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Recensione di Super 8

Recensione di Super 8 

Si potrebbe dire che ogni cinefilo abbia iniziato così: con in mano una piccola telecamera, magari presa in prestito, di nascosto, dal proprio fratello maggiore, con tutte le buone intenzioni di restituirla a lavoro finito, o regalatagli dai genitori per il proprio compleanno, ma sopratutto con tante idee da realizzare. Certo, i tempi oggi sono ben diversi dagli anni ’70, i ragazzi di oggi registrano filmati con il proprio telefonino, non curano molte volte i dettagli, prendono tutto sul serio e si dimenticano, talvolta, che girare un cortometraggio con gli amici dovrebbe rappresentare per prima cosa un grande divertimento, magari con un pizzico di impegno quel tanto che basta da portare a compiacersi del proprio lavoro una volta conclusosi.

Fare cortometraggi nel 2015 vuol dire prendere una telecamera, sia essa una go-pro o un modello avanzato, e sperare di esordire con un lavoro che verrà ricordato negli annali dei tanti festival a cui si vuole mandare il proprio progetto quale corto in concorso. Fortuna che ci pensa J.J. Abrams, come se un po’ non ce lo avesse già ricordato nei backstage Peter Jackson (ad esempio, assieme a tanti altri registi), a far notare a noi, il pubblico, quello che non ambisce a diventare un futuro Spielberg o Scorsese, ma che riceve tutto in modo passivo in quanto spettatore, che quando si è giovani è normale che i “nostri” prodotti, fatti nel tempo libero tra una lezione e l’altra di scuola o in un’ora di relax dal lavoro, siano per lo più soddisfacenti solo per gli stessi realizzatori e stretti collaboratori.

Super 8 è, di fatto, una pellicola che parla proprio dell’arte di fare cortometraggio, ma soprattutto essa si rivela essere genuina, adornata di una tenerezza sincera, che cerca di parlare di cinema, su più di un livello, ed ovviamente toccando varie tematiche. La storia di cinque ragazzini, nati e cresciuti in una città americana di campagna come tante, accompagnati da una ragazza loro coetanea (interpretata in modo più che convincente da Elle Fanning, la migliore tra le giovani proposte del cast, tanto da mettere in ombra Joel Courtney, qui nel ruolo del protagonista), intenzionati a realizzare un piccolo filmato da mandare ad uno dei tanti concorsi della zona con una Super 8 mm, collide inaspettatamente con un gigantesco e catastrofico incidente ferroviario. Inizialmente il tutto non sembra avere delle importanti conseguenze, ma piano piano, sia la popolazione della tranquilla cittadina, che in primis gli stessi ragazzi protagonisti, capiranno che in quei vagoni non c’erano semplici merci, ma qualcosa, di alieno al nostro mondo, tenuto al segreto dallo governo degli U.S.A.

Era dal 1986 che dei giovani adolescenti non prendevano tanta padronanza ed importanza sullo schermo, quell’anno non a caso usciva il capolavoro di B. Reiner, “Stand By Me”, tratto dall’omonimo racconto di Stephen King; La pellicola di Abrams ovviamente non riesce ad eguagliare per potenza di immagini e storia il cult sopra citato, ma a suo modo riesce comunque a convincere in molte delle sue sfumature senza venir meno al suo obbiettivo primario: intrattenere ed emozionare.

Super 8 è un film che vuole arrivare a parlare di molti aspetti, in particolar modo di natura fantascientifica, alcuni di questi presi in considerazione, in passato, da Steven Spielberg, qui nelle vesti di produttore, poiché anche in questa occasione viene mostrato non solo il rapporto, tutt’altro che pacifico, tra “uomo” e “alieno”, mettendo in luce la natura del primo e sottolineando quanto esso sia un essere incapace di mostrare rispetto e tolleranza verso un qualcosa di diverso, per l’occasione una specie nuova che, invece di essere studiata o con la quale interagire, viene imprigionata e torturata, ma sopratutto ivi vengono messe in luce le nefaste conseguenze delle azioni compiute dalla razza umana.

