, la gente quindi è confusa e fa tutto quello che può per autotutelarsi, nel dubbio. E quindi corsa ai supermercati, esaurite le scorte di Amuchina e mascherine.

Ma come si fa a stare tranquilli quando intere regioni chiudono le saracinesche? Quando saltano le partite per paura dei contagi, si istituiscono zone rosse presidiate dall’esercito, i medici lanciano segnali contrastanti (vedi Burioni vs “signora del sacco”)? Quando il tg parla per 30 minuti solo del Coronavirus? Quando il premier Conte litiga con il governatore della Lombardia Fontana?

La paura delle persone è legittima, davanti ad una minaccia sconosciuta, e ad uno stato che, se anche (forse) si sta comportando nella maniera giusta, non sta comunicando sicurezza. Oltretutto, il numero 1500 dedicato dal ministero, riservato per informazioni e segnalazioni, è intasato, i numeri verdi regionali non sono sempre attivi e persino il 112 è in tilt, in alcune zone d’Italia.

E poi parliamoci chiaro, non siamo tutti uguali. È facile fare gli impavidi quando si hanno 30 anni e la salute di ferro. È giusto che malati ed anziani si preoccupino di più, perché sono realmente più a rischio.

Quanto è pericoloso il Coronavirus?

Insomma la situazione è confusa, però possiamo provare ad estrarre degli elementi oggettivi, che possano aiutare a capire quanto preoccuparsi.

Prima cosa: i dati al momento in possesso suggeriscono che il virus sia pericoloso solo per persone anziane o già fisicamente debilitate da altre patologie. Inoltre, i dati relativi alle morti sono più affidabili di quelli realtivi ai contagi, quindi la letalità potrebbe essere più bassa di quanto sembra al momento.

Studio sulla letalità in Cina, divisa per fascia d’età. Fonte “Panorama”.

Appunto, la letalità. È doveroso spiegare la differenza fra mortalità e letalità. La prima è il rapporto fra i morti e l’intera popolazione. La seconda invece, è il rapporto fra i morti ed i contagiati.

In un certo senso, la mortalità è la pericolosità attuale di un determinato virus. La letalità invece, si può interpretare come la pericolosità potenziale, nel caso in cui ci sia una vera epidemia e un numero molto alto di contagiati.

Ora, volendo fare il confronto con l’influenza stagionale, possiamo dire due cose: la mortalità del Coronavirus è nettamente inferiore rispetto a quella dell’Influenza stagionale. Questo vuol dire che, ad ora, un anziano non vaccinato deve preoccuparsi più per l’influenza che non per il Coronavirus. Discorso diverso per la letalità: sembra che il Coronavirus abbia una letalità del 2/3%, ovvero circa 20/30 volte in più dell’influenza stagionale che è di circa un morto su 1000 contagiati (dipende anche dagli anni presi in esame).

Quindi, nel momento in cui l’epidemia dovesse dilagare, i soggetti a rischio dovranno preoccuparsi di più del Coronavirus rispetto all’influenza.

C’è un però: i dati sulla letalità del Coronavirus possono essere molto inferiori, infatti potrebbero esserci in giro già migliaia di contagiati. Morale della favola, ogni volta che veniamo a conoscenza di un contagio dobbiamo stare più tranquilli, come suggerisce la virologa Capua.

Ed anche sul conto dei morti, bisogna fare una precisazione.

Non sembra molto corretto riportare tra i “morti per Coronavirus” tutti coloro che avevano già gravi patologie e per i quali il virus ha dato solo l’ultima spinta. Queste persone sono morte per la loro malattia pregressa combinata alla sfortunata concomitanza col Coronavirus, che ha generato complicazioni fatali.

Coronavirus: un’emergenza totalmente nuova

La situazione è seria perché politici, istituzioni sanitarie e media non si sono mai cimentati con epidemie dovute a nuovi virus, arrivate in Italia, quindi è possibile che si facciano passi falsi in entrambi i sensi.

È possibile essere troppo lassisti, come forse lo è stato governatore Rossi che non ha da subito messo in quarantena i cinesi tornati a Prato.

È possibile che si prendano provvedimenti troppo stringenti, come forse stanno facendo le istituzioni nazionali, blindando il paese per non far partire un’epidemia che, forse, è già iniziata e non si fermerà.

Probabilmente, se nei prossimi giorni i casi conclamati dovessero aumentare considerevolmente,  assisteremo ad un cambio di passo delle istituzioni, che si preoccuperanno più di curare i malati e sopire il panico, che di contenere l’epidemia. E quindi fine delle zone rosse, riapertura degli uffici, allentamento della morsa mediatica, accettazione dello stato di epidemia e relativizzazione dell’emergenza.

Vedremo.

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