Eppure, per buona parte del prodotto, quello a cui assistiamo non sono altro che le avventure rocambolesche di un gruppetto di ragazzini intenti a realizzare un breve filmato di cinque minuti, ignari di ciò che sta accadendo loro attorno e del pericolo che corrono. Messa da parte l’idea dell’alieno, è proprio la voglia di girare e di realizzare un cortometraggio, con una ostentazione considerevole, da parte di Joseph e dei suoi compagni di scuola, a fare di questo progetto un qualcosa di riuscito.

J.J. Abrams sa calcolare alla perfezione i momenti cruciali della pellicola, sa dosare le scene di azione, magari ogni tanto eccedendo con qualche esplosione o sparatoria, ma cosa più importante sa che per far funzionare l’intera produzione servono personaggi a tutto tondo, che sappiano muoversi con naturalezza sullo schermo e sappiano catturare lo spettatore, il quale deve credere ai ragazzi ancor più che a gli adulti. Per questo Super 8 giunge dritto al cuore ed alla mente, perché emoziona al punto giusto, senza apparire troppo scontato o ruffiano, facendo omaggio al genere horror (in senso lato) e sci-fi attraverso una inquadratura dietro l’altra, senza però mai scadere nel banale, arrivando a mettere la parola fine con una conclusione certamente non originale, ma comunque da considerarsi coerente con quanto visto per tutta la durata del film.

Sebbene i primi 60 minuti funzionino alla perfezione, ove sono le relazioni ed i sentimenti umani ad avere la meglio sull’aspetto “action”, il lungometraggio soddisfa anche nei momenti più caotici che trascinano lo spettatore all’epilogo della vicenda, rivelando di tanto in tanto, proprio nelle ultime sequenze, piccole scene che al drammatico uniscono un qualcosa di grottescamente divertente e goliardico. Abrams non ha visto certamente questo impiego come un fardello da portare, o una prova a cui era stato sottoposto, poiché la sua voglia di girare ed immedesimarsi in uno dei giovani protagonisti si vede e traspira da ogni inquadratura, sempre studiata e all’occasione spettacolare quel tanto richiesto.

Altro fattore da lodare è sia la scenografia, capace di dare alla perfezione la sensazione di essere in una cittadina americana degli anni ’70 come tante, ma particolareggiata dalla presenza di una vecchia e pericolosa acciaieria, che la colonna sonora, curata da Michael Giacchino, ma ricca di brani pop dell’epoca che catapultano tutti noi in un mondo ormai dimenticato dove non esistevano cellulari né la tecnologia aveva preso, nella vita comune di tutti i giorni, così tanta importanza.

Commento Finale 

Super 8 è sotto molti punti di vista un piccolo gioiello, un lavoro che sa divertire e che non dimentica mai di quale cinema è figlio, portandone i giusti e dovuti rispetti; Abrams, apre una breve parentesi nella direzione dei due Star Trek per realizzare un lavoro che dimostra quanto importante sia stata per lui la settima arte e quanto ancora lo sia. Prendendosi la responsabilità ed il rischio di lavorare con dei ragazzi, l’ideatore di Lost, confeziona un prodotto da tenere in gran considerazione negli anni futuri, dove solo ogni tanto emergono delle imperfezioni, delle lacune o delle scelte non del tutto condivisibili ai fini della storia. E’ altrettanto chiaro però quanto in questi anni ne sentissimo bisogno di un progetto che ci sapesse ricordare a noi tutti da dove si inizia ad amare il cinema e come si inizia ad avere a che fare con esso, ed Abrams non si vergogna ad ammetterlo: con una telecamera da Super 8 mm, amici e tanta voglia di divertirsi.

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Super 8, J.J. Abrams,
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